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Pacifiction: la nostra intervista al regista Albert Serra

Abbiamo incontrato il regista catalano, che ci ha parlato dei temi del suo film e del modo in cui l'ha girato come un fiume in piena, alternando ironia e rifllessioni attente e precise sul nostro mondo. Pacifiction arriva nei cinema italiani il 18 maggio con Movies Inspired. Ecco l'intervista di Federico Gironi a Albert Serra.

Pacifiction: la nostra intervista al regista Albert Serra

Devo iniziare con una confessione. Non sono mai stato, in passato, un grande fan di Albert Serra. Ho sempre avuto dei problemi con il modo in cui intendeva e faceva il cinema, con film come La Mort de Louis XIV o Liberté. Lo consideravo un emblema di una certa cinefilia festivaliera un po’ spocchiosa e ostentatamente intellò con la quale non ho una grande sintonia.
Poi ho visto Pacifiction, a Cannes 2023, e sono rimasto a bocca aperta.
Poi, quando pochi mesi fa Albert Serra è venuto a Roma per Rendez-vous - Nuovo Cinema Francese 2023, e ho avuto modo di intervistarlo, ho avuto la conferma di quanto amici che lo avevano già incontrato mi avevano anticipato: Serra non è solo un regista molto intelligente, ma anche un uomo scanzonato e simpatico, che sa bene cosa prendere sul serio e cosa no.
Pacifiction debutterà nelle sale italiane il 18 maggio con Movies Inspired, e qui di seguito trovate quello che Serra mi ha raccontato una soleggiata mattina di marzo, appena sveglio o quasi, ma comunque capace di un fiume inarrestabile e travolgente e stimolante di parole

Pacifiction: il trailer e la trama

Sull’isola di Tahiti, nella Polinesia francese, l’Alto Commissario della Repubblica De Roller, rappresentante dello stato francese, è un uomo calcolatore, ma dai modi impeccabili. Nei ricevimenti ufficiali, così come negli ambienti più equivoci, misura costantemente il polso di una popolazione locale la cui collera può manifestarsi in qualsiasi momento. Soprattutto da quando circola una voce insistente: l’avvistamento di un sottomarino, presenza spettrale che annuncerebbe una ripresa dei test nucleari francesi.

Intervista a Albert Serra, regista di Pacifiction

D: Vorrei cominciare parlando dell’origine dell'idea di mettere insieme il concetto di catastrofe e con quello di paradiso, di farli flirtare assieme...

R: Beh, è una cosa molto cinematografica in sé, no? E non è solo qualcosa di cinematografico, c’è anche della letteratura dentro. Mi è sempre piaciuto parlare di un’era che è al tramonto e di qualcosa di nuovo che sta sorgendo. Altrimenti tutto è noioso, piatto, è la vita quotidiana di qualcuno dove niente sta cambiando. E poi c’è questa tensione nel soggetto del film che nasce dal nucleare. Tutta l’attenzione che diamo alla guerra in Ucraina e alla Russia, nasce dal nucleare. Se non ci fosse di mezzo il nucleare non interesserebbe niente a nessuno. Sarebbe considerato come un conflitto interno, una questione tra due nazioni e basta. Invece c’è una grande attenzione non solo per la vicinanza, ma per la questione nucleare, che non è mica uno scherzo. Quindi il nucleare è interessante. All’inizio per me era un gioco, chi poteva immaginare ci sarebbe stata la guerra in Ucraina, gli ultimi test nucleari risalgono al 1996, e quindi lo utilizzavo come un artificio.
L’idea del paradiso nasce perché non volevo girare in Europa, nella Francia continentale, perché, non so, mi sembrava un contesto troppo borghese, e di non avere le energie per renderlo abbastanza interessante. Forse ora ci riuscirei, non so, ma in quel momento mi sono detto “andiamo in qualche luogo esotico. Andiamo a parlare del mondo contemporaneo ma con un atteggiamento rilassato, in un luogo paradisiaco”. E ho iniziato a pensare ovviamente alle colonie d’oltremare francesi. Tahiti era il posto che aveva l’immaginario migliore, sai, per via di Gauguin, e perché è davvero un luogo paradisiaco. Non è un luogo tropicale, è davvero un paradiso. Infatti lì dicono sempre “qui non può succederti nulla di male”. Non ci sono serpenti, non ci sono squali, non ci sono scorpioni, non ci sono tsunami, il tempo è sempre buono. L’unica cosa che può succederti è che ti cada in testa una noce di cocco! O al massimo un pesce ragno nella sabbia, questo è tutto. È davvero un paradiso in terra. Tutto questo l’ho imparato mentre ero lì, ma c’erano comunque quelle immagini iconiche.


