Zootropolis Recensione

Titolo originale: Zootopia

209

Zootropolis: la recensione del 55° lungometraggio animato della Walt Disney

- Google+
Zootropolis: la recensione del 55° lungometraggio animato della Walt Disney

La coniglietta Judy Hopps, con disappunto dei genitori che la vorrebbero coltivatrice di carote, frequenta l'accademia di polizia e parte per la grande città, Zootropolis, dove "tutti possono essere ciò che vogliono". Magari: per i superiori è al massimo un'ausiliare del traffico. Indagherà di testa sua su un caso di sparizioni, tirandosi dietro con un ricatto il truffatore Nick Wilde, volpe poco di buono ma meno ingenuo di lei. L'utopia politicamente corretta di Zootropolis traballerà, e così faranno i preconcetti di entrambi.

E forse i nostri, che ci aspetteremmo da Zootropolis solo un divertimento antropomorfe disneyano in stile Robin Hood. Il film di Byron Howard (Bolt, Rapunzel) e Rich Moore (Ralph Spaccatutto) è certamente anche questo, ma la ricca quantità di gag non è a sorpresa la qualità più ammirevole del 55° lungometraggio animato del canone ufficiale dei Walt Disney Animation Studios. Per carità, per tranquillizzare le aspettative più classiche, possiamo confermare quello che si deduce dai trailer: un ridicolmente lento bradipo allo sportello della motorizzazione è geniale, un club di animali nudisti è gustoso e paradossale, il tripudio di idee scenografiche in Cinemascope è avvolgente, la cura di design e animazione dei personaggi è all'altezza della casa. Tutto quello che si cerca per i bambini (veri o interiori) c'è. Però non è solo questo che rimane a luci riaccese.

Zootropolis (quanto migliore suona l'originale "Zootopia"!) sta alle favole Disney con animali antropomorfi come Frozen stava ai cartoon con le principesse disneyane. Non rinnega nemmeno per un secondo il sogno, la forza dell'etica e della positività, la fede nei propri ideali di giustizia e la ricerca della felicità, ma li colloca in alto, molto in alto, in cima a una montagna di difficoltà concrete. Tutta da scalare, senza più fate, principi azzurri o certezze incontrovertibili. Lo urla anche il bufalo-capitano a Judy: questa non è una favola, questa è la realtà, cosa credevi? La forza del copione non sta nel condurre lo spettatore in un percorso di semplicistica accettazione del diverso, che non sarebbe poi una novità nell'animazione cinematografica (vedasi il recente Hotel Transylvania 2). La storia procede in senso inverso, partendo da una convivenza apparentemente idilliaca tra animali prede e predatori, demolendola via via e infine recuperandola come conquista né facile né definitiva, bensì quotidiana.

E' proprio impossibile, guardando Zootropolis, non pensare a tolleranza, convivenza multietnica, strategie della paura, femminismo, evoluzione dell'individuo e della società. Bisogna fare tuttavia attenzione a non strafare: con il suo sorriso luminoso e con tempi di lavorazione di tre anni e più, Zootropolis non potrebbe mai ammiccare a tristi recenti traumi collettivi, men che meno a polemiche più scottanti sul rapporto tra legge e natura. Se però un adulto non riesce a controllarsi e riempie le metafore aperte di Zootropolis con le proprie paure, i propri sogni e le proprie ideologie, questo avviene perché Judy e Nick non sono solo una coniglietta e una volpe caricaturali. Sono persone vere, come maledettamente reali sono le scene che li vedono raccontare seminali esperienze d'infanzia o cercare, teneri con le loro umanissime e contagiose lacrime, di venire a capo delle dinamiche di una società. "La vita è complicata", concluderà Judy: Zootropolis non vuol dire a noi o ai nostri figli cosa o come pensare, vuole soltanto ricordarci l'importanza di farlo.
Esopo approva.

Zootropolis
Nuovo trailer italiano - HD
36905


Domenico Misciagna
  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
Lascia un Commento