Kodak rilancia il Super 8 a 50 anni dalla sua nascita

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Kodak rilancia il Super 8 a 50 anni dalla sua nascita

La Kodak rilancia la pellicola Super 8, con una nuova cinepresa e testimonial autorevoli come Steven Spielberg, Christopher Nolan, Quentin Tarantino e J. J. Abrams (che le aveva reso omaggio col film omonimo). La ditta, in pieno rispolvero grazie a un insospettato revival della celluloide che vi abbiamo raccontato, in questi giorni al CES preme sul pedale della nostalgia: celebrando i 50 anni del formato che negli anni Settanta era sinonimo di cinema casalingo, punta a un suo rilancio per i professionisti e gli amatori, con una nuova macchina e nuovi strumenti per la postproduzione.

Prima delle videocamere analogiche VHS, VHS-C e Video 8 (da non confondere col Super 8!), che iniziarono a prender piede negli Ottanta, il Super 8 era il "filmino per eccellenza". Si trattava delle stesse pellicole usate nel cinema, lì tagliate però nei formati più grandi come 35mm, 16mm e 70mm. L'8mm era sempre stato il formato cinematografico a basso costo, ma il Super 8 lo rese per la prima volta facile da gestire: commercializzato in caricatori già pronti da 15 metri, rendeva semplicissimo inserire la pellicola nelle cineprese amatoriali (e meno amatoriali) vendute ovunque. Guadagnava anche in dettaglio dell'immagine, con un fotogramma nel negativo leggermente più ampio. 15 metri a 18 fotogrammi al secondo consentivano circa 3 minuti e 20 secondi di ripresa, a 24 fotogrammi al secondo si scendeva più o meno a 2' 30". Parliamo di pellicola, quindi - per i più giovani - parliamo di un supporto chimico che viene impressionato e non si può più cancellare (buona la prima!) e che necessita di uno sviluppo per essere visionabile. Lo stesso principio di funzionamento delle macchine fotografiche 35mm che fino ai primi anni Duemila ancora usavamo e che tanti professionisti ancora adesso usano.
Verso la fine del ciclo vitale del formato Super 8, si diffusero pellicole sonore (perché erano mute prima, è bene ricordarlo), con un audio registrato su una pista magnetica incollata alla pellicola. Il Super 8 era anche l'home video di quel periodo: cercando in cantina o in soffitta, potreste rinvenire comiche di Stanlio & Ollio, cartoni animati e film interi (divisi in larghe bobine), che affiorano spesso su Ebay.

Che senso ha riproporlo oggi, nell'epoca del digitale, quando si può fotografare e riprendere coi propri cellulari a sazietà, volendo per ore di seguito? A livello pratico, nonostante chi vi scrive ami la pellicola e sia stato lui stesso impresso da bambino su quei caricatori, dovremmo ammettere: nessuno. La grana irregolare della pellicola è difficilmente riproducibile dal digitale, sacrosanto, ma è un lusso che nei piccoli budget oggi non ci si può permettere. Lo stesso 16mm / Super16, un tempo molto gettonato nelle produzioni televisive, sta venendo soppiantato dal digitale professionale (con sacche di resistenza come The Walking Dead).
In una scuola di cinema, o più in generale in un contesto di educazione all'immagine, il Super 8 potrebbe essere tuttavia inestimabile, in parallelo a un uso meditato del 35mm per la fotografia. Girare in pellicola, con la precisione, la delicatezza e l'accortezza che richiede, è un'esperienza che chi scrive ha provato in prima persona e ha ripercussioni preziosissime sul senso di responsabilità. Con un cellulare si scatta o si riprende prima di pensare a cosa si sta facendo, con la pellicola è impossibile: si riaffaccia l'idea dello spreco, un limite col quale, in tecnica e contenuto, si ha sempre più difficoltà a rapportarsi nel mondo di YouTube e dei social. Imbracciare una cinepresa Super 8 nuova sarebbe una lezione, che spetterà però alla Kodak rendere meno costosa: i caricatori si continuano a produrre, ma hanno costi molto alti (25 euro per 15 metri, sviluppo e tranfer digitale esclusi). La casa promette un lavoro di snellimento sulla filiera, che sarebbe indispensabile per sostenere la nuova macchina, al momento in stato di prototipo funzionante al CES: dall'immagine s'intuisce un approccio ibrido che consenta un video assist (cioè un'uscita video di supporto), già presente da tempo nelle cineprese 16/35mm. Il sonoro viene catturato da un microfono interamente in digitale. Un'uscita esplorativa e limitata dell'apparecchio è prevista per l'autunno di quest'anno, in una fascia di prezzo "dai 400 ai 700 dollari", stando alle parole del presidente della Kodak.
In alternativa, se avete in soffitta/cantina una vecchia cinepresa Super 8, potrebbe essere il momento di rimetterla in sesto.
Per saperne di più, vi rimandiamo al sito ufficiale della Kodak.
Vi lasciamo alle parole di Steven Spielberg.

Per me l'8mm è stato l'inizio di tutto, quando penso all'8mm io penso al cinema. Quando guardo il telegiornale, mi aspetto che sembri tv, voglio che lo sia. Ma non voglio questo nei miei film. Voglio che il nostro mezzo centenario mantenga il suo aspetto filmico, voglio vedere la grana sottile che nuota lì sullo schermo. Per me rende tutto più vivo, infonde mistero a un'immagine, non è mai letterale. Amo i film dalle immagini non troppo chiare, che lascino qualcosa alla mia immaginazione. Se avessi girato in digitale lo sbarco a Omaha Beach di Salvate il soldato Ryan, avrei passato un confine, traumatizzando quelli che già lo ritenevano quasi insostenibile. I dipinti fatti col computer e quelli fatti su tela hanno entrambi bisogno di un artista per farci provare qualcosa. Il cursore o il pennello possono entrambi ottenere risultati notevoli. Ma questo non è vero forse anche per il cinema? Per il digitale e la celluloide? Vive la difference! Non dovrebbero rimanere entrambi a disposizione di un artista, per poter scegliere?


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