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Cinema e videogiochi : una relazione burrascosa

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L'arrivo nelle sale di Ralph Spaccatutto è un evento per chiunque ami i videogiochi, tanto da riportare in auge il dibattito sul rapporto tra videogame e grande schermo.

Cinema e videogiochi : una relazione burrascosa

L'arrivo nelle sale di Ralph Spaccatutto è un evento per chiunque ami i videogiochi, tanto da riportare in auge il dibattito sul rapporto tra videogame e grande schermo.
Chiunque sia nato dalla fine degli anni Ottanta in poi forse ignorerà la problematica. Dando per scontato il videogioco come parte dell'intrattenimento contemporaneo, oscillando tra computer, console e tablet, il ventenne ne accetterà l'identità senza confronti. Beato lui.
Chi invece, essendo nato negli anni Settanta, sia grossomodo coetaneo del videogioco come oggi lo conosciamo, è più portato a riflettere.
E' frequente per questa generazione (alla quale chi scrive appartiene) il desiderio forse nefasto di vederlo nobilitato da un approdo nelle arti più antiche: trattandosi di un mezzo audiovisivo, il "film tratto dal videogioco" è la prima cosa che si possa desiderare, però è un boomerang con la parvenza di legittimazione. Perché, ammettiamolo, un'arte dalla fruizione lineare come il cinema ha ben poco da spartire con l'arte videoludica, non lineare e interattiva.

Non è un paragone qualitativo: esiste una profonda estraneità linguistica, persino più lampante della disparità tra romanzo e sua lettura filmica.
Esempio celebre: i due lungometraggi Lara Croft : Tomb Raider e Tomb Raider : La culla della vita. Cosa ricordo come videogiocatore dei titoli da cui questi film sono tratti? Percezione di luoghi misteriosi, valutazione delle distanze, possesso fisico degli ambienti, acrobazie da valutare con ansia, gestione della tensione per la difesa da nemici: il nocciolo dell'esperienza ludica è lì, la misteriosa e magica coregia che amplifica le potenzialità di trama e ambientazione, con uno svolgimento a video personalizzato. Trasportando l'esperienza in un mezzo non interattivo come il cinema, il nucleo si dissolve, lasciandomi con l'involucro: protagonista figona, trama da film d'avventura di serie Z. L'appassionato nerd può sentirsi appagato notando il rispetto dei dettagli: la magione di casa Croft, i nomi dei personaggi, le citazioni. Il resto del pubblico si trova davanti quello che gli appare (ed è) un gigaspot, una produzione debole che rimastica stereotipi del cinema d'azione in una sudditanza patetica: l'opposto della celebrazione.

Quel che è peggio, sono le stesse case di videogiochi spesso a non comprendere la portata culturale peculiare del medium, usando appunto i film come spot. Il ciclo cinematografico di Resident Evil, assestato su un collaudato horror-action per adolescenti, è l'unico ad aver riscosso un duraturo successo, ma è la modesta eccezione: Super Mario Bros, Final Fantasy : The Spirits Within, Doom, Max Payne, Prince of Persia... la strada dei cosiddetti "adattamenti" è lastricata di risultati freddi se non brutte figure, flop, imbarazzi. Si pensa che ciò sia dovuto all'assenza di figure di rilievo in sede di regia e produzione. Illusione: nemmeno Michael Mann potrebbe risolvere il problema derivante dall'amputazione dell'interazione. E' una barriera invalicabile, forse ben visibile ai grandi autori che non a caso si tengono alla larga da queste operazioni. 

Qualcuno azzarda una soluzione: adattare i giochi con le storie più elaborate e originali, magari meno famosi (ce ne sono, fidatevi). A quale dei due mezzi espressivi però gioverebbe? L'opera videoludica narrativamente raffinata completa la storia con il gameplay: perderemmo qualcosa e il cinema ne guadagnerebbe poco. Il processo inverso, videogiochi "cinematografici" e guidati come Heavy Rain, titilla gli interessati all'argomento e l'opinione pubblica che non gioca, felice di poter finalmente interpretare con facilità quello che vede. E' tuttavia uno stile accolto con perplessità dagli utenti fedeli al genuino carattere più simulativo del "vero" videogame, e il dibattito è aperto.

Mentre gli speranzosi irrudicibili s'illuminano all'idea di un Assassin's Creed con Michael Fassbender, la Disney ci ha preso in contropiede: Ralph Spaccatutto omaggia i videogiochi, non li traspone. Non li adatta ma li storicizza, aggiornando con la nostalgia lo sguardo ingenuo ed entusiasta di Tron.
Ci sembra l'unica strada percorribile e rispettosa per entrambe le forme d'espressione.
 





  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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