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Eyes Wide Shut, come Stanley Kubrick sfidò se stesso un'ultima volta

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Come trasportare una novella degli anni Venti negli anni Novanta?

Eyes Wide Shut, come Stanley Kubrick sfidò se stesso un'ultima volta

Eyes Wide Shut con Tom Cruise e Nicole Kidman, distribuito postumo nell'autunno 1999 a pochi mesi dalla morte di Stanley Kubrick avvenuta il 7 marzo, fece tanto discutere nel macroscopico: sesso, contenuti estremi, vip coinvolti, lavorazione interminabile. Posto che ogni film di Kubrick era un terremoto, e che l'aneddotica legata al macroscopico è quindi legittima, vogliamo qui invece concentrarci su ciò che rivela lo spirito di ricerca e sfida del suo autore: l'adattamento.

La "Traumnovelle" dello scrittore austriaco Arthur Schnitzler risale infatti al 1926 (edita in Italia nel 1977 col titolo di "Doppio sogno") e si svolge a Vienna. Eyes Wide Shut ha luogo invece in epoca contemporanea all'uscita del lungometraggio, nella New York di fine anni Novanta. Ma perché percorrere questa strada con il cosceneggiatore Frederic Raphael? Abbiamo a che fare con un regista capace di ricostruzioni storiche meticolose come Orizzonti di gloria e Barry Lyndon: avrebbe mai posto problemi alla sua precisione una trasposizione fedele degli anni Venti? La ragione è facile da inquadrare, il percorso è entusiasmante. Trasferire il testo in epoca attuale significa sostenerne l'eternità dell'assunto.

"Doppio sogno" arriva sull'onda lunga della psicoanalisi e di Freud, ammiratore sperticato di Schnitzler, ritenuto da lui persino più abile nel restituire la complessità dell'inconscio. Il vagare notturno di Bill (Fridolin nella novella) e il vacillare della sua identità cominciano quando sua moglie Alice (Albertine) lo mette di fronte a una verità insostenibile: le donne non sono tentate dal tradimento meno degli uomini. Negare la sessualità attiva femminile è una forma di ipocrita difesa.



Kubrick scorpora il racconto di Alice sul tentato tradimento, la sua descrizione del sogno dell'orgia viene spostata in avanti, mantenendola come colpo di grazia a Bill, immergendo il confronto iniziale tra i coniugi in una quantità di parole che Schnitzler non si permette. Si parla di più tra uomo e donna oggi, ma la connessione reale stenta ancora, anzi Bill e Alice hanno bisogno di fumare erba per raggiungersi, a Fridolin e Albertine non necessaria. Stanley è conscio dei costumi almeno esteriormente più disinibiti, quindi la premessa nella casa del ricco Ziegler, solo descritta a posteriori nella novella, diviene la prima sezione del film, dove i due protagonisti sono messi di fronte a possibilità concrete di tradimento, e l'associazione tra eros e thanatos viene anticipata nella macabra scena del bagno.

Sogno non è solo inconscio, nè per Schnitzler nè per Kubrick, che condividono l'idea che l'illusione delle convenzioni sociali ingabbi la natura dell'essere umano: Bill / Fridolin si scherma dietro la professione rispettabile di medico, ad Alice / Albertine il ruolo di moglie dovrebbe essere sufficiente per la felicità. Tutto ancora discutibile settant'anni dopo, con una nota di speranza che accomuna scrittore e regista, e dovrebbe accomunare i nostri avi e noi: che siano l'affetto, la reale comunicazione e la sincerità dell'intimità carnale a salvarci dal non-senso dell'esistenza, com'è evidente in entrambi i finali (dolce e disperato nel libro, sfrontato nel film).

E nel protrarsi degli inganni a volte consapevoli a volte meno, in settant'anni una prostituta attrae e al contempo spaventa ancora, ma è sempre condannata (dalla sifilide prima, dall'AIDS oggi). La morte di un congiunto disattiverà sempre ogni barriera di sicurezza davanti all'abisso, portandoci come Marion / Marianne a cercare un appiglio senza vergogna. L'infanzia rimane troppo spesso non rispettata e violata, come succede nel negozio di costumi.



La realtà e le sicurezze si sgretolano quando la morale si rivela come fragile proposta, non come risorsa innata e imprescindibile. Dieci anni prima di Eyes Wide Shut, il finale di Crimini e Misfatti di Woody Allen ci terrorizzava allo stesso modo. Il vuoto però in Eyes Wide Shut sceglie la strada di un thriller horror, una scelta inevitabile di Kubrick: la psicoanalisi, che denuda l'inconscio dietro l'onirico, si sposa perfettamente con il grottesco, in lingua tedesca vissuto sulle pagine di E. T. A. Hoffman decenni prima di Schnitzler.

Con una sostanza così forte e tuttora disturbante, la messa in scena è di eleganza sottile. Il formato d'immagine ibrido 4:3 o widescreen con mascherino, prassi del regista, rende quasi di più nella fruizione quadrata, che esalta l'uso di grandangolari, la pastosità dell'immagine su una pellicola che la Kodak stava per dismettere, e l'illuminazione iperrealista, con decorazioni natalizie onnipresenti e alienanti. Insinuante è l'uso di steadycam compiaciute a precedere o seguire i personaggi, schiacciati o accerchiati da ambienti attraversati con passi misurati, aggravati dai pensieri, sulla passerella di un'eterna sfilata funerea.



La musica classica, spesso così importante per il regista, è il coronamento dell'esperienza sensoriale: l'ironicamente trionfale Valzer n. 2 di Dmitri Shostakovich risale al 1956, ma il genere è figlio dell'Austria di Schnitzler (e non può essere un caso, è un richiamo subliminale alle radici del racconto). Il secondo ipnotico pezzo dei "Musica Ricercata" di Gyorgi Ligeti risale agli stessi anni e trasmette quella dimensione insondabile e ossessiva, quell'impotenza sulla quale il film indugia senza pietà ("Occhi chiusi spalancati" sarebbe l'ardua traduzione dell'ossimoro nel titolo). L'incubo del rituale esoterico alla villa è sottolineato da una composizione originale di Jocelyn Pook, divenuta iconica nell'uso sinistro di un canto clericale riprodotto al contrario.

Il colpo di genio definitivo che completa e sostiene il ponte tra le due epoche, tuttavia, l'abbiamo mantenuto per ultimo: il casting dei protagonisti. Sulla loro efficacia attoriale penso si potrebbe dibattere, ma sarebbe del tutto secondario. Come usare Hollywood, attirando così il pubblico in una trappola che lo destabilizzerà a vita, ingenuamente sicuro nel 1999 di non poter essere più turbato da nulla? Lì è necessario alzare la posta, tradire i due sposini comuni di Schnitzler. Usi un pizzico di metacinema, da vero fruitore viscerale della settima arte, non da intellettuale: la coppia sullo schermo sarà una coppia anche nella vita, due tra gli esseri umani più belli del mondo non consumeranno, gli attori saranno imbarazzati da scene che nessun altro li chiamerebbe a girare. E quando lo spettatore scoprirà che dal pruriginoso buco della serratura sta guardando se stesso e non due divi lontani, sarà troppo tardi.
Scacco matto, per l'ultima volta.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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