Adaline - L'eterna giovinezza - la recensione del film con Blake Lively e Harrison Ford

31 marzo 2015
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Il regista Lee Toland Krieger racconta una fiaba ingenua ma ben recitata

Adaline - L'eterna giovinezza - la recensione del film con Blake Lively e Harrison Ford

Nata agli inizi del '900, Adaline Bowman (Blake Lively) quando ha quasi trent'anni sfiora la morte in un incidente: un'incredibile coincidenza astrale blocca il suo invecchiamento, rendendo da quel momento la sua vita un percorso in incognito e solitudine, fino ai giorni nostri. Con la prospettiva che muoia sua figlia ormai ottantenne (Ellen Burstyn), l'unica che conosca il suo segreto, cede all'affetto del giovane Ellis. Quando conoscerà i genitori di lui (Harrison Ford e Kathy Baker), capirà di non poter più fuggire.

Adaline - L'eterna giovinezza (The Age of Adaline), sceneggiatura del producer J. Mills Goodloe e Salvador Paskowitz, è passata negli ultimi anni di mano in mano, sfiorando la regia di Gabriele Muccino e l'interpretazione di Katherine Heigl e Natalie Portman, prima di assestarsi sul timone di Lee Toland Krieger e sulla protagonista Blake Lively. Non ci si stupisce di una gestazione piuttosto difficile, perché il tono fiabesco di Adaline è denso di un'ingenuità anacronistica quasi quanto l'età effettiva della protagonista. E' confortante comunque constatare che sia il regista sia l'attrice riescano per almeno due terzi del film a rendere umane e "impossibili plausibili" (per dirla con Walt Disney) le difficoltà di Adaline.

In particolare Blake Lively, entità sexy in Le belve di Oliver Stone, regge l'intero racconto con una presenza scenica anche calibrata e delicata, senza la paura di abbracciare il tono del film, una versione dieci volte meno ambiziosa di Il curioso caso di Benjamin Button e cento volte meno di Un'altra giovinezza (e non è un male). Si apprezza in particolare l'ironia con cui ciò che accade alla protagonista viene spiegato da una misteriosa quasi fredda voce fuori campo.

Dove Adaline – L'eterna giovinezza perde colpi è nel suo imporsi un lieto fine (tranquilli, non ve lo sveliamo!) che non fa prigionieri, abbattendo la già delicatissima plausibilità della premessa, portando i personaggi a comportarsi in modo poco credibile, anche nell'ambito del tema surreale trattato. Probabilmente è un vicolo cieco in cui gli autori si sono cacciati: premendo il pedale sul dramma, sarebbero stati più coerenti ma avrebbero perso il pubblico di riferimento del cinema sentimentale. Cercando il lieto fine, accontentano chi vuole sognare ma non chi sia affascinato dalle potenzialità inquietanti del racconto, forse incompatibili con alcuni schemi che qui invece vengono adottati senza sufficienti remore.

Anche se il più esigente rimane con l'amaro in bocca per questo motivo, la leggerezza fiabesca e antica del film mantiene una sua dignità, aiutata da attrici come Ellen Burstyn e Kathy Baker, dal fascino spavaldo del Michiel Huisman del Trono di Spade, ma soprattutto dalla solita naturalezza di Harrison Ford, reinventatosi come sereno caratterista.




  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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