Lacci: recensione del film di Daniele Luchetti con Alba Rohrwacher e Luigi Lo Cascio che ha aperto Venezia 2020

02 settembre 2020
2.5 di 5
15

L'adattamento del romanzo di successo di Domenico Starnone diventa ora un film diretto da Daniele Luchetti, un ritratto famigliare e generazionale al vetriolo che ha aperto la Mostra del Cinema di Venezia 2020.

Lacci: recensione del film di Daniele Luchetti con Alba Rohrwacher e Luigi Lo Cascio che ha aperto Venezia 2020

“Per stare insieme bisogna parlare poco, l’indispensabile”. Un bilancio dopo decenni di vita di coppia che suona più o meno letteralmente quello intorno al quale ruota il romanzo Lacci, scritto con successo di vendita e critica da Domenico Starnone nel 2014, diventato ora un adattamento per il cinema diretto da Daniele Luchetti.

È molto semplice da sintetizzare, il soggetto di questa storia. Aldo e Vanda sono sposati nella Napoli dei primi anni ’80. Il loro matrimonio entra in crisi quando lui si innamora della bella e giovane Linda. Li ritroviamo poi trent’anni dopo, sempre sposati, ma con i due figli ormai quarantenni. Sono due generazioni e due forme di amore, o meglio della sua assenza, che vengono raccontate in Lacci: quello matrimoniale e quello fra genitori e figli. “Perché me lo hai detto?”, domanda ripetutamente Vanda (Alba Rohrwacher) al marito Aldo (Luigi Lo Cascio), dopo la confessione di aver fatto sesso con un’altra. A quel punto la domanda diventa la consueta, “ma sei innamorato?” Gli occhi parlano per lui, e Aldo finisce cacciato di casa e solo sporadico testimone della crescita dei due figli negli anni successivi.

Lacci inizia come una classica storia d’infedeltà, con la donna vittima e parte fragile della coppia, addirittura incapace di reggere la notizia arrivando al tentato suicidio. Questo primo momento si sviluppa su toni accesi e urlati, specie da parte di Vanda, contribuendo poco a tratteggiare una rappresentazione al cinema più fedele delle dinamiche di coppia, in cui la donna sia parte attiva e non solo passiva, in quanto incapace di sopportare la perdita. Ma poi ritroviamo Vanda e Aldo a distanza di trent’anni, sempre sposati, questa volta interpretati da Laura Morante e Silvio Orlando, sempre privi di alchimia ma pronti a decolli di decibel. Un crescendo di incomunicabilità che arriva a superare la generazione, coinvolgendo i figli ormai cresciuti, con un'apparizione, assolutamente trascinante e liberatoria di Giovanna Mezzogiorno. Infatti più che una storia d’amore, questa storia ne è la sua tara

Il film è il resoconto di cosa rimane quando l’amore finisce, e non è un residuo biodegradabile o molto piacevole. Fa rileggere il passato, anche quello colorato degli anni dell’innamoramento, con occhi diversi, e i legami, per l’appunto i lacci, qui intesi in molteplici significati, sono le uniche ragioni per cui si continua per trent’anni a stare insieme, al di là dell’unica degna e meritevole per cui varrebbe la pena farlo. Non si respira mai a pieni polmoni, e non è la mascherina con lui l’abbiamo visto, siamo sempre in interni soffocanti o in rari esterni che trasmettono disagio.

Si parla spesso con nostalgia della cattiveria della commedia all’italiana degli anni d’oro, e qui Luchetti cerca chiaramente, e meritoriamente, la via della sgradevolezza, “del filo spinato” come definisce il laccio ormai privo di amore. Una disamina di sentimenti che si sfilacciano in rancore e addirittura desiderio di vendetta, cambiando di generazione. Peccato che la scelta di cucire le varie fasi della vita privilegi le scene madri e non dia il tempo ai rapporti fra i personaggi di emergere attraverso momenti più quotidiani, se vogliamo più banali, ma più efficaci nel rendere a noi spettatori viva e pungente una montagna russa familiare che rimane un po’ distante.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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