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Il pataffio, il ghigno di un potere inadeguato: incontro con il cast a Locarno

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In arrivo in sala il 18 agosto è stato presentato in concorso al Locarno Film Festival Il pataffio una commedia che vola alto fra risate e vuoto esistenziale, una denuncia di un potere incapace di esercitare le sue prerogative.

Il pataffio, il ghigno di un potere inadeguato: incontro con il cast a Locarno

Una commedia medievale, fra commedia e una denuncia del vuoto di un potere inadeguato, ma anche di antieroi spaesati. Il nuovo film di Francesco Lagi, talento troppo poco prolifico del nostro cinema, arriva dopo l’esordio con Missione di pace e Quasi Natale. Si intitola Il pataffio, è un adattamento del romanzo omonimo di Luigi Malerba, è stato presentato in concorso al Locarno Film Festival 2022, e arriverà nelle sale il 18 agosto distribuito da 01.

Un affresco corale con un cast variegato, composto da Lino Musella e Viviana Cangiano, insieme a Valerio Mastandrea, Giorgio Tirabassi, Alessandro Gassmann, Vincenzo Nemolato e Giovanni Ludeno. Le musiche sono di Stefano Bollani.

In un remoto medioevo immaginato, un improbabile gruppo di soldati e cortigiani capitanati dal Marconte Berlocchio e dalla sua fresca sposa Bernarda, arriva in un feudo lontano. Ma quel castello è un postaccio decrepito abitato da villani per niente disposti a farsi governare. Tra appetiti profani e sacri languori, militi sgangherati e povericristi, un racconto sulla libertà, la fame, il sesso e il potere.

Così presenta il film il regista, direttamente da Locarno. “Incontrare il libro di Malerba è stato l’inizio di un viaggio in un mondo altro, un invito ad andare in un tempo e in un luogo che altrimenti non avrei mai visitato. Mi hanno fatto compagnia personaggi strampalati e struggenti che ho subito riconosciuto come nostri contemporanei. La parola uno dei temi più importanti del film, ci sono tanti dialoghi, molte cose succedono in scene a due, con rapporti diretti. Si doveva recitare forte, altrimenti non funzionava. Ognuno l’ha fatto con un modo di apparire ed esprimersi. Gli attori sentivano che il gioco era interessante, poi per rendere l’aspetto visivo del film più avvincente, in questa commedia umana in cui a tratti i personaggi sono maschere o pupazzi un po’ patetici, hanno tutti compreso necessità di segnare i personaggi con strani capelli, barbe, occhi”.

Valerio Mastandrea ha sottolineato la natura politica di questo film, la sua denuncia dell’inadeguatezza del potere. “La fuga dell’uomo che voleva comandare racconta mille fughe, non solo di dittatori lontani. Mi piace pensarla come una deresponsabilizzazione di qualcuno che vuole salvare sé stesso e basta. Tutta la retorica del potere come ordine finisce così nell’incapacità a esercitarlo. Non mi sembra solo lo specchio del nostro paese, ma anche un modo di intendere il potere in tutto il mondo occidentale. Mi sembra un film che parla in sostanza solo di quello. Conosco il progetto da tempo. Ho visto il film finito e completato e riconosco che siamo riusciti a suonare tutti insieme, ma i miei limiti nell’entrare in quella forma di recitazione vera e propria io li vedo, li conosco. Poi Lagi e gli altri mi hanno aiutato, ma per me non è stato assolutamente facile, ero quello che sgusciava più di tutti, anche sul linguaggio. Per divertirmi cercavo sempre di trovare qualcosa in più, attento a non essere eccessivo e scadere in una modernità di intenzione rispetto a certi passaggi. È stato anche per me un lavoro stimolante, non è facile trovare cose che ti appassionino ancora dopo tanto tempo. Questa per me è stata anche una sfida. Sono contento di averla accettata”.

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Un’altra convincente interpretazione è quella del protagonista vero e propio de Il pataffio, il marconte Bellocchio, signorotto arricchito da nozze opportunistiche. “Anche se rimaneggiata e sfoltita la sceneggiatura aveva un corpo molto forte, oltre ai termini naturalistici e logici per raccontare questa storia c’era bisogno anche di molta disperazione. È veramente raro partecipare a un film con tutti elementi che devono essere in sintonia. Ognuno di noi si preoccupava che le scene degli altri fossero andate bene, perché ogni dettaglio componeva il quadro. Il mio è un personaggio che vive di tutti i rapporti, in relazione con tutti gli altri e questo ti dà molte possibilità. Ci sono stati momenti in cui cercavi la chiave in diretta, magari di ammorbidire, di rendere più semplice, ma sentivi subito che il testo non entrava, che il paradosso della situazione non riuscivi a raccontarla e da fuori ci veniva subito segnalato. Ci diceva ‘recitate forte’, che non vuol dire necessariamente urlare. È un materiale che richiede una costante intensità”.

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