Interviste Cinema

Profeti: Alessio Cremonini ci parla del suo nuovo film, un'altra storia di prigionia ma al femminile e in Medio Oriente

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Dopo Sulla mia pelle, Alessio Cremonini torna a raccontare un'altra ingiusta prigionia: quella di una giornalista sequestrata dall'Isis. Profeti, distribuito da Lucky Red, vede protagoniste Jasmine Trinca e Isabella Nefar. È stato presentato in anteprima mondiale al Noir in Festival, dove abbiamo incontrato il regista.

Profeti: Alessio Cremonini ci parla del suo nuovo film, un'altra storia di prigionia ma al femminile e in Medio Oriente

I Festival piccoli né di nome né di fatto, ma che vengono considerati tali solo perché non impongono tour de force lavorativi come Cannes e Venezia e hanno una selezione più ridotta e quindi più "umana", sono una preziosa occasione per fare incontri professionalmente e umanamente interessanti, e per avere a disposizione uno scrittore, un attore o un regista per più dei canonici cinque minuti. Questa fortuna ci è capitata diverse volte al Noir in Festival e oggi, nel corso della trentaduesima edizione, iniziata ieri, abbiamo chiacchierato a lungo con Alessio Cremonini, che ha presentato il suo nuovo film. Arriva in sala il prossimo 26 gennaio Profeti, che, come Sulla mia pelle, si sofferma su un'ingiusta prigionia.

Intervistiamo Alessio Cremonini al piano rialzato dell'Hotel Cavalieri di Milano. Fuori piove e la collana con il ciondolo etnico dorato che il regista indossa è davvero un piccolo lampo di luce in una giornata grigia e uggiosa, così come il pensiero di un filmmaker che sa parlare delle donne e capire le loro istanze. Profeti ce ne mostra due. La prima, Nur, è una foreign fighter radicalizzata a Londra che ha sposato un miliziano e ora vive nel Califfato. La seconda, Sara, è una giornalista rapita dall'Isis e affidata a Nur, che diventa la sua guardiana. Entrambe vivono in cattività, una condizione che Cremonini ama molto esplorare: "La cattività è un bivio" - ci spiega - "e quando hai davanti un bivio così importante, ti poni delle domande, sei costretto a fare qualcosa. Secondo me in cattività escono fuori maggiormente certe caratteristiche delle persone. Inoltre, ho per la prigionia un interesse quasi emotivo, oltre che etico, perché purtroppo fa parte della storia umana il tentativo di sottoporre a prigionia diverse categorie di persone. A volte anche i rapporti umani sono di prigionia, e capita che qualcuno vada oltre e uccida la propria prigioniera, e lo dico al femminile perché spesso sono femminicidi. Mi viene in mente l'immagine meravigliosa del gorilla di 2001: Odissea nello spazio di Kubrick. L'arma, anche in quel caso, serve a rendere prigionieri gli altri esemplari della specie, a tenerli sotto scacco. Quindi o uccidi o usi l'arma. E dove non c'è invenzione dell'arma, c'è l'invenzione della prigione. Gli stati, in generale, tendono a mettere in cattività altri stati e credo che, in fondo, la storia umana sia una storia di grandi prigionie, e di conseguenza di grandi tentativi di ribellione alla prigionia.

Questo discorso si estende quindi a ogni paese, anche in relazione all'atteggiamento verso le donne?

Non conosco tutte le società del mondo, però so qualcosa di quelle europee e quelle medio-orientali, ed è evidentissimo che, al di là delle religioni che si sono avute nei secoli, non molto è cambiato. Nell'antica Grecia, per esempio, era uguale il tentativo di sottomettere la donna. Insomma, la gestione dell'universo femminile è sempre stata un problema assillante per l'uomo. Se pensi a ciò che ha dovuto fare Artemisia Gentileschi, ti rendi conto della gravità della situazione, e mi sconcerta continuare a constatare che le nostre società si sono fondate sul tentativo di sequestrare e sottomettere, psicologicamente o legalmente o fisicamente, le donne".

Ma perché le società diventano aggressive? Perché sentono il bisogno di considerare la donna inferiore all'uomo, di sottometterla?

Sono convinto che la paura sia sempre la causa dell'aggressività. Io sono nato in una famiglia di donne e ho una figlia. Le donne sono molto più complete degli uomini, non lo dico perché ho davanti una donna, ma perché lo penso sinceramente. Le donne sanno essere accoglienti, sono più problematiche, più aperte e poi possono procreare. Credo che nelle società, da quelle più storiche fino ad arrivare ai giorni nostri, la gestione della procreazione sia stata pessima da parte degli uomini. Le donne, in altre parole, dovevano essere delle incubatrici: questo o in maniera lampante, come ai tempi del Fascismo, o in modo più velato.

Prima di scrivere la sceneggiatura di Profeti, hai studiato? Ti sei documentato?

