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La notte del 12, il racconto di un’ossessione: intervista con il regista Dominik Moll

L’ossessione di un investigatore per un caso irrisolto, un femminicidio in un contesto di mascolinità tossica. Abbiamo intervistato Dominik Moll, il regista del convincente thriller La notte del 12.

La notte del 12, il racconto di un’ossessione: intervista con il regista Dominik Moll

Uno dei film più interessanti di questa stagione, La notte del 12 è un polar sobrio e trattenuto, ma non per questo meno appassionante. Racconta la storia di un’ossessione, quella di un poliziotto alle prese con un caso che non riesce a risolvere, quello di una ragazza uccisa barbaramente da un uomo. Presentato in selezione ufficiale all'ultimo Festival di Cannes, La notte del 12 è ispirato a fatti realmente accaduti, raccontati in un libro.

È la storia di Yohan (Bastien Bouillon) che, da poco arrivato a capo della polizia giudiziaria di Grenoble, deve confrontarsi con un terribile omicidio. Insieme al collega Marceau (Bouli Lanners) porterà avanti le indagini su tutti i conoscenti della ragazza, svelando i molti segreti di una provincia all'apparenza tranquilla ma realizzando infine che ogni uomo è un potenziale colpevole.

Abbiamo intervistato telefonicamente il regista de La notte del 12, Dominik Moll.

Cosa ha trovato di particolarmente interessante nel libro da cui è tratto il film?

Non si fatta di un romanzo, ma di un saggio, 18.3 - une année à la PJ, scritto da Pauline Guéna, che ha passato un anno alla polizia giudiziaria di Versailles. È il resoconto di questa osservazione, del lavoro quotidiano degli inquirenti nel corso di un anno attraverso diverse inchieste. Un libro molto ricco, mi intrigava immergermi in un mondo che non conoscevo, e poi mi ha catturato subito una frase nella quarta di copertina che diceva, “alla polizia giudiziaria si racconta che ogni investigatore ha un crimine che lo ossessiona, che fa più male degli altri”. Leggendolo mi sono imbattuto nell’inchiesta su Clara, presente solo nelle ultime 50 pagine. Anche se il resto era molto interessante, in questo caso c’era qualcosa di intimo che legava l’inquirente e la vittima che lo tormenta. È questa ossessione per un crimine che non riesce a risolvere ad avermi interessato all’inizio, la maniera in cui gestisce questa situazione. Presto poi, lavorando con il mio cosceneggiatore Gilles Marchand, ci siamo resi conto come il fatto che si trattasse di un femminicidio, di una violenza degli uomini nei confronti delle donne, sarebbe stato un filo rosso importante.

È un contesto tutto al maschile, unito da un cameratismo evidente, alle prese con un delitto nei confronti di una giovane donna. Una relazione allo stesso tempo molto contemporanea, ma anche eterna come la violenza del sesso maschile nei confronti di quello femminile, specie in un contesto chiuso come quello di un paesino alle pendici delle montagne. Lo ha raccontato con pochi dialoghi, lavorando molto sull’inquietudine di un’atmosfera e di un personaggio, la vittima, sempre evocata ma assente.

Era importante che la sua presenza, anche se la si vede solo per due minuti all’inizio del film, echeggiasse in tutta la storia. Come dice lei, i rapporti fra i sessi basati sulla violenza, su una certa mascolinità tossica sono vecchi come il mondo, ma allo stesso tempo antichi e attuali, perché con il movimento MeToo se ne parla molto di più e per fortuna ci si presta un’attenzione maggiore rispetto a prima. La polizia giudiziaria è composta quasi esclusivamente da uomini e sono incaricati di risolvere proprio dei crimini compiuti da altri uomini contro le donne. Volevamo vedere come li ponesse di fronte alla propria mascolinità, come gestissero questa tensione, oltre alla traiettoria del protagonista, Yohan, che diventa sempre più ricettivo nei confronti della parola delle donne e rimette in questione alcuni riflessi condizionati. Come dice la migliore amica della vittima, “sembra che vogliate accusare Clara di essersela cercata perché amava i ragazzi sbagliati o aveva varie relazioni”. Si rischia di arrivare facilmente in quel contesto a un pensiero del genere. Il film cerca di smontare questo meccanismo.

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A proposito di meccanismi, La notte del 12 mette particolare cura nel rappresentare la procedura quotidiana di un’indagine per omicidio. Al cinema siamo abituati a una visione eroica dell’investigatore, mentre qui ci rendiamo conto della complessità e della lentezza di un’indagine.

È un altro aspetto che mi è piaciuto molto del libro di Pauline Guéna. La maggior parte del tempo il lavoro dei poliziotti non è particolarmente spettacolare o glorioso. Scrivono per lo più dei rapporti su computer e stampanti che spesso funzionano male. Ho passato una settimana alla polizia giudiziaria di Grenoble, dove la storia è ambientata, e ho potuto verificare come questi poliziotti non siano dei supereroi ma degli uomini (e pochissime donne) che fanno un lavoro duro e non sempre gratificante.

Mi sembra sia una storia di fantasmi, con più assenze che presenze a renderla particolarmente inquietante.

Naturalmente non sono fantasmi nel senso superficiale del termine, ma è vero che, anche se all’inizio delle inchieste non conoscono le vittime, a forze di indagare diventano familiari e in questo senso dei fantasmi, delle assenze, come per Marceau, il collega del protagonista, che parla sempre della sua donna ma non la vediamo mai. Tutte queste mancanze/assenze sono importanti e rispondono una all’altra.

Immagino che si sia posta la questione, da uomo, di raccontare una storia di violenza contro le donne.

L’intenzione di partenza, quello che mi interessava maggiormente era, come nel libro, raccontare l’ossessione di questo investigatore, solo in un secondo tempo ci siamo resi conto dell’importanza del fatto che la vittima fosse una donna. Da quel momento abbiamo cominciato a seguire quella pista, cercando di integrarne le problematiche senza farne un manifesto. Ci siamo posti delle domande senza per forza imporre delle risposte. Ma è evidente come il fatto che la vittima sia una donna riveste una grande importanza nel film.

Trovo interessante come il protagonista, Yohan, nasconda una tenerezza e una dolcezza particolare, che replica alla mascolinità tossica dell’assassino e del film in generale. Un personaggio solitario e taciturno, che si allena in bicicletta la notte in un velodromo per sfogare la tensione delle lunghe giornate a stretto contatto con la natura umana più malvagia.

È vero. Allo stesso tempo cerca di non lasciarsi sopraffare dalle emozioni, come invece capita a Marceau. Teme di finire come lui, per questo si costruisce delle barriere per tenere tutto sotto controllo. Si allena nel velodromo, ma sceglie di non avere una vita familiare, concentrandosi sul lavoro. È come un monaco, un asceta dedito alle indagini. Non si libera con la parola, ma attraverso il suo sguardo, soprattutto all’inizio. Poi nella seconda parte parla dei suoi dubbi per la prima volta con una giudice donna, cosa per lui più facile rispetto al confidare cose intime con i colleghi, con cui il rapporto di solito è più cameratesco, non prevede di mostrare debolezze.

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