Ted Bundy - Fascino criminale: la vera storia del serial killer più insospettabile d'America

-
775
Ted Bundy - Fascino criminale: la vera storia del serial killer più insospettabile d'America

In Ted Bundy - Fascino criminale di Joe Berlinger - che sempre per Netflix ha diretto anche una bellissima miniserie di documentari sullo stesso soggetto, Conversazioni con un killer: Il caso Bundy - quello che è probabilmente il più famigerato serial killer americano è interpretato da Zac Efron. Quello che vediamo e ascoltiamo nel film, raccontato dal punto di vista di Liz Koepfler, la donna che per sette anni fu legata al giovane e seducente carnefice di 36 ragazze e forse più, è tratto da testimonianze e fatti reali e in più di un punto la finzione si incrocia col documentario.

Ma chi era nella realtà questo enigmatico uomo che odiava le donne, ma dalle donne inconsapevoli della sua vita fu amato con una devozione cieca e assoluta? E perché colpì tanto l'immaginazione collettiva?

Al processo in Florida che nel 1980 ne decretò la condanna a morte, le groupie si accalcavano, mentre dopo la sua prima fuga dal tribunale di Aspen, quando saltò da una finestra al secondo piano, i fan gli dedicarono poesie satiriche e t-shirt ironiche. Nove anni dopo, il giorno prima della sua esecuzione sulla sedia elettrica nel penitenziario della Florida, il 24 gennaio 1989, subito fuori del carcere si scatenò invece un ignobile circo, un allegro happening adolescenziale in cui folle di persone, per lo più giovani, inneggiavano con giubilo alla prossima morte del killer, con gadget e t-shirt stavolta a tema macabro.

Theodore Robert Bundy era nato a Burlington, nel Vermont, il 24 novembre 1946, figlio illegittimo, forse di un marinaio, in un'epoca in cui questo costituiva ancora uno stigma. Per i primi tre anni venne cresciuto dai nonni e solo a vent'anni scoprì che quella che aveva sempre creduto la sorella maggiore era in realtà sua madre. Ambizioso, intelligente e di bell'aspetto, lottava contro un'insicurezza che gli veniva dalla sua condizione sociale e da un difetto di pronuncia, che riuscì a superare, sfoggiando da adulto un accento che molti definirono britannico. Si laureò in psicologia e intraprese, senza completarli, studi giuridici, si impegnò nel volontariato (fu alla linea telefonica di una clinica anti suicidi che nel 1971 conobbe l'ex poliziotta e autrice di libri true crime Ann Rule, che raccontò la storia della loro amicizia e dei suoi crimini in “Un estraneo al mio fianco”) e fu un fervente repubblicano, impegnato nella campagna elettorale di vari uomini politici.

Sportivo, sorridente, affettuoso, pieno di attenzioni e affidabile: questo era Ted Bundy per le sue compagne, tra cui Liz, che nonostante i tradimenti, i sospetti e le improvvise sparizioni da cui tornava esausto, i pericolosi e inquietanti oggetti che nascondeva a casa e nella Volkswagen maggiolino beige di lei, continuò a ignorare a lungo chi era l'uomo che le viveva accanto. Quando si sparse la voce che un certo Ted era ritenuto responsabile di una serie di rapimenti e violenti omicidi di giovani donne e la polizia diffuse un identikit, solo le insistenze di un'amica la convinsero a denunciarlo alla polizia. Ma molti anni dopo lui le mandava ancora poesie d'amore, che lei conservava gelosamente.

Liz non fu l'unica ad avere sospetti: Ann Rule, che lo aiutò anche finanziariamente, mentre scriveva il libro su una serie di delitti che poi si rivelarono commessi proprio da lui, segnalò il suo nome a un amico poliziotto. Ma Ted Bundy era abilissimo a nascondere questo suo lato oscuro e a crearsi rapporti e amicizie che legittimassero la sua normalità di bravo cittadino. In più aveva un volto gradevole ma un po' anonimo, che gli consentiva, con una notevole capacità camaleontica e poche modifiche, di cambiare totalmente aspetto. Attirava le sue vittime indossando una falsa ingessatura al braccio o alla gamba e mostrandosi bisognoso di aiuto per trasportare qualcosa, umile, sorridente e in apparenza innocuo, un metodo reso noto al cinema dal serial killer “composito” Buffalo Bill nel Silenzio degli innocenti. Erano gli anni Settanta, le ragazze giravano in autostop, c'era un'aria di libertà e sicurezza e lui si muoveva come uno squalo in un oceano pieno di pesci. Era un cacciatore abile ed esperto, che otteneva sempre quello che voleva ed era così sfacciato e sicuro della sua impunità da presentarsi col suo vero nome di battesimo.

