Come ti ammazzo il bodyguard: recensione della commedia d'azione con Ryan Reynolds e Samuel L. Jackson

02 ottobre 2017
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Un po' 48 ore, un po' Arma letale, il film è uno spensierato e gradevole prodotto d'intrattenimento.

Come ti ammazzo il bodyguard: recensione della commedia d'azione con Ryan Reynolds e Samuel L. Jackson

In The Hitman's Bodyguard c'è Samuel L. Jackson, che è un killer dotato di un suo particolare codice morale nonché di un notevole senso dell'umorismo, diventato testimone chiave in un processo contro un feroce dittatore bielorusso, e per questo nel mirino di gente senza scrupoli che lo vuole far fuori. E poi c'è Ryan Reynolds, guardia del corpo d'eccellenza caduta in disgrazia, che si ritrova suo malgrado a proteggere proprio colui che per anni è stato il suo peggior nemico.
In più di una scena del film Jackson scoppia a ridere di gran gusto di fronte al pericolo, o ai sermoni e le rivelazioni di Reynolds. Persino nel finale, di fronte all'inevitabile e seriosissimo speech del villain di turno, il killer esplode in una sonora risata.
È il suo carattere, certo. Ma è anche il segno concreto dello spirito che pervade tutto il film di Patrick Hughes.
Perché la caratteristica principale di The Hitman's Bodyguard, non è l'avere un titolo italiano molto più cretino di quello originale: quella, purtroppo, è cosa abbastanza comune.  La caratteristica principale di questo film, e assieme il suo pregio più rilevante, è il suo non prendersi mai troppo sul serio; nemmeno quando le cose si fanno serie.

Questo non significa che Come ti ammazzo il bodyguard, a dispetto di questo titolo, sia un film cretino o completamente sopra le righe.
Lo dimostrano scene d'azione ben disegnate e realizzate dal regista che ha già firmato il sottovalutato western Red Hill o il terzo capitolo della serie dei Mercenari, che non risparmiano sangue e violenza. Lo dimostra anche una trama che parla, senza ironie o alleggerimenti di qualsivoglia natura, di genocidi - quelli compiuti dal personaggio interpretato con la consueta maestria da Gary Oldman - che sono tutto tranne che da ridere, o raccontate con uno spirito esagerato e paradossale che li renda irreali, o lontani dal mondo che ci circonda. Al contrario.
Perché, e questo è il punto, c'è una bella differenza tra essere cretini e il non prendersi troppo sul serio. Tra la stupidità e la leggerezza come atteggiamento esistenziale sostenibile anche di fronte alle cose più gravi.

Certo, è chiaro che se i modelli espliciti del film di Hughes sono i 48 ore di Walter Hill e gli Arma letale con Mel Gibson e Danny Glover (citato esplicitamente il primo capitolo della serie in una scena di tortura con acqua e elettricità che ricorda quella di Mr. Endo), è inevitabile che la leggerezza, l'ironia e l'umorismo stian lì a fare da controcanto e da sordina agli aspetti più ruvidi del racconto e dell'azione.
E certo, rispetto a quei modelli - ferma restando la buona alchimia tra Jackson e Reynolds, col secondo che imparerà la leggerezza, e non solo, dal primo - non è che questo film qui segni chissà quale passo avanti o innovazione, risultando anzi pure un po' derivativo e poco originale.  
Ma ciò non toglie nulla alla capacità di The Hitman's Bodyguard di fare quel che deve fare: regalare un paio d'ore scarse d'intrattenimento, qualche emozione e diverse risate.  

Se a volte il gioco di Hughes si fa troppo smaccato, come quando indulge troppo sulla questione sentimentale - Jackson e Reynolds sono dove sono e fanno quello che fanno, fondamentalmente, per le donne che amano -, o quando il giochino dei flashback stranianti fatti di situazioni cupe o violente condite con la musica più cheesy che si possa immaginare (e sì, il riferimento a Guardia del corpo non è assolutamente casuale), ecco che il regista azzecca senza incertezze alcune notevoli scommesse.
Non solo nel gioco delle parti tra i due protagonisti, o nella cattiveria nera e profonda del dittatore di Oldman, ma anche e soprattutto nel ruolo affidato a Salma Hayek, che si getta anima e corpo formosissimo per dar vita alla moglie del killer di Jackson: una messicana che dire tutto pepe è poco, che è puro jalapeño concentrato, tra linguaggio da camionista, carattere infernale, erotismo esplosivo e la capacità di menare le mani di un combattente d'incontri di lotta clandestini e senza regole.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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