Per me il cinema è un'indagine, quasi da entomologo. Bisogna studiare e indagare, perché il cinema serve a capire o capirsi, e a cercare di capire l'essere umano e la sua violenza, come faceva Stanley Kubrick. Il bel cinema è sempre un'indagine in qualche modo, perché ti svela qualcosa che non sapevi. Quindi per indagare bisogna studiare, e a me piace studiare, a differenza di quando andavo a scuola. È stato molto interessante, nel caso di Profeti, vedere i video e parlare con donne islamiste, perché ho appreso cose che mi hanno davvero sconcertato. Puoi trovare quelle sottomesse obtorto collo, oppure quelle psicologicamente sottomesse, ma ci sono anche quelle che a un primo impatto appaiono liberamente islamiste, e che quindi propagandano la loro segregazione. È assurdo, è come come se un nero, durante l'Apartheid, avesse detto: "Che bello non avere gli stessi diritti dei bianchi.

Ma com’è possibile che ci siano donne come Nur, che credono nella superiorità dell'uomo e nell'importanza della guerra santa?

Credo che Nur sia (e parlo delle donne islamiste estremiste) un po’ come quelle donne che in Italia vengono picchiate dai mariti ubriachi e dicono: "Eh, vabbé, poverino!". Psicologicamente è la stessa cosa e significa aver accettato un'ingiustizia, perché la prigionia porta anche ad amare il proprio carceriere, e infatti esiste la cosiddetta Sindrome di Stoccolma. Ci sono tante cose dietro e dentro, è difficile giudicare. Anche nel film su Stefano Cucchi ho cercato di giudicare sempre molto poco, preferisco sia lo spettatore a farsi un'idea, però io posso sempre indurlo a riflettere portando dei fatti, raccontando una storia. Nel caso di Profeti, quando una mia amica, che è la consulente della sceneggiatura e che ha vissuto un'esperienza del genere perché è stata rapita da una frazione di Al Qaeda in Siria nel 2013, e cioè quando l’ISIS ancora doveva maturare nel suo orrore, quando mi ha detto che dormiva nello stesso letto di una donna estremista, mi sono molto meravigliato. Mi sembrava una situazione teatrale e folle, e nel mio film ho dovuto tagliare scene che andavano in questa direzione. Mi piaceva, anche cinematograficamente, il fatto che due donne stessero sempre dentro una casa vestite uguali e che quindi non ci fosse l'escamotage dei costumi. Era giusto che fossero solo la loro essenza: entrambe in cattività e sottomesse all'uomo.

I personaggi di Nur e di Sara sono diametralmente opposti. Nur è imperturbabile, anche perché il suo viso non è minimamente segnato da rughe, mentre Sara è dolore, emozione. Sara piange, grida, ha le occhiaie. Come hai lavorato con Isabella Nefar e Jasmine Trinca per ottenere un contrasto tanto forte?

Allontanandole. Per certi versi sono stato facilitato perché c'era il Covid, e poi Isabel era a Londra. È arrivata in Italia e ho cercato di organizzare un incontro, ma quando ho visto che era complicato, ho deciso di tenerla lontana da Jasmine. Io lavoravo molto con Isabelle e poco con Jasmine, perché fra me e Jasmine c'è una sintonia incredibile. Ho una fiducia totale in lei. Avrei difficoltà a lavorare con altre attrici, perché Jasmine ed io vediamo il mondo esattamente nello stesso modo, quindi ci capiamo al volo. Trovo che sia una persona di una grazia, di un'intelligenza e di una bravura, e anche di un'educazione incredibili. Isabella è ieratica, però ha fatto sicuramente riferimento alla sua parte familiare iraniana, che quindi non è araba, tanto è vero che l'arabo ha dovuto impararlo, però sicuramente ha fatto riferimento a quel tipo di cultura del Medio Oriente.

Hai mai pensato di trovare un compromesso fra Nur e Sara e di far sciogliere un po’ Nur?

La monodimensionalità di Isabella è perfetta per il film. A un certo punto ci è venuto un dubbio. Potevamo chiederci: "Vabbé, cerchiamo di farle avvicinare di più", ma come facevo a rendere anche cinematograficamente appetibile una donna che allude alle stragi del Bataclan? È chiaro che avrebbe funzionato da un punto di vista commerciale suggerire che quella dell'Isis a un certo punto cominciava a capire che in fondo l'altra non era poi così nel torto. E invece no: Nur non dubita mai, come non dubitavano le terroriste tedesche e le ausiliarie delle SS nei campi di concentramento. Non mi andava di raccontare la favoletta, anche perché ci sono molte persone che sono morte per colpa di gente come Nur.

Qual è secondo te l'antidoto a un mondo che per paura è aggressivo e ingiusto?

Per fortuna ci sono le donne, sembra una paraculata ma non è così, e lo dico proprio perché ho una figlia di 11 anni, e mi auguro che lei possa vivere in un mondo migliore di quello di 30, 50, 60 anni fa. Ci sono le donne, ed è vero che esiste, soprattutto nel campo politico, l'aggressività, però voglio sperare che in qualche modo questo apporto sempre più ampio ci aiuti.

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