The Dressmaker: recensione dell'eccentrico revenge-movie con Kate Winslet

25 aprile 2016
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L’attrice inglese gioca a fare Jessica Rabbit e a colpi di macchina da cucire combatte i nemici.

The Dressmaker: recensione dell'eccentrico revenge-movie con Kate Winslet

Grande, magnifica, magnetica e anticonformista Kate, che a quarant’anni può permettersi di sedurre Liam tartarughino di marmo Hemsworth, fratello minore del vichingo Chris che avevamo lasciato fra le braccia della giovane Katniss Everdeen di Hunger Games (Il primo, non il secondo). Ladies & gentlemen, la ribelle Ruth di Holy Smoke, diventata la dolce e stravagante Clementine di Se mi lasci ti cancello e la dolente carceriera nazista di The Reader, ha subito per la regista Jocelyn Moorhouse un’ennesima metamorfosi, trasformandosi in uno straniante miscuglio fra un Clint Eastwood da spaghetti western e un’icona della haute couture anni ’50 che veste Dior come nessuna mai. Strano ibrido, non c’è che dire, per un’attrice e per un personaggio cinematografico, ma del resto anche The Dressmaker - che prende spunto dall’omonimo romanzo di Rosalie Hamm - è una curiosa mistura, o meglio uno strano animale, una bestia fantastica a due teste: una seminascosta da un capellaccio da cowboy, l’altra deliziosamente incorniciata da un copricapo di piume in stile sophisticated comedy.

In realtà c’è ben poco di sofisticato nella polverosa cittadina di Dungatar, dove un’ex ragazzina sporca e spettinata accusata di aver commesso un omicidio fa ritorno con una valigia e una macchina da cucire. Piuttosto, è una landa inospitale e ostile il luogo in cui la moglie di quel P.J. Hogan che ha diretto Le nozze di Muriel ambienta un film che sulle prime è una storia di vendetta combinata a un blando thriller psicologico comprensivo di terapia d’urto che innesca il ricordo. Ma questi due generi, indistricabili fra loro, sono solo due facce di uno scintillante cubo di Rubik, di un film flessuoso come un corpo ben tornito che nemmeno per un istante si pone il problema di indossare il robusto soprabito della coerenza tematica, preferendo ammantarsi di una stravaganza di fondo che, almeno all’inizio, è affascinante quanto la Winslet in versione Jessica Rabbit che distrae i giocatori di una partita amatoriale di rugby. Si tratta di una stravaganza un po’ lynchana, a ben guardare, che non è artificiale e artificiosa, ma che risulta vera perché connaturata alla terra d’Australia, scenario ideale per vicende inventate che si alimentano di noir, di grottesco e perfino di glam - e non a caso, nei panni di un poliziotto che adora vestirsi da donna, c’è Hugo Weaving, la Mitzi del Bra dello stiloso Priscilla, la regina del deserto.

E tuttavia la regista, che pure raggiunge la perfezione nei costumi e nelle scenografie, si appoggia troppo a questa giustificata e giustificabile follia, gettando nel calderone di toni anche la commedia nera - il che va bene - e il melodramma - il che non va bene. Perché, fino a quando The Dressmaker è vulcanico e anarchico, fino a quando Mirtyle Dunnage e la a sua strampalata mamma Molly La pazza confezionano spettacolari vestiti da sera per le inacidite donne del villaggio o vanno al cinema a vedere Viale del Tramonto, il film conserva una sua portentosa originalità, addirittura un suo afflato femminista, ma non appena succede che il racconto si normalizza, la protagonista si fa vulnerabile, il passato riaffiora e soprattutto un melodramma più tragico che melenso soffoca la favola dark, ecco che la giostra si rompe e il sentiero di lustrini che dalle passerelle di Parigi e Milano è giunto fino all’Outback viene ricoperto e soffocato da un tappeto nero e pesante di malinconia.

Però è così che va la vita ed è così che vanno i film, e quando qualcuno ha fin da bambino nel proprio DNA sciagura e sfortuna, è assai improbabile che vada incontro a un destino felice. Ciò non toglie che il cambiamento sia brusco, eccessivamente brusco, appesantito da mini-subplot in stile soap-opera che man mano prendono piede ma si rivelano inefficaci perché riguardano un’umanità meschina di cui meno si sa e meglio è. E se è giusto che questi personaggi secondari non abbiano una redenzione perché attaccati con le unghie e con i denti a una cattiveria che ne fa dei villain da fiaba paurosa o da fumetto, è invece sbagliato tentare, a mezza via, di umanizzarli e di liberarli dalla caricatura, anche se, nel caso della mamma di Tilly (impersonata da un’eccellente Judy Davis) la transizione è felice.

The Dressmaker, insomma, non sa decidere fra realismo magico e affresco sociale e non riesce nemmeno nel miracolo di far nascere dal caos una qualche forma di prodigioso ordine. Un gioco tuttavia il film lo vince: il gioco di un’attrice che non deve per forza dimostrare di essere brava, ma che per una volta punta quasi il tutto per tutto su curve, sguardo fatale e camminata alla Marilyn. Oh, sublime Kate!



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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