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Harry Potter e il calice di fuoco. Rupert Grint: "Sul set eravamo davvero una famiglia"

Daniel Radcliffe, Emma Watson e Rupert Grint sul quarto film della saga, Harry Potter e il calice di fuoco.

Harry Potter e il calice di fuoco. Rupert Grint: "Sul set eravamo davvero una famiglia"

Harry Potter e il calice di fuoco (2005), quarto film della saga di Harry Potter, fu diretto da Mike Newell e fu il primo vero lungometraggio a catapultare Harry, Ron e Hermione, cioè Daniel Radcliffe, Rupert Grint ed Emma Watson, nel mondo dell'adolescenza. Con un pizzico però di età adulta, perché il lungometraggio ricevette una classificazione PG-13 e fu il primo a toccare momenti molto dark, come d'altronde aveva già fatto J. K. Rowling nel libro, uccidendo un personaggio. Emma Watson ne era convinta, discutendone col sito Indielondon.

Secondo me in un certo senso il nostro pubblico, i primi fan di Harry Potter, stanno crescendo coi film, quindi va benissimo così. Sì, si può dire che magari abbiamo perso parte del pubblico più giovane. Io stessa ho recitato in questo film e avevo paura, ma allo stesso tempo credo guadagneremo qualcosa. Secondo me la saga finora non è mai stata così thriller.

Già, crescendo con i protagonisti, per gli allora giovanissimi attori la fusione tra realtà e fantasy era piuttosto forte. Cosa raccontarono a riguardo? Per Emma Watson proprio l'assenza di barriere era un grande aiuto.

A me non sembra più nemmeno di recitare. Sento Hermione così vicina, la conosco così bene, c'è così tanto di me in lei e di lei in me che a volte non mi sembra nemmeno di fare molto. E' bellissimo, amo il personaggio di Hermione, è diventata una in cui tanti si possono immedesimare, penso che sia un grande modello. E' fortissima.

Radcliffe ancora in un'intervista al sito Indielondon minimizzava l'impatto del mondo di Harry Potter sulle vite degli attori.

Alcuni hanno difficoltà a credere che noi abbiamo vite normali, posso capire perché. Alcuni si rifiutano di credere che diciamo la verità, ma davvero possiamo uscire e fare cose. Spesso conviene mettere un cappello, non uno che attiri l'attenzione tipo quello da cowboy, basta un berretto da baseball calato giù. Ma a parte quello, comunque usciamo, andiamo ancora al cinema. Io mi sento famoso solo per due giorni all'anno, quelli delle anteprime.

Chiudiamo con una nota diversa, meno aproblematica. Viene da Rupert Grint, però da una recentissima intervista all'Independent, quindi non risalente al 2005 ma rilasciata ora, col senno di poi. Vita normale? Mica tanto...

Eravamo sempre con gli adulti, assorbivamo il loro senso dell'umorismo, i loro riferimenti. Mi ricordo sempre che, le poche volte che tornavo a scuola per dare degli esami, mi sentivo proprio distaccato dai miei coetanei. Avevamo in comune molto poco, è una cosa che in un certo senso ti isola. Ecco perché penso che ci sentissimo una famiglia unita sul set. Quando ci stai dentro, non te ne rendi nemmeno conto.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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