The Strangers 2: Prey at Night, recensione del film horror diretto da Johannes Roberts e scritto da Bryan Bertino

29 maggio 2018
3.5 di 5
16

Dopo 10 anni, tornano i misteriosi killer mascherati di The Strangers.

The Strangers 2: Prey at Night, recensione del film horror diretto da Johannes Roberts e scritto da Bryan Bertino

Sono passati dieci anni, e in casa non ci si chiude più. Dalla casa si esce, perché la casa non è più un rifugio, e perché ci sono questioni che lì dentro non possono essere risolte.
Sono passati dieci anni e Bryan Bertino, che nel 2008 ha scritto e diretto uno degli home invasion più influenti e intelligenti di questo nuovo secolo, ribalta l’assunto di quel film per poter continuare a essere coerente, e per continuare a divertirsi. Scrive quindi un nuovo copione che non solo esce di casa, ma si affida in prevalenza agli spazi aperti; che continua a parlare della violenza gratuita che ci circonda, ma che la ricollega a quella normativa e moralista degli slasher degli anni Ottanta; che affida a Johannes Roberts, uno che fa quello che deve fare senza sbavature, e con una manciata di intuizioni - formali e non - davvero notevoli.

Che tutto sia cambiato, lo capiamo dai primissimi secondi del film, e dalla musica. Ad accompagnare le gesta efferate dei tre killer mascherati - Dollface, Pin Up Girl e Man in the Mask - non c’è più tomandandy (che, coincidenza, non aveva solo musicato il primo The Strangers, ma anche il precedente film di Roberts, 47 metri) ma i synth anni 80 del pop di Kim Wilde (“Kids in America” è la prima canzone che si sente, nel prologo del film, e poi arriverà anche "Cambidia") e di Bonnie Tyler, la cui “Total Eclipse of the Heart” è parte integrante e importante di una delle scene più belle del film, ambientata ai bordi di una piscina tra palme artificiali al neon, mentre il resto della storia vive intinta nel buio e nelle luci arancioni dei lampioni.
Allora è facile anche per i più distratti capire che, se The Strangers 2: Prey at Night è tutto ambientato tra i caravan di un campeggio che si chiama Catlin Lake Getaway è perché si fa il verso al Camp Crystal Lake di Venerdì 13. E che il vagare tra i viali deserti e i caravan vuoti del campeggio dei protagonisti, mentre i tre killer mascherati giocano con loro al gatto col topo, sta lì per riecheggiare quello tra i viali e le villette suburbane di Halloween.
E non serve essere storici del cinema per capire che nelle ultime scene del film c’è la parafrasi di quelle di Non aprite quella porta, che non c’entra niente con gli anni Ottanta, ma che c’entra con lo slasher, e con The Strangers.

Tutto si tiene, in The Strangers 2: Prey at Night.
Perché c’è sempre Dollface a suonare alla porta per chiedere se Tamara è in casa, e perché è sempre lei che risponde a chi le chiede perché stiano facendo quello che fanno. “Perché eravate in casa”, rispondeva a Liv Tyler dieci anni fa; “E perché no?”, risponde oggi a Bailee Madison, che passa da misfit a eroina, da condannata a sopravvissuta, nel corso degli 85 minuti del film.
Perché non è più mica troppo tempo per i giochini sadici alla Funny Games, ora i killer vanno dritti al sodo, e di tempo non ne perdono mica tanto.
Perché che si tratti di una casa isolata che voleva essere rifugio, di un campeggio in riva a lago che è tappa per un nuovo cammino, di vialetti suburbani o di desolate campagne texane, è sempre con una violenza inaspettata e immanente che alla fine dobbiamo tutti fare i conti.
La violenza del nostro mondo, di fronte alla quale, per sopravvivere, bisogna sporcarsi le mani, ed essere un po’ farabutti anche noi, altrimenti le cose non finiscono.
Ma finiscono, poi, davvero? Alla fine, poco importa. Quel che importa, alla fine, è che The Strangers 2: Prey at Night è un gran divertimento.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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