Mi interessava mischiare tutto questo con i lati oscuri del mondo presente, con la minaccia nucleare… Ho girato tantissime cose che poi non sono finite nel film… Per esempio ci sono delle cose relative al personaggio di Sergi Lopez, che interpreta il padrone della discoteca, e che era coinvolto in questioni di corruzione, in speculazioni immobiliari, che non sono finite nel film. Avevo 540 ore di girato, avevo cose molto diverse tra loro, mi piace lavorare in questo modo, mi piace avere questa eterogeneità. Ma quando mi sono ritrovato al montaggio la questione del nucleare è quella che mi ispirava di più, era la più onirica, la più fantastica, la più astratta. Era la cosa che ti faceva sentire che lì c’era una minaccia. Storie di corruzione e di speculazione edilizia le abbiamo viste centinaia di migliaia di volte in serie tv e altro. Quindi ho continuato a lavorare attorno al tema del nucleare. Pensavo fosse interessante, anche solo l’idea delle voci che circolano… Ho comprato i diritti di molte immagini di veri funghi atomici, e ho provato a inserirle nel film per dare maggiore concretezza, ma ho capito che non erano necessarie, che era meglio senza, che era meglio la sola l’idea delle voci che si spargevano. Erano in qualche modo poetiche, certo, queste immagini sono bellissime, anche se sono agghiaccianti, ma ho capito che solo parlare del nucleare sarebbe stato sufficiente. Perché è qualcosa di moderno che si scontrava benissimo con questo paradiso terrestre, con il ricordo delle immagini di Gauguin, e quelle di Tabù di Murnau… Un luogo che ha una sua naturale innocenza che però contiene al suo interno qualcosa di oscuro, di marcio.

D: È interessante che lei abbia parlato del nucleare come di qualcosa di importante perché non lo possiamo vedere…

R: Nel momento in cui ho provato a visualizzarlo, non mi è piaciuto. Faceva schifo!

D: …anche perché guardando il film si ha sempre la sensazione che questi personaggi, specialmente il protagonista interpretato da Benoît Magimel, incontrino sempre una qualche resistenza, anche solo quando camminano, che attraversino qualcosa di denso.

R: È una tensione coloniale. Il sospetto perenne che ci sia qualcosa di pericoloso attorno. Credo che sia una buona metafora per il mondo futuro, perché ho la teoria che tutto il mondo diverrà una colonia in futuro: una colonia dei ricchi. Se per esempio vai nel centro di Londra oggi, che rappresenta probabilmente l’esempio più estremo, è orribile. Ci sono solo ricchi. Anzi no, i figli dei ricchi. I ricchi non vivono nemmeno lì. Ci sono questi figli di miliardari mediorientali, con macchine enormi… A Parigi non è così, a Parigi ci sono ancora delle librerie, ci sono ancora degli intellettuali che riescono a vivere nel centro della città, c’è ancora una vita normale… Ma nel centro di Londra tutto è finito: trovi solo negozi di lusso, i ricchi, i figli dei ricchi: questo vuol dire che oramai è una colonia. Al massimo ci sono degli avvocati e gente della finanza, ma nient’altro. Ho pensato allora che questa storia fosse una buona metafora per questo nuovo genere di relazione tra le persone, perché in mezzo non c’è niente: ci sono i sottoposti e ci sono le persone al potere, o addirittura quelle che non sappiamo siano al potere o cosa stanno facendo, perché il potere è opaco, il potere nel mondo contemporaneo è completamente opaco, il che è un paradosso, perché abbiamo internet e tutte queste tecnologie che permetterebbero la trasparenza, mentre invece il potere è diventato più opaco che mai, usando al contrario quegli strumenti. Penso che si tratti dello stesso concetto, mi piaceva questa idea.

D: E come ha lavorato con Benoît Magimel per far emergere questa sensazione, quella di qualcuno che si è smarrito nella sua stessa vita?

