Piccole donne: recensione del film con Winona Ryder e Christian Bale dal libro di Louisa May-Alcott

06 agosto 2020
3.5 di 5
3

La versione del romanzo di Louisa May-Alcott Piccole donne diretta da Gillian Armstrong è un film caldo, realistico, femminista, curato nei dettagli e con una favolosa Jo March.

Piccole donne: recensione del film con Winona Ryder e Christian Bale dal libro di Louisa May-Alcott

Ogni epoca ha il suo Piccole donne cinematografico: gli anni '30, gli anni '50, gli anni '90 e il Terzo Millennio, e ogni versione riflette l'air du temps e guarda a suo modo alle donne e al loro ruolo in una società da cui non sono ancora scomparsi sessismo e discriminazione. Un confronto fra i diversi adattamenti non ha senso proprio per questa ragione e forse, per una volta, proprio come ha fatto Roger Ebert nel '94, si può valutare un film anche attraverso le emozioni che suscita. Il Piccole donne di Gillian Armstrong diffonde una luce calda e chiama alla tenerezza. Pieno di grazia ma mai lezioso e sentimentale senza essere melassa allo stato puro, si presenta agli occhi dello spettatore come un oggetto caro e familiare, allo stesso modo della raccolta di opere di Shakespeare che fa sentire Jo March a casa mentre lo sfoglia. A far sentire noi a casa è prima di tutto un romanzo che tutte le ragazze prima o poi hanno letto e che non passa mai di moda, un libro sulla sorellanza scritto da una donna (Louisa May-Alcott) che oggi cavalcherebbe il #MeToo e che, proprio come Jo, sarebbe di ispirazione a chi sceglie di lottare per affermare la propria personalità.

Partiamo proprio da Josephine, la secondogenita delle ragazze del New England di fine ‘800. Nel film è un’aspirante autrice di romanzi lontanissima dal tomboy col volto di June Allyson del film di Mervyn LeRoy e guadagna in femminilità e splendore grazie a una Winona Ryder bellissima e da poco uscita da L'età dell’innocenza. E de L'età dell’innocenza ci viene in mente anche l'estrema cura per il dettaglio. La Armstrong non è Scorsese, certo, ma è incredibile la sua attenzione anche al più piccolo particolare: un'arancia, una tazza di porcellana, un nastro per capelli. Una simile precisione (mai ossessiva) spinge il film sulla strada del realismo, anche se talvolta l'uso della luce e la scelta di certe tonalità cromatiche suggeriscono la favola. Ma è un attimo, e la favola non "contagia" mai le vite di Jo, Meg, Beth e Amy, che sperimentano da piccole gli svantaggi dell'essere povere e che imparano che il carattere che abbiamo da bambine determinerà le nostre scelte future, vincenti o perdenti che siano. C'è dell'ineluttabilità in questo? Certo, accanto alla consapevolezza che l’inseguimento della libertà di spirito e di pensiero può recare sofferenza. Lo dice la signora March, quando sussurra all'orecchio di Jo: "Ma come puoi aspettarti di vivere una vita normale? Sii pronta ad andare per il mondo e a mettere a frutto il tuo talento. Va', corri incontro alla libertà e scopri quali cose meravigliose ha in serbo per te".

Jo soffre nel film, così come Beth, a cui Claire Danes dà spessore e la giusta malinconia mista a rassegnazione. E anche Meg porta scritto negli occhi il suo destino di scarsi mezzi economici, tanto che ci domandiamo se il suo matrimonio con John Brooke funzionerà per sempre. Sebbene non tradisca il libro di partenza, Piccole donne è un po’ più amaro di quanto non ci saremmo aspettati, anche se non insiste sulla disperazione di Jo per i bei tempi andati e narrati in un manoscritto che non si intitola più My Beth ma Piccole Donne, a voler indicare una sovrapposizione fra il personaggio e la Alcott.

Anche Kirsten Dunst nel film è all'altezza delle sue colleghe più grandi, mentre gli attori uomini, salvo forse Christian Bale, risentono nelle loro performance dell’inconsistenza dei ruoli maschili, relegati molto sullo sfondo (a cominciare da Babbo March e dal nonno di Laurie, che non riceve le pantofoline fatte a mano da Beth). Perfino zia March è poco più di un simulacro e un elemento funzionale unicamente alla narrazione, e forse un po’ dispiace. Esistono insomma solo le quattro protagoniste per Gillian Armstrong, che però fa un discorso molto interessante sulle donne e l'arte. Ogni sorella March è una potenziale artista: Jo una scrittrice (come già detto), Meg un'attrice, Amy una pittrice e Beth una pianista. Quasi nessuna però asseconda il proprio talento, e per Amy la mediocrità è in agguato. E’ questa forse la cosa più triste di Piccole Donne, e più vera, perché, come dice ancora mamma March, il tempo consuma la bellezza e di una donna allora restano solo l'intelligenza e le opere di ingegno. E se l'ingegno non è abbastanza, dove sta allora la felicità? E comunque, anche se la bellezza non tramontasse, guai ad affiancarla ad un'illogica allegria, visto che: "Niente scatena i pettegolezzi più della vista di una donna che si diverte".

Meno efficace e un po’ evanescente nell'ultima parte, quando le March da quattro diventano tre, Piccole donne ci regala infine un Professor Bhaer più fascinoso del solito, che ha il volto di Gabriel Byrne. Siamo grati per questo alla regista, perché rifiutare Bale per un dimesso insegnante con l'accento tedesco non ci avrebbe permesso di identificarci fino in fondo con Jo, che comunque è fulgida e grintosa proprio come colei che le presta deliziosamente il volto.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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