The Mandalorian, la recensione di uno Star Wars disinvolto

01 maggio 2020
4 di 5

Uno sguardo alla serie The Mandalorian su Disney+, spigliato e convinto apporto autoriale di Jon Favreau alla saga di George Lucas.

The Mandalorian, la recensione di uno Star Wars disinvolto

Un Mandaloriano (Pedro Pascal) cacciatore di taglie raccoglie sul pianeta Nevarro una commissione che sta per cambiargli la vita: il recupero di un soggetto che si rivela essere un... bambino "alieno". Almeno ai suoi occhi, perché ai nostri è un "baby Yoda". Come mai le sacche di resistenza dell'Impero, nel periodo tra Il ritorno dello Jedi e Il risveglio della Forza, sembrano cercarlo con tanta insistenza? Con l'aiuto di Cara Dune (Gina Carano), ex-ribelle ora mercenaria, il nostro eroe solitario deciderà di proteggerlo, scoprendosi forse anche meno solitario.

Accolto con estremo calore dei fan di Star Wars anche della primissima ora, The Mandalorian è un prodotto assai interessante anche per chi non dovesse vivere di serie tv ma si sentisse orfano dello Star Wars cinematografico, non soddisfatto dalla nuova trilogia disneyana. La serie in streaming su Disney+, con una prima stagione di otto episodi di 30-40 minuti ciascuno, è stata ideata e in gran parte scritta da Jon Favreau, iniziale motore del Marvel Cinematic Universe con il suo Iron Man: preferiamo citare simbolicamente questo suo trascorso, piuttosto che il recente remake del Re Leone, trionfale al boxoffice ma parecchio più parassitario di questo lavoro più ispirato.
The Mandalorian ha tre qualità che sono mancate nel Risveglio della Forza, Gli ultimi Jedi e L'ascesa di Skywalker: è umile, è divertito e ha una sua identità. E' umile perché, pur essendo di ottima fattura tecnica ed estetica, non è una produzione che metta troppo il fiato sul collo ai suoi autori: non deve recuperare elementi della trilogia storica in modo ossessivo, per convincerci di esserne all'altezza. Sa di doverne seguire il solco con tranquillità. Al cinema inoltre i precedenti storici mandaloriani, Jango e Boba Fett, non erano mai stati al centro dell'attenzione, quindi si respira un po' di libertà in più... e si sente appunto nel divertimento e nella disinvoltura del racconto, ironico senza diventare parodistico, serio senza sfociare nella cupezza eccessiva.

Il terzo punto, quello dell'identità di The Mandalorian, è ciò che troviamo più intrigante: non è la prima volta che Jon Favreau prova a contaminare il western con la fantascienza. Ci provò anni fa col flop di Cowboys & Aliens, qui rigioca la carta, forte del sostegno della Lucasfilm / Disney che gli copre le spalle. Il bello è che Jon non deve forzare troppo la mano, perché l'anima western di Star Wars è sempre stata piuttosto evidente, si tratta solo di stralciarla, espanderla e farla esplodere con "Mando" e la sua impenetrabilità, tra Clint Eastwood e il Charles Bronson di C'era una volta il West.
L'autorialità di Favreau è misurata, perché non si lancia a corpo morto sul franchise come fece Rian Johnson, ma nemmeno usa i film originali come copie carbone in stile J. J. Abrams. E' un'autorialità umile che sa essere anche collettiva: The Mandalorian rappresenta in modo molto più convincente della nuova trilogia un ponte tra lo Star Wars del passato e quello disneyano. Favreau apre con un primo episodio diretto da Dave Filoni, veterano regista della serie animata Clone Wars, e chiude con un'ultima puntata firmata da un attivissimo nuovo acquisto di rilievo della famiglia Disney con il terzo (e prossimamente quarto) Thor, quel Taika Waititi premio Oscar, qui spiritoso interprete pure del droide cacciatore IG-11. Il personaggio di Baby Yoda, tenero e già pronto per il marketing, è pura strategia commerciale Disney, vero, ma rimane una rivisitazione centratissima di alcuni temi fondamentali della serie, che non verrebbero altrimenti toccati in un contesto di cacciatori di taglie duri e drastici. Un colpo al cerchio e uno alla botte: c'è intelligenza. Non che mancasse nel pure apprezzato Rogue One, ma il film di Edwards si doveva concentrare sull'aspetto bellico, senza spazio per una necessaria porzione di leggerezza, che invece Favreau e i suoi garantiscono.

C'è anche da considerare che il formato della serie, con puntate di quella durata, provoca un salto nel tempo ai vecchi serial cinematografici con cliffhanger finali, semplici ma immediati e divertenti, gli antenati così amati da Lucas e Spielberg per la creazione di Guerre stellari e Indiana Jones. Se mai dovessimo muovere una critica a The Mandalorian è in una sensibile disomogeneità che abbiamo avvertito nella parte centrale della stagione: il quarto, quinto e sesto episodio sembrano dei filler che parcheggiano il plot principale un po' troppo a lungo. Il quarto (diretto da Bryce Dallas Howard!) sembra un intero western concentrato in mezz'ora, troppo veloce per trasmettere l'addestramento bellico di una comunità pacifica. Il quinto, ancora di Filoni, è una divagazione, così come il sesto di Rick Famuyiwa, per lo meno però costruito come un coinvolgente esercizio di stile in una location claustrofobica. In ogni caso il divertimento non scende mai troppo, complice la galvanizzante colonna sonora di Ludwig Göransson, e sfodera belle sfide come una puntata quasi del tutto muta (la seconda). Tutto ridecolla nel dittico finale, sfoderando il villain interpretato da Giancarlo Esposito, realmente minaccioso, tanto da eclissare pure l'efficacia di comprimari di lusso come Werner Herzog, Carl Weathers e Nick Nolte.
Testimonia la solidità di The Mandalorian il protagonista stesso, interpretato da un Pedro Pascal che, non potendo mostrare il viso, si appoggia a una mimica accennata che basta a farci affezionare a lui e a tutti i personaggi che gli gravitano intorno, con un trasporto che chi scrive non è mai riuscito a provare per Rey, Finn e Kylo.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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