Space Force: Recensione della serie Netflix con Steve Carell e John Malkovich

26 maggio 2020
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Ideata dallo stesso Carell con il Greg Daniels di Upload e The Office, non fa solo satira leggera sulla politica statunitense contemporanea, ma racconta un mondo e dei personaggi cui ci si affeziona abbastanza in fretta. E i due protagonisti valgono da soli la visione.

Space Force: Recensione della serie Netflix con Steve Carell e John Malkovich

Per strano che possa sembrare, anche in un mondo dove oramai non ci si stupisce più di niente, tanto paradossale la realtà pare diventata, la Space Force esiste davvero. A volerla, ovviamente, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, inseguendo chissà quale sogno, o quale ispirazione (pare tutto sia nato come una battuta, ma il Commander in Chief abbia poi pensato "beh, ma perché no?").
Fatto sta che la Space Force è il sesto ramo delle Forze Armate statunitensi, e diverrà operativa alla metà del 2021; e che Trump pare anche stia spingendo per riportare astronauti americani sulla Luna nel 2024 (qualcuno sostiene per avviare uno sfruttamento minerario del satellite) e per sbarcare su Marte il prima possibile.
Tutto questo deve essere sembrato irresistibile a Steve Carell e Greg Daniels: e dopo aver collaborato in The Office, eccoli di nuovo insieme in una serie (satirica sì, ma non solo) che s'intitola proprio Space Force, disponibile in streaming su Netflix dal 29 maggio.

Nella scena d'apertura della serie vediamo Carell nei panni del Generale dell'Air Force Mark S. Naird, mentre gli viene conferita la quarta stella, massimo grado cui un militare americano può aspirare. Per Mark è il coronamento della carriera, e l'illusione di essere diventato finalmente il numero uno dell'aeronautica militare degli USA, scalzando l'odioso vecchio rivale Kick, ma ecco che durante la sua prima riunione di Stato Maggiore arriva la notizia: a lui va la guida della neonata Space Force di cui POTUS sta per twittare, e la sua destinazione non è la prestigiosa Arlington, in Virginia, ma il Colorado. Il che getta nella disperazione anche sua moglie Maggie (Lisa Kudrow) e la figlia adolescente Erin (Diana Silvers).
Tanto che, un anno dopo questo prologo, ritroviamo Mark a capo di una base segreta che segreta non è nel deserto di Wild Horse (in Colorado, appunto); Erin nel liceo locale dove non è stata in grado di ambientarsi né fare amicizia con nessuno e Maggie addirittura in carcere, intenta a scontare una condanna di 40 anni (il perché non lo sapremo mai, perlomeno non in questa prima serie di Space Force).

Per quanto possa essere bizzarra nella realtà la creazione della Space Force, e per quanto questo offra a Daniels e Carrell numerosi appigli comici e satirici, Space Force non è una di quelle serie che fa del suo spunto iniziale, o delle sue originalità, il solo punto di forza. Space Force è anche una serie di personaggi, di archi evolutivi, di interazioni.
E questi personaggi - giusto per citare i principali - sono, oltre ai tre membri della famiglia Naird, il dottor Adrian Mallory, un civile a capo dell'area scientifica della Space Force che ha il languore aristocratico e blasé e il sarcasmo fiammeggiante di John Malkovich, e il suo secondo, il giovane dottor Chan (Jimmy O. Yang); il capitano Angela Ali (Tawny Newsome), pilota di elicotteri che sogna di far parte della missione lunare; Tony, il cinico e ambizioso social media manager della Space Force (Ben Schwartz); il buffo e goffo Brad (Don Lake), generale a una stella che non è altro che il segretario di Naird. E poi ci sono soldati russi che sono alla base come osservatori ma che forse (o forse chiaramente) sono spie, giovani militari che s'innamorano di Erin, nuove reclute che hanno volto familiare e i capelli rossi di Owen Daniels, figlio di Greg, già tra i protagonisti di Upload.

Non tutti questi personaggi colpiscono inizialmente nello stesso modo, ma c'è da dire che nel corso delle dieci puntate che compongono la prima stagione Daniels e Carell riescono a valorizzarli tutti, anche secondo traiettorie evolutive originali e non troppo prevedibili. E gli attori che sono stati scelti sono tutti bravi, e capaci di ispirare simpatia o empatia a seconda delle situazioni.
Su tutti, ovviamente, svettano Carell e Malkovich, i cui duetti - o i cui assoli, se per questo - valgono da soli la visione della serie.
Come era facile, ma niente affatto scontato, aspettarsi, Carell è in grado di riempire l'uniforme del generale Naird con comicità e umorismo - che nascono dalle situazioni paradossali che deve affrontare sul fronte militare e politico, tra un tweet minaccioso del Presidente, un lancio da rimandare o un'altro da accelerare per recuperare terreno rispetto ai rivali (cinesi, guarda un po') - almeno tanto quanto con la malinconia e il pathos che emergono spesso dalla sua condizione familiare: penso al rapporto con la moglie in carcere, ma soprattutto a un episodio che è costruito tutto sul rapporto spesso non facile, ma pieno d'amore, con la figlia Erin.

John Malkovich, poi, è sempre John Malkovich, ovvero un attore superbo, con le sue pose contorte appoggiato su poltrone e divani, con quell'altezzosità aristocratica che gli è inconfondibile, la parlata lenta e condiscendente, le occasionali esplosioni di rabbia e perfino un certo grado di ambiguità sessuale.
Notevole è stata l'intuizione di mettere assieme questi due attori così diversi per carriere e tonalità recitative, e di fargli interpretare i ruoli di due personaggi necessariamente spesso in conflitto, ma legati anche da una reciproca stima e da una sincera  amicizia, e uniti dalla necessità di fare fronte comune di fronte alle richieste assurde che arrivano alla Space Force da parte della Casa Bianca e della politica in generale (ce n'è per Trump, certo, anche se mai nominato, ma c'è anche un personaggio che è chiaramente una caricatura di Alexandria Ocasio-Cortez). Richieste tanto assurde da sembrare spesso surreali: non fosse che, come detto, viviamo in tempi dove la realtà è stata capace di superare ogni immaginazione.

Che allora la trama di Space Force sembri a tratti ondivaga e pretestuosa, o alcuni personaggi vadano e vengano senza troppe spiegazioni, o perfino lo scegliere di non dire perché Maggie sia finita in carcere, è probabilmente frutto della voglia di Daniels e Carell di raccontare un mondo sempre più paradossale, dove le logiche tradizionali (militari, scientifiche, politiche, relazionali e - quindi - anche narrative) sono stravolte. Fare questo, ed essere in grado far ridere di questo, riuscendo a competere con i paradossi che viviamo giorno dopo giorno fuori dallo schermo, è un risultato di tutto rispetto.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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