Snitch - L'infiltrato: recensione del film con Dwayne Johnson

15 gennaio 2020
2.5 di 5

Un thriller venato di dramma sociale e familiare, con un The Rock insolito e un sacco di solidi comprimari.

Snitch - L'infiltrato: recensione del film con Dwayne Johnson

Dwayne Johnson è una delle più grandi star hollywoodiane di questi anni. Uno degli attori più pagati: perché è uno di quelli che fa incassare di più. Dwayne Johnson è l'eroe d'azione per eccellenza dei nostri tempi, ma non è solo un corpo: da navigato uomo di spettacolo - cos'altro è, il wrestling, se non una sofisticatissima e allo stesso tempo straordinariamente grossolana espressione dello show business? - conosce benissimo l'importanza delle tante sfumature dell'entertainment, e non disdegna affatto la commedia. Che, anzi, è forse la cosa che gli viene meglio in assoluto.
Tra un Fast & Furious e un Jumanji, tra un Be Cool e un San Andreas, Johnson non si quindi è fatto mancare nemmeno sortite da attore più serio: tra le quali c'è appunto quella di Snitch - L'infiltrato. Che di commedia non ne ha nemmeno l'ombra, ma non è nemmeno il film d'azione cui l'attore ha abituato il suo pubblico. Non c'è traccia di superomismo, qui: anzi, a dispetto di quel corpo imponente, e di quella montagna di muscoli, Snitch è il film dove The Rock viene pure pestato e lasciato a terra da un branco di teppisti di strada.

La storia - ispirata a fatti realmente accaduti, ma anche chi se ne frega - è quella di un padre divorziato, ex camionista, che gestisce la sua società di trasporti e che, quando il figlio si fa arrestare perché un amico gli ha spedito a casa 2000 pasticche di ectasy, cerca di fare di tutto per evitargli la galera, trovando un accordo con un procuratore federale: la scarcerazione del ragazzo in cambio della cattura di qualche pezzo grosso, con l'uomo ad agire sotto copertura per incastrarlo.
Ed è una storia che il regista Ric Roman Waugh (quello che più di recente ha firmato Attacco al potere 3, ma che ha all'attivo film belli ruvidi come Felon e La fratellanza) gira mirando al massimo grado di realismo possibile, senza però dimenticare - da ex stuntman qual è, l'importanza dell'azione; concendendosi, verso il finale, una spettacolare sequenza d'inseguimento tra camion e auto.

A dire la verità, Snitch è uno di quei film che, per tutta la sua prima mezz'ora, ti fa quasi venire voglia di cambiare canale (se lo si sta vedendo in tv) o di interromperlo (nel caso di streaming o altro): di qui anche il voto in stelle che campeggia qui sopra.
Waugh sembra faticare a trovare il passo e il registro, esagerando con la retorica moralista così come nel pathos familiare, e nella voglia di evidenziare come certe leggi sulla droga negli Stati Uniti siano eccessivamente restrittive e punitive: per non parlare dell'obbligo di delazione per ridurre la pena.
Fatto sta, però, che qualcosa cambia quando nel film appaiono Susan Sarandon (che è la spregiudicata procuratrice con cui il John Matthews di Johnson troverà un accordo) e Jon Bernthal (un dipendente di Matthews con precedenti penali che lo farà entrare in contatto con un grosso spacciatore). E che, quando poi Matthews inizia ad agire sotto copertura, il film compie un cambio di passo quasi sorprendente, e inizia all'improvviso a essere intrigante.
Volendo, c'è pure l'evidente simbolismo, a segnare questo passaggio di stato: Johnson che dismette la giacca elegante da bravo imprenditore e padre di famiglia, e indossa il giaccone Carhatt da lavoro per iniziare sporcarsi le mani.

Quando le cose si fanno serie, e il suo protagonista si inoltra da infiltrato nel sottobosco criminale,  ecco che Waugh lascia da parte, almeno fino agli ultimissimi minuti, la retorica e i massimi sistemi per abbracciare un registro crime che vorrebbe evocare atmosfere quasi manniane, tra doppi e tripli giochi, e triangolazioni tra spacciatori del Missouri, agenti federali e cartelli della droga messicani.
Solo un elemento di partenza rimane tale, e viene ripreso anche dalle linea narrativa che riguarda il personaggio di Benrthal, e perfino quello di "El Topo", il boss messicano con cui il personaggio di Johnson entra in contatto: il tema della paternità, e delle scelte che un padre è disposto a compiere pur di proteggere i proprio figli.
La regia di Waugh è di solido mestiere e Johnson sostiene il film sulle sue spalle larghe, senza mai dover usare i muscoli, o l'ironia, ma solo il volto quasi sempre tirato e la voce, dimostrando di sapersela cavare anche in queste circostanze per lui, francamente, insolite, e di essere un attore completo, e migliore di molti altri. Poi certo, a un certo punto cerca "cartello della droga" su Wikipedia, ma questo è un altro discorso.
E, a sua volta, Johnson si può appoggiare a colleghi in gamba: Sarandon e Bernthal, appunto, ma anche Barry Pepper, perfetto nei panni dell'agente della DEA che fa da angelo custode a Matthews mentre è sotto copertura, e "lo spacciatore" Michael Kenneth Williams.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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