Serpico: la recensione

22 settembre 2020
4 di 5

Da una storia vera, uno dei film simbolo della Hollywood degli anni Settanta, diretto da un Sidney Lumet in gran forma e interpretato da un Al Pacino controllato e leggendario. La recensione di Serpico di Federico Gironi.

Serpico: la recensione

Siamo all’inizio degli anni Settanta, e negli Stati Uniti (come in molti altri paesi del mondo) il sogno della Summer of Love e l’onda di cambiamento della controcultura si stavano dissolvendo contro il muro di resistenza di un sistema ben più solido e determinato a conservarsi di quanto si era immaginato.
Al mito del peace&love si andava sostituendo la dura realtà di una protesta che diventava violenta, e di una repressione ancora peggiore. All’utopia psichedelica, la tossicodipendenza. E poi Nixon, il Watergate, la crisi economica, le città che diventavano violente e pericolose.
A tutto questo il cinema reagisce con una New Hollywood che racconta la disillusione e la solitudine dell’individuo, costretto in un mondo che non solo non è cambiato, ma che lo soffoca sempre di più dentro le sue istituzioni politiche, sociali, familiari. E con un cinema di genere, nello specifico il genere poliziesco, che racconta figure di poliziotti che sembrano volersi mettere al di sopra della legge stessa, per garantire l’ordine e la sicurezza.

Ricordare tutto questo è fondamentale per capire il coraggio e l’importanza di Serpico, prima ancora di apprezzarne la riuscita artistica.
Scegliendo di raccontare la storia del vero Frank Serpico, poliziotto newyorchese che ha strenuamente lottato contro la corruzione dei suoi colleghi e di tutto il dipartimento di polizia di New York, e che da questa lotta è uscito sostanzialmente (ma non formalmente) sconfitto, Sidney Lumet non solo s’iscrive a pieno titolo in quella New Hollywood che raccontava figure in lotta con il loro mondo, e spesso destinate a venirne sopraffatte, ma ribaltava anche la visione da far west di film come Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! e Il braccio violento della legge (per non parlare di quella del successivo Il giustiziere della notte).
Serpico è un film che racconta una figura di poliziotto antitetica a quella del Callaghan di Eastwood e del Popeye Doyle di Hackman: quella di un anticonformista (dai look che hanno influenzato perfino il Monnezza di Tomas Milian) che ha fatto sua la lezione arrivata dalla fine degli anni Sessanta, ma che crede fermamente non solo nella legge e nella legalità, ma soprattutto nella necessità imprescindibile di etica e morale.

A incarnare questa figura così determinata e testarda, ma anche malinconica e sofferente, e perfino a tratti rabbiosa, un Al Pacino giovanissimo e magnifico, che veniva dritto dalla nomination all’Oscar per Il Padrino (che bisserà con questo film) e da pochissimo altro, capace di un’interpretazione che, ancora oggi, è tra le massime vette della sua carriera.
Il Pacino di Serpico non è quello tonitruante, fiammeggiante e sopra le righe di film come Scarface, quello che oramai è fissato nella mente di moltissimi spettatori, ma un attore più controllato e imploso, capace di lavorare sulle sfumature, sui gesti, e di lasciar sfogare il suo istrionismo e la sua foga in maniera sempre precisa e funzionale. Il Pacino che, per fare un esempio solo e non casuale, ritroveremo altrettanto bravo, se non di più, in Carlito’s Way di Brian De Palma.
Non casuale perché, a ben vedere, Serpico e Carlito’s Way sono due film assai simili tra loro, a partire dall’incipit che racconta del loro protagonista ferito e condotto in ospedale e dal successivo racconto in flashback, ma anche per il racconto di due personaggi che, sul lato opposto della legge, cercano disperatamente e vanamente di realizzare un sogno di cambiamento, collettivo da un lato e individuale dall’altro, e di trovare entrambi una pace interiore che gli è sempre negata.

E poi c’è New York.
Una New York che diventa, grazie a Lumet e alla sua capacità di racconare luoghi e ambienti, oltre che personaggi, un vero e proprio protagonista del film. Metropoli che in quegli anni stava sprofondando in un baratro dal quale riemergerà solo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, viene raccontata da Lumet evitando ogni luogo comune, ogni angolo iconico e stravisto, ma mostrando quello che c’era dietro l’immagine da cartolina, lo sporco sotto il tappeto, le infinite ombre dietro le mille luci. Un po’ come farà anni dopo Walter Hill in quel film manifesto sulla New York di quegli anni che è stato I guerrieri della notte.

Lumet, che con questo film diverrà uno degli autori cardine del cinema americano degli anni Settanta, assembla gli elementi - storia vera, cronaca sociale e politica, realtà urbana, elemento umano - con uno sguardo e una lingua cinematografici precisi e puliti, privi di inutili fronzoli e capaci di arrivare all’essenziale di situazioni e storia, e all’essenza dei personaggi e delle loro vicende pubbliche e interiori. Il suo, quello di Serpico, è un cinema libero eppure studiatissimo, lo spirito è liberal senza mai eccedere in inutili partigianerie, capace di passare indenne i decenni e arrivare fino a noi con la stessa energia e la stessa passione.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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