Maleficent: Signora del male, la recensione del sequel con Angelina Jolie e Michelle Pfeiffer

16 ottobre 2019
3.5 di 5
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Libera dalla storia del prototipo, la Disney costruisce un film più disinvolto e con un messaggio politico chiaro.

Maleficent: Signora del male, la recensione del sequel con Angelina Jolie e Michelle Pfeiffer

Quando Aurora (Elle Fanning) accetta la proposta di matrimonio del principe Filippo, apre di fatto la strada all'unione tra la magica Brughiera e il reame umano di Ulstead. La strega Malefica (Angelina Jolie) cede alle insistenze di Aurora e accetta di partecipare a una cena ufficiale con i futuri consuoceri, ma il calcolato disprezzo della regina Ingrith (Michelle Pfeiffer) farà precipitare la situazione.

Rispetto a Maleficent del 2014, questo sequel Maleficent: Signora del Male mostra due vantaggi da non sottovalutare. Costituendo un seguito di quella che era persino una rivisitazione dell'originale Bella Addormentata nel bosco, abbraccia e regala una certa libertà. C'è una libertà di scrittura, che può cercare un'evoluzione senza temere il fiato sul collo della tradizione, ma c'è anche una libertà di fruizione – da parte di noi spettatori più nostalgici – perché avvertiamo sempre meno l'interferenza del modello illustre e possiamo più facilmente prendere lo spettacolo per quello che offre.
Il secondo vantaggio è l'avvalersi di un regista vero, Joachim Rønning, che aveva firmato col socio Espen Sandberg Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar. Il primo Maleficent era atterrato nelle braccia dello scenografo Robert Stromberg, che l'aveva condotto in porto in modo non troppo omogeneo: Rønning invece è a suo agio con la macchina del blockbuster, abbastanza da garantire una certa disinvoltura, senza scomodare l'autorialità, sia chiaro.

Al di là dei vantaggi che derivano dal paragone col primo capitolo, a livello di contenuti il racconto di Maleficent - Signora del male funziona quando non fa mistero del suo messaggio politico attuale, sotto il divertimento più immediato: Ingrith diffonde fake news ante-litteram su Malefica, giocando sulla paura dei sudditi per il diverso e l' “esterno“. Come una crescente fetta dell'opinione pubblica (fomentata o meno dalla politica), Ingrith ritiene il pugno di ferro e la guerra uno sbocco inevitabile di ogni confronto, stimolando apposta la reazione violenta di chi con difficoltà prova a integrarsi senza riuscire a negare la propria identità.
Maleficent: Signora del male non si fa mancare comunque altri temi, come il rapporto con la maternità, la forza necessaria a lasciar andare i propri figli per la loro strada, il rispetto per la natura. Assai apprezzabile inoltre la ricerca di un'emancipazione femminile diversa da quella più classicamente combattiva, come va di moda a Hollywood: tra le due litiganti, è la fiera, intraprendente dolcezza di Aurora a contare e soprattutto a indicare una strada per il futuro che incarna con la sua giovane età. Lì dove Malefica e Ingrith rappresentano una generazione passata, carica di rancore e dolori che non dovrebbero ricadere sui figli.

Spettacolo compatto e sicuro dunque quello offerto da Maleficent Signora del Male, con pochi cedimenti. Fiorina, Giuggiola e Verdelia rimangono i sempre agghiaccianti ibridi tra attrici e CGI (per fortuna trascurabili nell'economia della storia), la fotografia annacqua le frequenti scene buie in un contrasto insufficiente, mentre il design di costumi, scenografie e creature è piuttosto anonimo. Fortunatamente i problemi poco intaccano un tipo di operazione che ci sembra per lo meno più sensata degli sfrontati remake copia-carbone.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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