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Il cassetto segreto, un viaggio sentimentale fra il personale e l’universale: incontro con Costanza Quatriglio da Berlino

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Un documentario di Costanza Quatriglio è stato presentato nella sezione Forum del Festival di Berlino. Il cassetto segreto è la storia della scoperta e del dialogo fra un padre intellettuale e la figlia incuriosita. Abbiamo incontrato a Berlino l'autrice.

Il cassetto segreto, un viaggio sentimentale fra il personale e l’universale: incontro con Costanza Quatriglio da Berlino

Una casa che ha vissuto per settant’anni, piena di ricordi, di libri. Nel 2022 Costanza Quatriglio è tornata nella casa dov’è cresciuta, aprendo le porte a bibliotecari e archivisti per donare alla Regione Siciliana la biblioteca e l’archivio privato del padre, Giuseppe Quatriglio, storico giornalista palermitano, scrittore, saggista. Dodici anni prima aveva iniziato ad aprirle Il cassetto segreto, come il titolo di un documentario che è un viaggio sentimentale, personale e universale, fra Sicilia, Europa e Stati Uniti. Un documentario presentato e applaudito al Festival di Berlino nella sezione Forum, in sala ad Aprile per Luce Cinecittà, di cui abbiamo parlato con l’autrice, Costanza Quatriglio.

“Ho deciso di fare questo film quando ero a casa e accoglievo quasi tutti i giorni bibliotecari e archivisti per la donazione che ho fatto del fondo di mio padre. Ho sentito che la presenza di queste persone erano interessante, narrativamente molto potente. Sono stati anche dei mediatori fra me, la casa e l’archivio di mio padre. Facendo un passo indietro potrei anche dire di averlo deciso nel 2010, quando ho iniziato a filmare mio padre alla soglia dei 90 anni. In quel momento non pensavo di fare un film sulla sua attività, volevo farlo chiacchierare. Certamente Il cassetto segreto è il frutto di un processo, in cui il cinema interviene nelle relazioni fra me e sia l’attività di mio padre che la Sicilia, la casa e la storia personale. All’inizio è schivo, dice di non volersi far riprendere, poi addirittura mi porta in giro per Palermo e mi mostra i cassetti di un’intera carriera e vita, facendomi da guida. Attraverso il cinema, la casa dischiude aspetti - anche simbolici - che normalmente non si vedrebbero, come il giardino. Un atto di trasfiguazione di cui mi rendevo conto via via.

In che modo il cinema ha influito in questo dialogo fra un padre e una figlia?

La mediazione della macchina da presa ha portato ogni relazione antica nella dimensione del racconto. Mi ha permesso di organizzare il pensiero e di narrare. La narrazione non è automatica, se non hai un mezzo. All’inizio ero io macchina da presa, corpo, figlia. Poi ho preso le distanze, una volta che ho consegnato la macchina da presa a qualcun altro. Una distanza necessaria per uscire poi dalla casa insieme ai libri, fuori, nella Sicilia.

Organizzare la memoria è anche un modo per elaborare un distacco?

L’elaborazione del lutto sicuramente fa parte di questo processo. Sono convinta, però, che se non ci fosse stato un lavoro di elaborazione precedente questo lavoro non si sarebbe fatto. Mi sono divertita, ho faticato ma giocato trovando sessantamila negativi fotografici, di cui quasi tremila imbustati singolarmente e nominati. Il gusto del gioco mi ha spinto a fare questo film, come una caccia al tesoro. Come narratrice mi sono riconnessa allo sguardo che avevo da bambina quando aprivo il cassetto con le macchine fotografiche e mi sembrava di andare in gelateria.

Anche perché se suo padre ha classificato singolarmente migliaia di foto è evidente che volesse che l’archivio vivesse successivamente.

Non abbiamo mai parlato della destinazione, però sicuramente lui possedeva un’attitudine al gioco. Solo se ti diverti, curioso e con uno stupore infantile, scrivi su una bustina di un negativo “caldo” o “Babbo Natale”. Ho sentito fosse necessario entrare nel film con il mio corpo, come una presenza abituale della casa che piano piano si staccasse. Come sanno i documentaristi, poi, il cinema interviene nella vita e cambia lo stato delle cose. Questa bottiglia non è più tale, ma evoca qualcosa d’altro. Non avevo mai fatto prima un film su qualcosa di personale. Mi sono stupita io stessa. Penso che devi fare un passo indietro rispetto alle tue certezze, perché la narrazione ha un suo verso e non puoi andarci contro se ti porta da una parte.

Il rapporto di una figlia con il padre è speciale.

Quando sono nata, mio padre era già molto grande, con esperienza notevole di vita e i capelli bianchi. Io sono andata via a 20 anni da casa, quindi il rapporto fra noi era naturale e spesso giustamente mediato dall’educazione, mentre mia madre ha avuto un ruolo fondamentale per me. Mi sono molto divertita a vedere nel 2010 come la macchina da presa abbia avuto un ruolo fondamentale nella nostra relazione. Anche lui è entrato nel gioco del cinema.

Ha trovato negli archivi qualcosa che non si aspettava di trovare?

Sì, dei cortometraggi a soggetto un po’ buffi, di paura, che aveva fatto negli anni ’50. Mi hanno molto divertito. Il fatto che lui fosse molto meticoloso e annotasse tutti i film visti al cinema lo potevo immaginare, sapevo anche che aveva conosciuto Cary Grant e si scriveva con lui, che andava al Festival di Taormina, sapevo che era stato sul set de La terra trema, ma addirittura che avesse giocato girando quelle bobine non lo sapevo, e mi ha molto divertito.

Come ha detto, lei è andata via a 20 anni e recentemente è tornata in Sicilia. In che modo questo ritorno le ha dato modo di riscoprire la Sicilia, quella di suo padre oltre che la Palermo di oggi?

Stare tutto questo tempo a Palermo, nella mia casa dell’infanzia, fra tutta questa Sicilia, come direbbe Leonardo Sciascia la “sicilianitudine”, mi ha fatto piacere. Come un riavvicinamento alla “lingua madre” che mi ha nutrito. Anche se Il cassetto segreto è focalizzato sull’attività giornalistica di mio padre, guardandolo penso che si possa declinare anche con l’articolo femminile. Metto in gioco la casa, la città, la lingua. Tutte immagini identitarie di una persona, un grande materno che ti nutre.

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