Interviste Cinema

I dialoghi sono tutto. Incontro con David Cronenberg

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È stato un anno molto intenso per David Cronenberg con film in concorso nei due principali festival cinematografici del pianeta. Dopo Venezia con A Dangerous Method ecco arrivare Cannes con Cosmopolis.




È stato un anno molto intenso per David Cronenberg con film in concorso nei due principali festival cinematografici del pianeta.
Dopo Venezia con A Dangerous Method ecco arrivare Cannes con Cosmopolis. In grande forma, con gli occhiali da sole di ordinanza nonostante la giornata nuvolosa e fresca incontriamo il regista canadese in una splendida terrazza sul mare con i produttori francesi come padroni di casa. Sì, perché un film così newyorkese, tratta da un libro scritto da un nativo del Bronx è in realtà una produzione franco-canadese girata quasi interamente a Toronto.

Rilassato e di buon umore ci parla della sua sfida principale: adattare al cinema un romanzo come quello di Don De Lillo ambientato quasi interamente in una limousine. “È una delle cose che ho trovato più entusiasmante di questo lavoro - ci ha detto - hai sempre delle restrizioni, che siano i soldi, le ambientazioni o le condizioni climatiche. È un po’ come un sonetto di Shakespeare o di Petrarca, hai una struttura da rispettare, le rime devono essere in un certo modo ma all’interno di questa struttura puoi fare molte cose. Mi piace l’idea di una struttura da seguire, non ho l’ho trovata un limite ma una meravigliosa opportunità creativa. Del libro mi sono piaciuti innanzitutto i dialoghi, ho pensato che mi sarebbe piaciuto vedere degli attori meravigliosi interpretarli. Ho pensato che sarebbe stato un film insolito e bellissimo. La prima cosa sono stati i dialoghi e poi le restrizioni, siamo tutto il tempo in una limousine che va in giro per New York e questo l’ho trovato esaltante”.

Il film racconta di gente facoltosa e di ricchezza che non ha niente di concreto, tutto è digitale, non c’è nulla di materiale, si può perdere tutto senza perdere niente di tangibile. Una situazione molto post-moderna che ha particolarmente intrigato Cronenberg. “C’è un mago francese della finanza, Edouard Carmignac - ci ha ricordato - che fa parte di quel mondo ed è anche uno dei produttori del film. Lui ama questo libro perché lo ritiene accurato. Lui lavora con persone che vivono in questa strana bolla astratta dove hanno a che fare con miliardi di dollari senza mai toccare una banconota. Conducono una vita astratta, non sono connessi con la realtà, sono in grado di gestire dei grossi affari finanziari totalmente astratti ma che hanno un valore globale, allo stesso tempo non sono in grado di ordinare un pasto al ristorante, o non sanno come parlare con le loro mogli o figli. Trovo tutto questo molto intrigante ed accurato”.

Il racconto di una crisi economica come quella mostrata in Cosmopolis, con tanto di manifestanti che aggrediscono la limousine del protagonista, potrebbe sembrare molto attuale, ma in realtà il libro è stato scritto 12 anni fa. Nel momento storico in cui viviamo ci sono così tante crisi una dopo l’altra che sembra di attraversarne una senza fine. Cronenberg ha trovato il tutto particolarmente attuale, ma tende a non drammatizzare troppo: “Durante le riprese del film, mentre giravamo le scene della manifestazione anticapitalista a New York, veniamo a sapere dai giornali di ‘OccupyWall Street’. Quando Don De Lillo ha scritto il libro, niente di tutto ciò stava accadendo, perciò lui ha anticipato, non profetizzato ma anticipato questa grande crisi finanziaria internazionale. È stato molto strano girare qualcosa che stava accadendo realmente, era come girare un documentario. Comunque sì, sembra che stiamo attraversando un periodo di forte stress e di crisi internazionale però siamo ancora qui, siamo ancora vivi, possiamo mangiare, bere, non credo si tratti dell’apocalisse che alcune persone credono stia per accadere. La storia di questo personaggio è la storia di un solo uomo, non vuole essere la rappresentazione simbolica del capitalismo, niente del genere, è una storia particolare”.

Una cosa che colpisce lo spettatore di questo film è senza dubbio l’atmosfera asettica, il mondo sotto vuoto in cui questo ricco uomo d’affari vive, un presente già futuro tutto digitale.Particolarmente affascinante è il rapporto che si viene a creare fra la limousine e il mondo esterno, come un appartamento o un negozio di barbiere che rappresenta il ricordo che il protagonista conserva della sua famiglia: “Non è tanto strano cercare qualcosa che ci riporti all’infanzia - ci ha ancora detto il regista canadese - abbiamo un giovane di 28 anni che desidera tornare dal barbiere dove si è tagliato i capelli per la prima volta da bambino, dove suo padre andava a tagliarsi i capelli, in un’area modesta di New York dove viveva con la sua famiglia. Vuole ritrovare la realtà di quando era bambino perché ora ha perso il contatto con la realtà. Di solito succede quando si ha più di 28 anni, quando una persona inizia ad invecchiare allora comincia a cercare le proprie radici, l’infanzia, i nonni, le proprie origini, se si viene da un altro paese, per cercare di connettersi con una vita ben più ampia di quella che si vive al momento. Penso che il film sia molto accurato a livello emotivo, penso che sia un personaggio che all’inizio non risulta molto simpatico ma alla fine del film cominci a capirlo, a provare empatia nei suoi confronti grazie alla sua voglia di infanzia”.

A stupire non pochi è stata la scelta di casting del film. Infatti il protagonista in limousine è quel Robert Pattinson che è idolatrato dalle sue fan, soprattutto quelle della saga di Twilight, ma non l’attore che ti aspetti in un film di Cronenberg, al quale abbiamo rilanciato questa perplessità di molti e la cui risposta è stata una solenne e convinta promozione per il bel Rob: “L’ho visto in diversi film, non solo in quelli di Twilight. In uno di questi, che pochi hanno visto, interpreta un giovane Salvador Dalì (in Little Ashes di Paul Morrison n.d.r.). L’ho visto come un attore interessato ad interpretare ruoli difficili in piccoli film impegnativi. Il fatto che abbia avuto così tanto successo con Twilight è stato importante per noi, perché avere una star ci ha fatto ottenere i finanziamenti. Come regista, a livello creativo, non penso a quali film ha già fatto lui o a quelli che ho fatto io, mi concentro solo sul personaggio di questo film e lui è l’attore giusto per questo ruolo. Se riesce a coinvolgere un pubblico diverso dal solito perché ci sono i fan di Twilight, anche questo va bene ma non è qualcosa che mi influenza a livello creativo”.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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