Le sue vittime erano sempre ragazze carine e di buona famiglia, spesso studentesse universitarie, con lunghi capelli castani con la riga in mezzo: somigliavano a Stephanie Brooks, una upper class girl al cui mondo Ted avrebbe voluto disperatamente appartenere. È alla fine della loro relazione platonica, nel 1974, molti fanno risalire la causa scatenante dei suoi delitti (anche se oggi si ipotizza che Ted avesse ucciso per la prima volta da adolescente una bambina di 9 anni). Lei non lo riteneva abbastanza ambizioso e promettente e lo lasciò. Anni dopo, trasformato nel fisico e nella personalità, Ted si vendicò: seppe riconquistarla, lei accettò di sposarlo e lui la abbandonò senza spiegazioni. Nel frattempo era già diventato un killer provetto, che si lasciava dietro una scia di morte ovunque andasse a vivere: cambiando spesso nome e identità, colpì prima nell'Oregon, poi nell'Idaho, nello Utah, nel Colorado e per finire a Tallahassee in Florida, dove fuggì sotto falso nome dopo la seconda evasione dal carcere.

Fu lì che nella terribile notte del 15 gennaio 1978 fece irruzione nella sede dell'Associazione studentesca femminile Chi Omega nel campus dell'Università della Florida, dove con un grosso ceppo di legno colpì e uccise due ragazze addormentate e ne ferì gravemente due, per poi fuggire ed entrare nell'appartamento occupato da un'altra studentessa a qualche isolato di distanza. E fu sempre in Florida che commise l'ultimo orribile crimine: il rapimento e l'uccisione della piccola Kimberly Diane Leach, di soli 12 anni. La prova di compatibilità dei suoi denti coi morsi lasciati sulla carne di una delle vittime, gli sarebbero valsi la condanna a morte, una volta catturato, ancora una volta casualmente, ormai fuori controllo nella sua insaziabile sete di sangue.

In un periodo in cui il termine serial killer ancora non esisteva, non c'era internet e ogni segnalazione doveva essere controllata a mano e, soprattutto, i poliziotti dei vari Stati non avevano una task force comune per questo tipo di casi, ci vollero anni prima di assicurare alla giustizia un uomo insospettabile. Al processo, trasmesso per la prima volta in diretta tv, Ted Bundy si difese da solo con molta imperizia e il narcisismo che caratterizza questo tipo di criminali finì per nuocergli. Nel film di Joe Berlinger (e nei documentari) lo vediamo sbruffone, sprezzante, sicuro di sé. Nella realtà rifiutare il patteggiamento dichiarandosi colpevole, in cambio del carcere a vita, fu l'errore che lo portò sulla sedia elettrica perché la Giuria credette alle prove e non alle sue parole.

In tribunale si sposò perfino, con Carole Anne Boon, e con lei concepì una figlia mentre i secondini in carcere guardavano altrove. Anche lei, che lo aveva sempre difeso, alla fine lo lasciò e a pochi giorni dall'esecuzione della condanna Bundy si decise finalmente a raccontare tutto sui propri atroci crimini e a cercare di spiegarsi, nel tentativo di ritardarla (su Youtube ci sono queste interviste, col suo celebre attacco alla pornografia violenta per l'effetto che ha sui potenziali serial killer). Troppo tardi. Per lui non giunse mai nessuna grazia e con lui sono finiti in cenere i suoi orribili segreti. Ma trent'anni dopo la sua morte l'enigma di questo criminale bugiardo, ladro e assassino affascina ancora il mondo, che lo riscopre al cinema dal 9 maggio grazie a Ted Bundy - Fascino criminale.



Daniela Catelli
  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
Lascia un Commento
Schede di riferimento
Lascia un Commento