Dead Silence: la recensione del film horror di James Wan

23 maggio 2020
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Dopo lo straordinario successo dell'esordio di Saw, James Wan (col fido Leigh Whannell alla sceneggiatura) diresse un film che, col senno di poi, può essere considerato il punto di partenza delle serie di Insidious e The Conjuring che sono venute dopo. L'inizio della fine di un certo modo di fare horror, e l'inizio di un altro.

Dead Silence: la recensione del film horror di James Wan

Subito dopo lo straordinario successo critico del primo Saw - che non era affatto male, e che a suo modo è stato un film capace di inaugurare non solo una serie, ma tutto un filone di nuovi horror - a James Wan e al suo sceneggiatore Leigh Whannell venne consigliato di mettersi subito al lavoro su qualcosa di nuovo, svincolato dalla serie, per ottenere un nuovo contratto e avere le spalle protette nel caso quel loro film d’esordio si fosse rivelato un insuccesso.
Fu così che, in fretta e furia, venne scritto il copione di Dead Silence, i cui problemi evidenti non hanno però in realtà molto a che vedere con le dinamiche e i tempi della sua realizzazione.

Wan è oggi uno dei personaggi più potenti di Hollywood, grazie a una serie fortunatissima di straordinari successi al botteghino firmati come regista o come produttore: e non penso solo ad Aquaman o a Fast & Furious 7, ma anche e soprattutto alle serie horror di Insidious e The Conjuring e Annabelle. Serie che, assieme a quella di Saw, andata progressivamente a rotoli, hanno contribuito alla degenerazione industriale e lunaparkesca, e allo svuotamento di senso socio-politico, di un genere glorioso e felicemente eversivo come l’horror. A dispetto dei milioni incassati.
Ed è proprio Dead Silence, il secondo film da regista di Wan, quello che dimostra quale fosse realmente la sua idea e concezione di cinema horror, e di come Saw sia stato solo poco più di un fortunato incidente giovanile.

Lasciamo perdere la banalità della trama, i limiti di messa in scena probabilmente dovuti a questioni di budget, il fatto che Ryan Kwanten, con tutto il bene che gli può volere per essere stato il Jason Stackhouse di True Blood, sia un attore dal talento più che discutibile, e che Wan non gli ha messo a fianco gente più solida (il povero Donnie Wahlberg fa quello che può col personaggio che gli è stato affidato, e Amber Valletta qui è poco più di una bella statuina).
Di tutto questo mi interessa molto poco. Quello che mi interessa è che Dead Silence è il punto d’origine di tutto quello è venuto dopo, con Wan e con i suoi emuli: l’inizio della fine di un certo horror, se vogliamo.

Fotografia patinata, jump scares non solo come facile trick ma come imperativo narrativo, mix sonoro ruffiano a supportare tutto questo: sono le tre regole d’oro su cui si è basato il successo di Wan, che è furbo e bravo a infiocchettare quello che dirige con una messa in scena capace di ammiccare allo spettatore.
E però, sotto la superficie, alla fine giro nel tunnel degli orrori, che spaventa in maniera meccanica e (quindi) innocua, e figuriamoci poi perturbare, c’è il niente. Il vuoto.
Piaccia o meno (e a me non piace) un film come Dead Silence esaurisce sé stesso e il suo lascito alla fine dei titoli di coda, senza che lo spettatore porti a casa non dico una riflessione, un pensiero, uno sguardo sul mondo come ai bel tempi del New Horror dei Romero, dei Cronenberg, dei Carpenter, ma nemmeno un sano senso di inquietudine.
Certo, l’horror non è stato sempre politico. Prima del New Horror, e dopo, ci sono stati innumerevoli film che di politico - perlomeno esplicitamente - avevano ben poco. Ma almeno avevano dalla loro l’eleganza, o la storia, o la voglia di sperimentare un’estetica, o il coraggio della radicalità.

Dead Silence (e tutto il cinema de paura prodotto da Wan da quel momento in avanti) sta al cinema horror come le merendine industriali stanno al maritozzo con la panna fatto dalla pasticceria buona sotto casa, o alla Sacher Torte di morettiana memoria. Come un Tavernello sta a un buon Chianti, con o senza fave & fegato.
Ovviamente siete liberissimi di apprezzarlo lo stesso, e stando ai numeri del box office lo fate in tanti: basta però avere consapevolezza di quello che si consuma.
E peccato che questo horror fast-food stia uccidendo quello di qualità (suonerà come una bestemmia, ma certa ideologia di Wan la si ritrova perfino dentro un Hereditary), e che molti di voi non avranno tempo a sufficienza per sviluppare il gusto e apprezzare la differenza tra questo e quello.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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