Ant-Man Recensione

Titolo originale: Ant-Man

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Ant-Man: la recensione del nuovo cinecomic della Marvel con Paul Rudd e Michael Douglas

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Ant-Man: la recensione del nuovo cinecomic della Marvel con Paul Rudd e Michael Douglas

Uno dei principali problemi dei tanti, forse troppi cinecomic di questi anni (e, temo, di quelli che verranno) è il fatto di prendersi quasi sempre dannatamente sul serio. Un altro, lo strapotere di un ipercinetismo fracassone e demolitorio che, purtroppo, finisce con lo schiacciare linee narrative, personaggi e psicologie. Ant-Man, che porta al cinema un personaggio minore ma per nulla da sottovalutare, aggira questi due grossi ostacoli con l’agilità che gli è propria, e rappresenta una necessaria boccata d’aria fresca per chi non ha pregiudiziali ideologiche contro i film targati Marvel o DC, ma è andato vicino al rifiuto per indigestione o è stanco degli integralismi da fanboy dei vari Comic-Con.
Già da solo, il personaggio di Ant-Man - con il suo potere paradossale, e il suo indugiare in quello spazio solitamente invisibile che spazia dal piccolo all’infinitamente piccolo - aveva in sé il potenziale necessario per operare in maniera iconoclasta all’interno del Marvelverse (e una scena in particolare, che racconta di un’incursione in un magazzino degli Avengers, lo dimostra alla perfezione), ma c’è da dire che l’esecuzione conferma queste le premesse.
 
Con tutto il rispetto per Peyton Reed - che in carriera ha firmato cose anche dignitose come Abbasso l’amore o Yes Man, ma che non è certo un autore o un regista con un segno particolarmente riconoscibile - Ant-Man porta ancora addosso, ben riconoscibile, il marchio di quell’Edgar Wright che aveva scritto il primo copione con l’amico Joe Cornish e che avrebbe dovuto dirigere il film prima di rompere con la Marvel per “divergenze creative”. È stato lo stesso Reed, infatti a confessare come idee come quella di partire da un heist movie, di fare del rapporto tra Hank Pym e Scott Lang uno di stampo mentore/discepolo, e quella di avere come teatro dello scontro finale con il villain una cameretta per bambini con tanto di trenino giocattolo (tre delle cose migliori del film, quindi) siano state di Wright e Cornish. Adam McKey e Paul Rudd, autori di successive riscritture, hanno aggiunto sicuramente quel gusto americano, più grossolano e meno anarchico, che è risultato più gradito alla Marvel, concentrandosi poi, con successo, sulla caratterizzazione ironica e antieroica dello Scott interpretato con efficacia dallo stesso Rudd.
Certo, rimane il rimpianto di quel che avrebbe potuto fare Wright se fosse rimasto in capo al progetto, ma non per questo c’è da attaccare aprioristicamente un film che si dimostra capace di divertire, divertirsi e prendersi in giro, smontando la prosopopea con la quale i cinecomic (perfino quelli di Whedon) presentano sé stessi.

Lo si dice esplicitamente, in Ant-Man: mentre gli Avengers salvano la Terra distruggendo intere città, qui la scala è ridotta, perfino microscopica, e non poteva essere altrimenti. Ma piccolo, e chi si occupa di fisica della materia lo sa benissimo, non vuol dire irrilevante, tutt’altro. E se allora Ant-Man altro non è che la storia di padri che devono riconquistare le loro figlie, tornare a essere eroi ai loro occhi, è perché troppo spesso - nella vita come nel cinema - ci si dimentica che per salvare la situazione macro è necessario mettere in sicurezza prima quella micro: anche se a volte può sembrare ridicolo, dall’esterno. È ancora una volta la scena del confronto finale tra Ant-Man e il Calabrone (villain monodimensionale e pretestuoso, di certo non di matrice wrightiana) a confermarlo: tanto violenti sembrano gli scontri tra i due visti in ottica mini, quanto ironica e paradossale è la scena vista dall’esterno, da una prospettiva normale.

Prospettive ribaltate, sberleffi iconoclasti e ironia diffusa sono i tre pilastri su cui si basa un film che, finalmente, riporta il cinecomic alla dimensione dell’intrattenimento puro e leggero, che abbatte a colpi di ironia e sarcasmo la pesante retorica supereroica degli ultimi anni, che agli scoppi delle bombe e dei palazzi preferisce quelli di risate (Michael Peña, in questo contesto, meriterebbe un monumento) e ha il coraggio di farsi bandiera di quell’autoironia che per noi e per il cinema è in fondo la più importante e efficace delle ancore di salvezza a disposizione.
Ant-Man (di)mostra infatti che il re è nudo, e svela il cinecomic per quello che è davvero anche quando tenta di darsi delle arie: e cioè anche, e per fortuna, qualcosa di cretino, di quella cretineria che il film con Rudd abbraccia felicemente e senza vergogna. Anche in questo modo, alla fine, il mondo è salvo, e con lui lo spettatore; salvo e migliore, quel tipo di mondo che ricompatta i legami, perdona gli errori e accetta con serenità una famiglia allargata con un animale domestico non esattamente tradizionale anch’esso.


 

Ant-Man
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Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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