Il Pataffio: la recensione del film di Francesco Lagi in concorso a Locarno

07 agosto 2022
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Francesco Lagi dirige Il pataffio, in concorso al Locarno Film Festival 2022, adattamento dell'omonimo romanzo di Luigi Malerba, con Lino Musella, Valerio Mastandrea, Giorgio Tirabassi e Alessandro Gassmann tra gli interpreti. La recensione di Federico Gironi

Il Pataffio: la recensione del film di Francesco Lagi in concorso a Locarno

Per favore, non chiamatelo Brancaleone.
Certo, che il capolavoro di Monicelli c’entri qualcosa, con Il Pataffio, o viceversa, non è questione che si possa negare. Basterebbe vedere come Alessandro Gassmann, pur in un ruolo assai diverso, faccia spesso e volentieri shadow boxing contro il fantasma di papà Vittorio.
Ma non è possibile negare, ugualmente, che pur toccando mondi e toni simili, pur prendendo spunto e riferimento, Francesco Lagi abbia fatto un film molto diverso. Con un’identità sua, autonoma, capace di rispecchiare il presente.
Basterebbe vedere come Lagi lavora sull’umorismo e la comicità, per dirne una. In un modo che da una parte sembra implicitamente ammettere, e non potrebbe essere altrimenti, che replicare Monicelli, e soprattutto i livelli di quella lingua e quelle battute, sarebbe stata opera improba per chiunque; ma che, soprattutto, sta a indicare fin dall’inizio che qui, nel Pataffio, quel che conta davvero, e lo si vede nella bellissima parte finale del film, nel cosiddetto terzo atto, è una malinconia che non ci si riesce a scrollare di dosso nemmeno quando si ride. Un crepuscolarismo perfettamente in linea con i tempi in cui viviamo, impegnatissimi a suonare, cantare e ballare mentre il Titanic sta affondando.

Monicelli dirigeva l’Armata Brancaleone negli anni del boom. Raccontava l’Italia sgangherata e nazional-popolare, e Aurocastro era magari una pia illusione, ma comunque lo sguardo verso il futuro era ostinatamente ottimista, fino all’ultimo. E a ragione.
Oggi le cose stanno un po’ diversamente. L’unico feudo da conquistare, oggi, quello di Tripalle, è “terra di micragna”, per dirla col Migone di Mastandrea: un luogo in disgrazia, affamato, brullo, senza prospettive. Senza futuro. E infatti.
Si ride quindi, certo, ma in qualche modo si ride amaro, fin dall’inizio, perché i destini di tutti sono annunciati: quelli dell’arrogante Marconte Berlocchio (Musella), in realtà stalliere diventato “nobile” quasi per caso, del suo fido consigliere Belcapo (Tirabassi), della moglie Bernarda (Viviana Cangiano, una scoperta straordinaria), del frate Cappuccio (Gassmann) e dei soldati Ulfredo e Manfredo (Nemolato e Ludeno).

Quello che, tra le righe, Il Pataffio preannuncia fin dall’inizio, quel che tutti noi intuiamo epidermicamente, si rivela pienamente in quel momento di grande cinema nel quale Lagi fa compiere un passaggio di stato definitivo del suo film, lo trasforma, lo conduce altrove, in coincidenza con un trapasso che ha del commovente per la sua dolce intensità.
Dopo, dopo quel momento, dopo un primo piano indimenticabile, è tutta discesa.
Anzi, è un precipizio. L’arroganza del potere, il suo egoismo rapace (che è tanto più tale quanto nasce da rodimenti revanscisti relativi alle proprie umili origini) esplodono e si condannano. Ma, attenzione.
Attenzione, perché se il Potere, qui, è condannato, spacciato, o al massimo si adopera in untuosi trasformismi, non è che il riscatto del popolo oppresso si declini in maniera esattamente edificante.
L’astuto Migone, il Bertoldo del Pataffio, il popolano che avversa con la furbizia e l’intrigo il potere del marconte e della sua corte, e che a un certo punto rischia perfino di farsi sedurre da tutto questo, se nel libro di Malerba da cui Lagi ha tratto questo film esce trionfatore dallo scontro col Potere, qui pagherà care le sue tentazioni, non prima però di essersi trasformato in un tribuno promotore di una rivolta democratica dal basso che, all’occhio e all’orecchio dello spettatore contemporaneo, sembra ricordare un qualche movimento populista che voleva cambiare l’Italia al suono di uno vale uno.

Il fatto è che nel mondo del Pataffio, del Pataffio rivisto e corretto dallo sguardo di Francesco Lagi, tutto quanto - libertà, potere, sesso, fame - è un gioco a perdere.
E tutti coloro che giocano, nell’illusione di poter vincere, sono raccontati da Lagi con una profondissima umanità, con un affetto evidente che non arretra di un passo anche quando i difetti e le debolezze sembrano sovrastare ogni residua virtù.

I due personaggi che più di tutti testimoniano l’amore del regista (e sceneggiatore) per i suoi personaggi sono Bernarda da un lato, e Belcapo dall’altro, raccontati con una grazia che è tipica di questo autore fiorentino dalla carriera tanto eterogenea quanto coerente.
Perché nel Pataffio si ritrovano echi e assonanze che arrivano tanto dall’esordio di Missione di pace (che pure, già, era a modo suo assai bracaleoniano), quanto da quel piccolo, misconosciuto gioiellino che è Quasi Natale: echi e assonanze sottili e mai sfacciate, fatti di parole, piccoli gesti, rimandi, sentimenti che anche qui, in questo Medioevo aspro e ipotetico che ci pare tanto presente, sono presentissimi e sempre sotto il segno di un umanesimo pietoso e carico di comprensione per le sventure nostre e del prossimo.
Che poi, a ben vedere, sono le medesime.

Il Pataffio
Il Trailer Ufficiale del Film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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