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Dogman: la vera storia del Canaro della Magliana

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Vi raccontiamo chi era e cosa fece l'uomo che Matteo Garrone ha trasformato nel protagonista del suo film più cupo (e forse più bello).

Dogman: la vera storia del Canaro della Magliana

Una delle immagini più suggestive di Dogman, che è poi quella del poster ufficiale e del nostro articolo, mostra il protagonista Marcello Fonte che porta sulle spalle il cadavere di Simoncino (Edoardo Pesce), l'uomo che ha ucciso. Matteo Garrone ha pensato di organizzare così i corpi nell'inquadratura suggestionato da certe raffigurazioni pittoriche di Cristo che porta la sua croce verso il monte Calvario, come a dire che il suo Marcello, che pure uccide un altro essere umano, è in qualche modo un martire e per questo merita un po’ di umana pietas. Ora, sappiamo benissimo che dietro il personaggio di Marcello si nasconde una figura realmente esistita e ancora esistente, e forse è difficile perdonare l'uomo che nel 1988 sconvolse l'Italia intera con il racconto della lunga tortura che riservò alla sua nemesi, all'infame individuo che aveva reso la sua vita un inferno.

Il Canaro della Magliana, al secolo Pietro De Negri, deve il soprannome al suo mestiere di toelettatore di cani in Via della Magliana 253, dove esercitava la propria attività. Il 18 febbraio mise in atto una tremenda vendetta contro l'ex pugile Giancarlo Ricci, un tipaccio che teneva sotto scacco mezzo quartiere e che vessava De Negri da tempo immemore. La goccia che fece traboccare il vaso fu più di una per il nostro: il furto di uno stereo che Ricci avrebbe ridato a De Negri per 200.000 lire, una sberla alla figlia di De Negri di fronte al padre e un calcio al suo cane, cosa che i nostri amici animalisti di oggi troverebbero imperdonabile. Insomma il timido Pietro, che comunque qualche macchia l'aveva, visto che era un cocainomane, un piccolo pusher e un pregiudicato, attirò l'orribile Ricci nel suo negozio con la scusa di rapinare uno spacciatore di cocaina che avrebbe dovuto raggiungerli di lì a poco. Erano circa le 15:00 e l'indomani, alle 8:30, in una discarica in zona Portuense, fu ritrovato il cadavere di Ricci. Il corpo era in pessimo stato. De Negri gli aveva dato fuoco, stando bene attento a lasciare intatti i polpastrelli in modo che fosse identificabile. In più, erano evidenti i segni di numerose mutilazioni.

Arrestato il 21 febbraio, De Negri raccontò, in preda a un delirio di autoesaltazione, che cosa aveva fatto esattamente. Chi in quegli anni sapeva leggere e aveva accesso ai giornali, ricorderà con orrore il dettagliato e agghiacciante articolo di un quotidiano che descriveva passo passo il sadico operato del mingherlino Pietro. Il quale Pietro dichiarò innanzitutto di aver rinchiuso Ricci in una gabbia per cani. Cari lettori, se non avete uno stomaco forte, saltate il paragrafo che segue e passate direttamente al successivo, altrimenti proseguite indomiti.

Una volta che ebbe imprigionato Giancarlo Ricci, Pietro De Negri gli buttò sul viso della benzina e poi gli diede fuoco, quindi gli amputò gli indici e i pollici, cauterizzandogli le ferite per tenerlo in vita. Poi passò a mutilargli la lingua, il naso, le orecchie e gli organi genitali e gli infilò un po’ di questa "materia organica" in bocca, causandogli la morte per soffocamento. Già che c'era, il toelettatore prese a martellate i denti di Ricci e gli aprì il cranio facendo uscire un po’ di materia cerebrale.

Il tremendo racconto di De Negri era vero? Non proprio. Dapprima fu provato che le mutilazioni erano state effettuate post-mortem, poi che Ricci non era stato torturato per ore ma che era morto dopo poco più di mezz'ora a causa di alcune martellate alla testa, infine che probabilmente non era stato rinchiuso in una gabbia.

Ben poche di queste sevizie, reali e presunte, si vedono in Dogman, per cui se qualcuno di voi non lo avesse ancora visto e temesse di trovarsi di fronte a un raccapricciante horror (o un torture porn, come si dice in gergo), può stare tranquillo, anche se va detto che il penultimo film di Garrone è un noir cupissimo e senza speranza (seppur bellissimo). Tornando alla realtà, dopo varie vicissitudini l’'assassino fu condannato a 24 anni di prigione. Uscì dopo 16 (nel 2005) e tornò ad abitare con la moglie e la figlia. Non rilasciò interviste né assunse un ghost writer per raccontare la sua storia. Disse semplicemente: "Voglio essere dimenticato".

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  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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