Ant-Man and the Wasp Recensione

Titolo originale: Ant-Man and the Wasp

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Ant-Man and the Wasp: recensione del cinecomic Marvel con Paul Rudd ed Evangeline Lilly

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Ant-Man and the Wasp: recensione del cinecomic Marvel con Paul Rudd ed Evangeline Lilly

In Ant-Man and the Wasp, la vecchia tuta di Scott (che poi era di Hank Pym) ha lasciato il posto a un'altra tuta, nuova, che però funziona un po' male, e che lo fa sempre diventare o troppo grande, o troppo piccolo.
Quella vecchia tuta riappare in scena, per un attimo solo, quando i protagonisti scoprono di averne bisogno per via di un suo componente, a sua volta funzionale a ritrovare qualcosa.
Che tutto ciò sia un'involontaria metafora della zoppicante riuscita di questo sequel? Di un film che cerca di ritrovare la strada per quello che era stato il primo Ant-Man, ma che siccome sente di dover anche aggiungere qualcosa e fare riferimenti esterni (maledetti Cinematic Universes!) finisce sempre col mancare la giusta misura?

E ancora.
In Ant-Man and the Wasp tutto è "quantico". Lo dice anche Paul Rudd, a un certo punto, di fronte a una conversazione ad altro tasso di competenze di fisica tra Hank, sua figlia Hope e un nuovo personaggio - scienziato anche lui - interpretato da Laurence Fishburne: "ma per voi è sempre tutto quantico?".
E siccome si parla di quelle cose lì, di stati della materia, e di dimensioni alternative; e visto che il succo del film sta nel tentativo di riportare indietro la moglie di Hank e mamma di Hope, rimasta nell'Universo Quantico per trent'anni; e visto che uno dei nuovi cattivi del film - che poi cattiva davvero non è - è Ghost, ovvero Ava, una che per motivi tanto per cambiare quantici, appare, scompare, attraversa le cose ma è fin troppo instabile; siccome tutto questo, alla fine, è instabile anche il film di Peyton Reed, che vuole essere in troppe dimensioni, e in troppi stati della materia tutti assieme. Vuole fare l'action scatenato, e pure il dramma familiare, e il film del Marvel Cinematic Universe pieno di agganci e rimandi che si traducono in spiegoni più noiosi di quelli scientifici, e ovviamente la commedia: che era la cosa che funzionava meglio nel primo film e che rimane quella che funziona meglio - forse l'unica - anche nel sequel.

Allora sì, fa ridere Ant-Man and the Wasp. Fa ridere anche tanto, quando entra in scena Michael Peña, che già nel primo film avrebbe meritato un monumento.
E torna la dimensione familiare, ma qui i padri non si devono più riabilitare, e serve che le donne (madri e compagne) tornino al posto e allo spazio che spettano loro di diritto, ma la chiave è fin troppo melodrammatica.
Sì, certo, c'è l'azione fracassona, nemmeno fatta male, ma dopo l'ennesima gag sulle micro-machine uno si stanca, e lo stesso vale per i richiami gulliveriani generati qui e lì dalla tuta di Scott. Sì, certo, Rudd continua a fare l'adulto bambinone che impara a prendersi le sue responsabilità, ma anche questo l'avevamo già visto.
Si vede che avevo ragione, insomma, quando scrivendo (bene) del primo Ant-Man dicevo che si sentiva che la farina, quella buona, era quasi tutta del sacco di Edgar Wright, e meno di Reed e di chi aveva riscritto il copione del defenestrato inglese.
Ci hanno provato, a replicare la formula, ma non gli è venuta ugualmente bene, a dispetto di Peña, a dispetto di Ghost (di gran lunga il personaggio drammaturgicamente più interessante, e più trascurato), a dispetto dell'umorismo.
Perché, alla fine, sono tornati a prendersi comunque troppo sul serio.

Ant-Man and the Wasp
Il Nuovo Trailer Italiano Ufficiale del Film - HD
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Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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