R: Perché è smarrito come attore! È questo il punto. Sapevo che sarebbe stato interessante: se si fosse sentito smarrito come attore, lo avremmo notato nel film finito ma avremmo attribuito lo smarrimento al personaggio, e non all’attore. Ho sempre lavorato su questa idea: ci sei tu come individuo, poi ci sei tu come attore di fronte alla macchina da presa, con la tua vanità, con tutto quello che ti rende diverso, e poi c’è il personaggio, che è quello che vediamo sullo schermo. Lavoro sempre su questi tre elementi, su queste tre dimensioni dello stesso corpo, se vogliamo dirla così. Per me è molto importante, e è per esempio la ragione per cui nessuno dei miei attori, nemmeno Benoît, ha mai letto il copione prima di iniziare a girare, per cui non faccio mai prove. Quindi loro arrivano sul posto e… a volte uso gli auricolari… ma cerco di rendere le cose complicate. Quindi prima dico un sì, e poi invece un no, e poi di nuovo di sì… Faccio di tutto per rendere le cose il più imprevedibili possibile, perché non si abituino a niente. Quindi Benoît era in una sorta di tensione costante, ma in maniera leggera, perché lui è un attore molto sicuro di sé e voleva mostrare di essere il migliore, era molto competitivo, specialmente i primi giorni, poi le cose sono cambiate e sono stato in grado di dirigerlo meglio. Questo sistema richiede molta concentrazione: sai magari hai l’auricolare, e ti trovi a girare una scena in cui non sai esattamente cosa stia succedendo, e devi capirlo in tempo reale, e capire chi è chi, e sintonizzarti in quel contesto. Poi magari dici una battuta, e mentre la dici arriva giù quella successiva nell’auricolare… c’è grande tensione e grande concentrazione. E tutto questo si traduce in un tono iperrealistico, più reale della realtà, in qualche modo freddo ma allo stesso tempo stranamente commovente, in un modo che è difficile precisare.


Ho portato avanti quest’idea che era anche nei miei film precedenti, il fregarmene di tutto, e il creare questa tensione con Benoît attraverso la non comunicazione, in modo che fosse costretto a scoprire le cose in tempo reale ogni volta. Per me la pressione sugli attori è l’unico modo per creare intensità, altrimenti tutto è piatto. Non credo nella collaborazione. Non credo che si possano ottenere buoni risultati dicendo “tu ora fai questo e questo, dici questo e questo, e tutto andrà bene”. È meglio mettere pressione. È meglio la non comunicazione. Ne sono fermamente convinto. Penso che così le macchine da presa, le tre camere digitali che uso, possano catturare cose in maniera molto più sottile. Qualsiasi cosa tu faccia coscientemente sarà sempre meno interessante di quello che la camera può catturare quando non sei in controllo come attore, e perfino come regista. Credo che il cinema contemporaneo possa giocare molto con questi elementi. La mia idea è che con queste videocamere e con questa maniera di girare siamo in grado di catturare quello che l’attore cerca di nascondere. Di solito un attore vuole mostrare qualcosa, vuole dare qualcosa alla macchina da presa, e la macchina da presa cattura quello. Andava bene negli anni Cinquanta e Sessanta, quando la gente era ancora innocente, la società era ancora innocente, e c’era questa idea per cui gli attori potessero essere interessanti perché quello che c’era dentro il corpo delle persone e della società era più o meno buono, c’era questa specie di illusione idealistica. Ora invece parli con le persone, e sono tutti solo interessati ai soldi, sono tutti egoisti, non ci sono più sogni e aspirazioni collettive, e qualsiasi cosa un qualunque attore voglia mostrare sarà comunque una stronzata, rispetto al passato. E penso allora che con questo approccio un po’ più critico su quello che la macchina da presa riprende… e poi così è invisibile! 540 ore di girato, tre macchine da presa che riprendevano un lavoro complicato sempre con degli zoom, di modo tale che l’attore non sapesse mai se gli stavamo facendo un primo piano o no, se stavamo riprendendo lui o i libri dietro di lui, o un televisore. Non sapevano mai cosa stessimo facendo.
Ma allo stesso tempo tutto questo è finzione, una finzione perfetta, una storia fantastica ma anche molto… normale. Non è la realtà, è una creazione, è una interpretazione della realtà, una sua espressione.

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