Triple Frontier: J.C. Chandor parla ancora di avidità e sopravvivenza in questo particolare film d'azione targato Netflix

12 marzo 2019
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Il film è stato scritto da Mark Boal, anche produttore esecutivo con Kathryn Bigelow, e si vede. In streaming dal 13 marzo 2019.

Triple Frontier: J.C. Chandor parla ancora di avidità e sopravvivenza in questo particolare film d'azione targato Netflix

Non è affatto difficile rintracciare dentro Triple Frontier i temi più importanti che hanno caratterizzato fino a questo momento il cinema di J.C. Chandor, uno dei grandi sottovalutati di questi anni Duemila.
Dentro questo suo nuovo film ci sono infatti il lavoro di squadra, la pressione psicologica e l’avidità di Margin Call; c’è la lotta per la sopravvivenza di All is Lost; ci sono il sogno di riscatto e le scorciatoie che conducono al fallimento di 1981: Indagine a New York.
E però ci sono anche tutti quegli aspetti militari e tattici che ti aspetti da una sceneggiatura firmata da Mark Boal, il giornalista-diventato-sceneggiatore di The Hurt Locker e Zero Dark Thirty, che il film lo produce esecutivamente proprio assieme a Kathryn Bigelow.
Perché i cinque protagonisti (Ben Affleck, Oscar Isaac, Charlie Hunnam, Garrett Hedlund e Pedro Pascal) sono cinque ex membri dei reparti speciali delle forze armate americane che, dopo aver svolto missioni pericolose e più o meno ufficiali in tutto il mondo, ed essere stati congedati per un motivo o per l’altro, campano un po’ come possono e come gli capita. Fino a quando uno di loro (Isaac) non propone agli altri di tornare assieme per un’ultima missione: entrare nella casa di un narcotrafficante che vive nella giungla e non si fida delle banche, e portagli via i soldi, che custodisce in contanti e sotto il materasso.

Nelle mani della Bigelow, che inizialmente avrebbe dovuto dirigere la sceneggiatura di Boal, è ovvio che Triple Frontier sarebbe stato un film del tutto diverso, dove appunto l’aspetto tattico-cinetico della vicenda sarebbe stato lo strumento principe del racconto, sotto al quale tessere l’intreccio delle questioni motivazionali e psicologiche.
Non è che Chandor faccia il contrario, ma mette i due aspetti perlomeno sullo stesso piano, applicando poi alla vicenda del film quel velo di cupa amarezza legata all’ineluttabilità del destino che è stata tipica del suo cinema precedente.
Perché, in qualche modo, è chiaro da subito che il piano di questi cinque disgraziati che tentano di unire l’utile al dilettevole facendo fuori un cattivone e garantirsi così la ricca pensione che il loro governo non gli ha concesso, non potrà andare a buon fine. Lo è perché qualcosa nei loro volti e nel loro modi di comportarsi li mostra per gli sconfitti che sono e che saranno sempre (e da questo punto di vista, il personaggio interpretato da Ben Affleck è esemplare, così come la scelta di scritturare proprio lui, in piena modalità “Sad Ben”).

Ma anche a non voler o saper essere così intuitivi, lo è anche perché alla preparazione e all’esecuzione del loro piano è dedicata una parte di film che è sicuramente inferiore - dal punto di vista del minutaggio - a quello che i presupposti avrebbero potuto lasciare intuire, mentre è quello che accade dopo che interessa a Chandor.
Per il regista non c’è nulla di sorprendente, infatti, nel fatto che i suoi cinque protagonisti riescano a fare alla perfezione ciò che sono nati per fare. Né, tutto sommato, nel loro farsi prendere dall’avidità e portare via molto più di quello che avevano pensato - e che è furbo e logico - portare via. A Chandor interessa vedere come questo tentativo di rivalsa e di ricchezza sia inevitabilmente destinato (letteralmente) al fallimento.

Triple Frontier parla di fallimento, ma non lo è, anche se non è - con tutta evidenza - riuscito come altri film di Chandor. A mancargli è forse un po’ di convinzione, di spessore emotivo, anche per via dell’’aiuto non sempre all’altezza da parte di un cast di protagonisti che (con l’eccezione del citato Affleck, e di un Pedro Pascal che pare un Murdoch dell’A-Team, ma senza la pazzia) è un po’ troppo imbambolato: non sono Hunnam e Hedlund, che saranno pure fisicati e carini, ma non dei grandissimi attori, ma anche Isaac, qui meno efficace che altrove.
Segnamoci invece il nome di Adria Arjona, perché ne risentiremo parlare.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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