The Party: recensione della black comedy di Sally Potter con Kristin Scott Thomas e Timothy Spall

13 febbraio 2017
2.5 di 5
6

Presentato in concorso alla Berlinale 2017.

The Party: recensione della black comedy di Sally Potter con Kristin Scott Thomas e Timothy Spall

Una serata importante da festeggiare con pochi e selezionati amici, nata col sorriso e conclusa in tragedia, in seguito a rivelazioni sui rapporti fra gli invitati che sconvolgono nello spazio di pochi minuti le loro vite. Unità di tempo, luogo e colpi di scena per un classico del cinema - prima ancora del teatro - scelto da Sally Potter per tornare alla regia a cinque anni da Ginger & Rosa, e a otto da Rage, presentato come The Party alla Berlinale.

Una regola di questo genere di storie è di scegliere attori di calibro, e in questo la Potter ha scelto sul sicuro. Dai padroni di casa, Timothy Spall e Kristin Scott Thomas, che festeggia la nomina a ministro ombra laburista alla sanità, vetta più alta della sua carriera politica, passando per Patricia Clarkson, Bruno Ganz, Emily Mortimer, Cillian Murphy, Cherry Jones.

Sette persone in 70 minuti, che si confrontano a ritmo serrato, a piccoli gruppi, finendo poi ogni tanto per riunirsi in salone per confrontarsi sulle ricadute di una rivelazione eclatante. Un divertissement dai dialoghi ironici e taglienti, in cui la Potter si fa prendere fin troppo la mano dal colpo di scena ad effetto, senza andare per il sottile dal punto di vista della verosimiglianza narrativa. Il concetto di black comedy qui è spinto all’eccesso, con la tragedia utilizzata per spingere ulteriormente sul tono della commedia, più spesso della pochade. Chiusi dentro un elegante appartamento borghese i protagonisti, tutti di sinistra e molto perbene, perdono ogni riferimento o freno morale, sessuale e sociale, finendo per vedere esposte in pochi secondi fragilità e cedimenti nascosti per vite intere.

Le maschere di una tolleranza liberal indossate per anni cadono rapidamente, non si va più tanto per il sottile, si tirano fuori le pistole delle grandi occasioni, letteralmente. Dopo una prima parte in cui i personaggi sfilano e impariamo a conoscerne caratteristiche apparenti e rapporti con gli altri, The Party sostituisce il cinismo con la confusione ingenerata da un tutti contro tutti ripetitivo.

Gustoso a tratti e irritante in altri, The Party finisce per confondere la risata liberatoria e l’attacco alla doppia morale con la scorciatoia facile del disvelamento continuo, in un colpo di scena via l’altro che porta a una stanchezza assuefatta, nonostante i soli 71 minuti di durata.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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