Una relazione passeggera: la recensione del film di Emmanuel Mouret

13 febbraio 2023
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Un balletto dei sentimenti, la cronaca delle infinite vibrazioni del cuore umano, la storia di due persone che si impegnano a non impegnarsi: ecco di cos'è Una relazione passeggera. La recensione di Carola Proto.

Una relazione passeggera: la recensione del film di Emmanuel Mouret

"Di voi che resta antichi amori, giorni di festa teneri ardori, solo una mesta foto ingiallita fra le mie dita".
Questi versi cantati da Franco Battiato in "Fleurs" e che sono una libera traduzione del ritornello di "Que reste-t-il de nos amours?” di Charles Trenet, si adattano a meraviglia a Una relazione passeggera, il cui titolo originale, Chronique d'une liaison passagére, è assai più calzante di quello italiano. Perché è nella parola "cronaca" che sta il senso del film di Emmanuel Mouret, cronaca ma anche diario, che in francese si dice journal intime. Che poi, a ben pensarci, la cronaca della frequentazione fra Charlotte e Simone più che altro è un "best of" dal quale viene escluso il primo incontro ad una festa e che dunque prende felicemente l'avvio in medias res, senza il ricorso a una ridondante voce off e senza considerare alcuna realtà al di fuori del tempo speso insieme dai due, fatto di momenti che si snodano fra la fine di un inverno e la conclusione della successiva estate in spazi prevalentemente ampi e all'aperto, quasi a indicare che noi uomini siamo una piccolissima parte dell'universo e che le nostre gioie e i nostri dolori non sono che un battito d'ali nell'eterno divenire del cosmo.

Proprio per questo, e perché i cuori di una donna pragmatica e un uomo insicuro più che battere vibrano impercettibilmente, Una relazione passeggera è un film che chiede allo spettatore di mettersi in ascolto, di notare anche il minimo cambiamento di tono o la più piccola esitazione per cogliere l'attimo esatto in cui il sentimento fa capolino e passa quell'unico treno che viaggia in direzione dell'amore e che non fa altre fermate. Perché, anche se i due protagonisti si "impegnano a non impegnarsi", anche se vivono ogni incontro come se fosse l'ultimo e corrono a perdifiato proprio come Jules, Jim e Catherine nella scena forse più nota di Jules e Jim, facendo propria l'incoscienza di un eterno presente, in realtà sembrano più volte varcare il confine tra avventura e sentimento. Emmanuel Mouret filma i loro sguardi e le loro mani che si toccano, e, da buon regista francese, intreccia ai balletti dei loro cuori la danza delle loro parole, tante parole, tra cui la promessa, di frequente rinnovata, di non cedere mai alla passione, alla tensione e all'emozione, perché se non ci sono tensione ed emozione - ci ricorda Lucio Battisti in "Nessun dolore" - allora non arriva la sofferenza.

Ma siamo proprio sicuri che nelle passeggiate nei parchi e nei corridoi di un museo, nei baci sulle labbra dopo l'amore o per le strade di Parigi, non ci siano già la nostalgia di ciò che è stato e il rimpianto di ciò che non è stato? Simone e Charlotte, che per un'ora o poco più sembrano muoversi con leggerezza in uno scenario marivaudiano o mozartiano, non sono forse sull'orlo di un abisso? Certo, non è l'abisso della Seconda Guerra Mondiale in cui sarebbero precipitati i personaggi de La Regola del gioco, anche loro intenti a volare di fiore in fiore. Eppure, nei piccoli ritorni elastici dei protagonisti, nella condivisione di interessi, risate, desideri e incertezze, e in quella schiettezza che sopraggiunge solo con la maturità, il pericolo di sentirsi destabilizzati è comunque in agguato, anche se a un primo sguardo lo si nota appena, divertiti dal libero pensiero di Charlotte e dalla goffaggine di Simon.

Se è possibile cogliere le mille sfumature di un uomo e una donna che scelgono consapevolmente di evitare un gioco al massacro, lo stesso a cui assistono andando a vedere al cinema Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman, lo dobbiamo anche alla bravura e alla duttilità di Sandrine Kiberlain e Vincent Macaigne, che Mouret ha coinvolto nella creazione dei personaggi. Certo, sono entrambi francesi (e borghesi) dalla testa ai piedi, con i loro maglioni a collo alto e le giacche e i cappotti oversize, ma nel suo essere una riflessione sulla fragilità maschile e sull'uomo nevrotico alle prese con l'amore, così come nell'anticonformismo e nel libero pensiero femminile, si avverte l'eco del Woody Allen di Io & Annie e di Manhattan. Non sono però omaggi e citazioni dichiarate, perché davvero per i nostri cugini d'oltralpe "avere un’idea sul cinema è avere un'idea sulla vita". E Una relazione passeggera è pieno di vita e, sì, anche di struggimento: innanzitutto nella sacralità di un ricordo e poi nella malinconia di chi resta scottato, perché in ogni coppia c'è sempre uno che ama di più e uno che ama di meno.

Ancora una cosa: se del finale non sveleremo nulla, se non che ciò che accade prima è purtroppo banale o "alla moda", lasciateci dire che l’inizio del film è indimenticabile (e molto molto piarisien). E allora avevano ragione le nostre nonne quando dicevano che il buon giorno si vede dal mattino.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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