Batman v Superman: Dawn of Justice, la nostra recensione del cinecomic di Zack Snyder

23 marzo 2016
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I due supereroi si scontrano... fino a un certo punto.

Batman v Superman: Dawn of Justice, la nostra recensione del cinecomic di Zack Snyder

Dopo lo scontro col generale Zod in L'uomo d'acciaio, Superman (Henry Cavill) divide l'opinione pubblica di Metropolis e del mondo: è un prezioso eroe o un'arma potenzialmente incontrollabile? Contemporaneamente, a Gotham, Batman (Ben Affleck) cerca le prove che lo conducano a un'organizzazione criminale. I due eroi diffidano uno dell'altro: Clark Kent trova Bruce Wayne un vigilante senza etica morale, mentre quest'ultimo non ha fiducia nella bontà del mondo, men che mai in un buono semidio. Lex Luthor (Jesse Eisenberg), folle giovane magnate, deciderà di approfittare dell'attrito.

Nel 1964 Umberto Eco dedicò ai supereroi un saggio interessante, "Il mito di Superman": nel testo li identificava come versioni moderne delle figure mitologiche, ma ne delineava anche un limite derivante dalla loro serialità commerciale. Per essere eterno come gli si addice, il mito non può essere caduco, nè invecchiare, nè morire, nè sorprendere: siccome elaborare una vera "storia" implica evoluzioni sostanziali dei personaggi che li portino verso una fine / termine di qualche tipo, le narrazioni in una lunga serie di uscite devono essere pretesti, a coprire una sostanza immutabile. Altrimenti la mitologia stessa decade. Aveva ragione? Sì, ma quando Eco ha scritto il saggio non si era ancora imbattuto in Alan Moore o Frank Miller, che negli anni Ottanta, approfittando di preziose occasioni e continuity alternative, tra Watchmen e rivisitazioni di Superman e Batman, hanno creato ciò che a qualcuno poteva mancare: la magia della caducità, dei percorsi fatali e della consapevolezza del trascorrere del tempo. Per molti rivoluzionando il fumetto, ma anche potenziando il fascino di Superman e Batman, nati rispettivamente nel 1938 e nel 1939, capostipiti delle due tipologie di supereroe, il semidio e il vigilante. Simboli di una cultura.

Fatta questa premessa, dobbiamo usarla per rispondere a una domanda: Batman V Superman: Dawn of Justice è un evento straziante come le pagine di "Il ritorno del Cavaliere Oscuro" di Frank Miller (1986) o è l'ingranaggio di una pura macchina seriale? Quella per intenderci che faceva agire insieme senza troppi problemi i due sin da "La squadra più potente del mondo!" (1952) e la nascita della Justice League (1960)? Se vi state chiedendo il vero motivo delle tre stelle in alto a destra, ve lo sveliamo: a parere di chi scrive, Batman V Superman ha l'enorme limite di voler mantenere due piedi in una scarpa.

Il ritorno del Cavaliere Oscuro di Miller è stato evocato come ispirazione dal regista Zack Snyder, che pure si è misurato anni fa con un one-shot da far tremare il megafono di un regista, cioè l'adattamento della citata graphic novel Watchmen di Moore e Gibbons (per non parlare di 300). Lasciamo ai fan il giudizio sul modo diverso in cui qui il conflitto tra i due eroi viene declinato (in un certo senso è quasi capovolto rispetto alla graphic novel), perché quello che ci interessa valutare ora è se un evento epocale come uno "scontro degli dei" possa convivere con una macchina cinematografica seriale che in sostanza ne teme le possibili conseguenze.

Il talento visivo rutilante e barocco di Snyder è lontano dalla maggiore asciuttezza di Christopher Nolan, ma il problema non è in quella consapevolezza di molti fan, cioè "Snyder non è Nolan". A parte il fatto che Nolan è coproduttore esecutivo di questo film, il regista del Cavaliere Oscuro del 2008 si poteva permettere un'etica intransigente alla Miller o alla Moore per un semplice motivo: non aveva l'obbligo di creare un "DC Cinematic Universe" che sfidasse apertamente al botteghino il dedalo di uscite Marvel. Nolan si muoveva negli invidiabili limiti di una trilogia autogestita e autoconclusiva, con una propria continuity ma soprattutto con quelle idee vere di caducità, tempo e fine. Snyder non può: Superman e Batman devono tornare, bisogna introdurre Wonder Woman (Gal Gadot), bisogna accennare alla futura Justice League, questo "evento" è un ingranaggio, e non riesce a nasconderlo abbastanza. Il dramma Snyder lo cerca, ma non lo può coltivare, perché sotto la facciata da graphic novel evento, batte il progetto di più uscite. Quella stessa serialità che deve per forza bagnare le polveri di una crescita e di un destino spiazzante e coinvolgente, per tornare ai concetti espressi all'inizio di questo testo: deve creare pretesti per tornare sempre a bomba e proteggere la riproducibilità all'infinito del mito.

Probabilmente ci sarà chi prenderà Batman V Superman per lo spettacolo puro e semplice che è, con i suoi combattimenti esplosivi, il suo apprezzabile look cupo, le centrate musiche di Hans Zimmer e Junkie XL, gli ammiccamenti ai fan. Ci sarà anche chi getterà strali su Ben Affleck, che qui riconferma purtroppo una certa fissità ma che ha un fisico molto coerente con l'imponenza di Wayne. E che forse potrebbe portarci qualche gradita sorpresa se si siederà anche dietro la macchina da presa nel ventilato assolo.

Sono tutti punti di vista legittimi, ci mancherebbe, ma la responsabilità dei risultati, nel contesto di Hollywood, non può cadere solo su volti, registi e sceneggiatori: se le major tornassero a concedersi il respiro che concessero a Christopher Nolan (o prima ancora a Tim Burton!), ne guadagnerebbe l'emozione e non solo il divertimento immediato.

Guarda anche: Batman v Superman: la nostra video recensione del film



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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