The War - Il pianeta delle scimmie, la nostra recensione dell'ultimo atto della trilogia

11 luglio 2017
4 di 5
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La storia di Cesare raggiunge il climax con un film epico e prezioso.

The War - Il pianeta delle scimmie, la nostra recensione dell'ultimo atto della trilogia

La guerra tra esseri umani e scimmie evolute è ormai all'apice. Quando un comandante degli umani noto come il Colonnello (Woody Harrelson) arriva a uccidere membri del branco di Cesare (Andy Serkis), quest'ultimo parte con alcuni fedelissimi per vendicarsi. Scoprirà un mondo di sofferenze e torture, nel quale l'unico futuro è rappresentato dalle scimmie, se sapranno strappare con forza e dolore gli ultimi legami con gli uomini.

La trilogia iniziata con L'alba del pianeta delle scimmie (2011) e proseguita con Apes Revolution (2014) giunge al termine con questo The War - Il pianeta delle scimmie nel mondo migliore possibile. Il regista Matt Reeves, anche sceneggiatore con Mark Bomback, usa infatti la macchina dei grandi franchise, ormai praticamente unico mezzo rimasto a Hollywood per muoversi all'interno di budget corposi, per mettere in scena un epico film d'avventura, che si guadagna la sua personalità a dispetto delle sue radici nel circolo vizioso di remake e reboot. Reeves trasmette il suo affetto per tutte le suggestioni che ama e ci si parano davanti agli occhi: un poderoso retaggio western (con spiazzanti compiacimenti lirici degni di Sergio Leone), una tensione da action movie in cui nessuno sembra mai al sicuro, un'atmosfera cupa e cruenta che non si piega ai dettami del PG-13, e un doveroso omaggio all'atmosfera della Grande Fuga.

Ad accompagnare ogni componente dell'esperienza c'è la duttile colonna sonora di un ispirato Michael Giacchino: in sintonia con lo spirito della regia, abbraccia i grandi compositori cinematografici del passato con una sottile ironia che non diventa mai ammiccamento sterile. E' cinema d'intrattenimento nel senso più glorioso del termine, con un occhio registico che cerca di evitare le banalità, sostenuto da una tecnica cinematografica che in sei anni si è evoluta a tal punto da non farsi più notare e da reggere primissimi piani con un realismo sconcertante: l'eccelsa performance capture della Weta Digital non sfigura mai, immersa in ambienti concreti dove gli elementi si respirano, accompagnata da una fotografia di Michael Seresin (che fu operatore per Fuga di mezzanotte!) lontana da ogni tentazione di leccata luminosità digitale.

Anche se la seconda metà è relativamente più scontata e didascalica della prima parte, più evocativa e affascinante nella sua mancanza di bussola, The War non perde mai del tutto il suo equilibrio ragionato. E' semplice e naturale ogni lettura del racconto: da quella ecologista più scontata, passando per il fantasma di ogni genocidio, finendo con quella più sottile e inquietante, che incrina fino a demolire l'illusione del dominio attivo dell'essere umano sulla Terra, paventando una sua regressione. La forza di quest'ultima lettura è nella sua costruzione nell'ambito della stessa macchina produttiva: a parte Serkis e gli interpreti delle scimmie in performance capture, nella trilogia nessun attore che appaia in qualità d'essere umano è stato mai riconfermato tra un film e l'altro. Se l'uomo non può dominare più sulla Terra, non può dominare nemmeno nel racconto, lasciando campo libero a una mutazione genetica della recitazione, che nella magia tecnologica del cinema attuale fonde uomo e animale, animazione e cinema dal vero. Non per limitarsi a stupirci con un giro nel luna park della CGI, ma per raccontare bene e meglio.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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