Star Trek Beyond: recensione del terzo film della nuova serie

21 luglio 2016
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Tra il vecchio e il nuovo, l'omaggio ai padri e l'action contemporaneo, è un film di fantascienza che può piacere a fan e profani, ma ancora in cerca di emancipazione.

Star Trek Beyond: recensione del terzo film della nuova serie

"Spazio, ultima frontiera. Questi sono i viaggi dell'astronave Enterprise. Diretta all'esplorazione di nuovi mondi. Alla ricerca di altre forma di vita e di civiltà. Fino ad arrivare dove nessun uomo è mai giunto prima”. Questa, con qualche variante, la traduzione italiana della mitica frase introduttiva della serie classica di Star Trek, ripresa anche in molti dei film della serie. È questa frase che ha fatto innamorare milioni di ragazzini dal 1966 ai giorni nostri, prima attraverso i telefilm, poi coi libri, i cartoni animati, i film e il merchandising che hanno ampliato e arricchito questo universo illustrando la filosofia liberal, accogliente e pacifista di Gene Roddenberry, che gli eredi hanno cercato in qualche modo di mantenere dopo la sua scomparsa.

Prima serie al mondo a presentare in un ruolo importante una donna di colore e un russo (ai tempi della Guerra Fredda e prima dell'assassinio di Martin Luther King, che si espresse in merito in termini positivi) e a mostrare il primo bacio interrazziale nella storia della televisione (tra Uhura e Kirk), Star Trek ha sempre rappresentato il volto democratico, ottimista e umanista della fantascienza, espresso dalle storie raccontate e dalle interazioni tra i personaggi. In netto contrasto con la politica interventista statunitense, la prima direttiva della Federazione dei Pianeti impone agli equipaggi in missione esplorativa di non interferire con le culture aliene, soprattutto se meno progredite, ma dà al tempo stesso loro l'incarico di prestare aiuto ai deboli in difficoltà, il che richiede a volte quella forzatura delle regole in cui l'astuto Kirk, novello Ulisse, è maestro. Tutti questi principi sono stati ripresi alla perfezione nei primi due episodi del reboot di J.J Abrams, dove i personaggi che conoscevamo sono stati sostuiti dalle loro  versioni più giovani e la cronologia è stata in un certo senso, anche se non del tutto, resettata. I fan sono stati più che entusiasti dei film precedenti e noi abbiamo condiviso questo sentimento.

Poi, com'è noto, J.J. è rimasto in veste di produttore per dedicarsi a Star Wars e ha affidato questo terzo capitolo a Justin Lin, noto per un'altra saga incentrata sull'amicizia in un mondo iperveloce, quella di Fast and Furious.Il film ha avuto tempi di lavorazione piuttosto stretti e ha subito l'impatto della scomparsa di Leonard Nimoy e in seguito quello, assai più tragico, dell'incredibile incidente che ha troncato la vita di Anton Yelchin.  Enrando nel merito, ricordiamo che l'uscita del primo trailer colmo di azione ha messo in allarme il fandom, e il cosceneggiatore Simon Pegg è subito intervenuto in difesa del film dichiarando che dentro c'era molto più di questo. A dire il vero, dopo averlo visto, pensiamo che l'impressione della prima ora fosse corretta: a colpire positivamente sono l'ottimo e fluido 3D, gli effetti speciali e tutto l'aspetto visuale, di grande impatto, ma a conti fatti le lunghe sequenze d'azione hanno il sopravvento su una storia semplice e senza sorprese (anche perché uno spot tv l'aveva bell'e spoilerata: sullo strano marketing del film ci sarebbe da aprire un capitolo a parte), che sembra presa di peso da un episodio della serie classica, ambientazione inclusa.

Non mancano ovviamente le consuete battute e le schermaglie tra i personaggi, ma si ride meno del solito, forse perché manca a fare da contrappunto quello spessore in più che ci si aspetterebbe da un film di Star Trek. Perfino la breve e molto dibattuta sequenza che rivela l'omosessualità di Sulu (su cui lo stesso interprete originale, da sempre gay dichiarato, ha sollevate delle legittime obiezioni), è un po' buttata lì. Gli attori ovviamente sono quelli che fanno la differenza: Pegg ritaglia un ruolo di primo piano al personaggio di Scott, che riceve ampio (e meritato) spazio, mentre il perfetto Spock di Zachary Quinto interagisce maggiormente con l'ottimo Bones McCoy di Karl Urban. I nuovi personaggi però sono bidimensionale e soprattutto Idris Elba risulta sacrificato (e lo sarà ancor più, per forza di cose, nella versione doppiata).

Star Trek Beyond non è certo è un brutto film, anzi, come opera di genere è decisamente interessante, ma è un passaggio intermedio nella mitologia trekkiana, che ha risentito della defezione di Abrams e non sarà ricordato come uno degli episodi più memorabili della lunga storia dell'Enterprise. Pur non violando la Bibbia dell'universo Trek – anche se l'insistitita amore tra Uhura e Spock ci fa sempre un certo effetto –, rivela qua e là delle goffaggini che lo fanno assomigliare più all'omaggio di un ragazzo che a un prodotto adulto a sé stante. Di sicuro può piacere anche a chi non è un fan di questo universo e che lo apprezzerà come action e film di fantascienza realizzato in modo ineccepibile.

Ma quando Spock apre la scatola che ha ricevuto e ci trova (SPOILER) una foto del “padre”, con tutti i suoi compagni d'avventura (in una scena un po' azzardata e ambigua che è quasi una rottura della quarta parete), un brivido corre in platea e ci fa capire che loro ci mancheranno comunque sempre, con i loro battibecchi, le improbabili avventure, quella colonna sonora così suggestiva e quel mitico incipit qua relegate alla fine. Ci mancano le lucine, i suoni dei phaser, dei comunicatori e dei computer di bordo, tutti i particolari anche un po' kitsch che sono parte di questo mondo, per non dire del dolore quasi fisico con cui assistiamo alla ennesima distruzione dell'Enterprise. Il film è costruito su questa dialettica tra il mondo di ieri e quello di oggi, i pionieri e gli eroi dello spazio, i padri e i figli, ma forse sarebbe meglio, anche per sottrarci a questa "nostalgia canaglia", lasciarsi decisamente alle spalle le nostalgie e gli omaggi e guardare avanti, se davvero si vuole arrivare là dove nessuno è mai giunto prima. Speriamo ne tengano conto per il quarto film, in cui James T. Kirk incontrerà il padre e dove mancherà un altro pilastro della serie, il personaggio di Chekov, che si è deciso di non affidare a un nuovo attore dopo la tragica scomparsa del suo protagonista. In fondo, prima o poi, bisogna pur diventare grandi.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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