La classe operaia va in Paradiso: recensione del film di Elio Petri con Gian Maria Volonté

07 aprile 2020
3.5 di 5
15

Secondo capitolo della cosiddetta "Trilogia della nevrosi", cinema filosofico e metafisico prima che politico, è dei tre quello che sente di più il passare del tempo, ma paradossalmente le contraddizioni di cui parla, interne alla sinistra, sono le stesse di oggi.

La classe operaia va in Paradiso: recensione del film di Elio Petri con Gian Maria Volonté

Quando venne presentato, a Cannes, a Porretta Terme e nei cinema italiani, fece arrabbiare tutti, a sinistra. Segno che con La classe operaia va in Paradiso Elio Petri era stato capace di colpire nel segno, raccontando le contraddizioni insite nelle retoriche sulla lotta di classe, lo sfruttamento, il lavoro salariato.
Petri voleva fare un film sul lavoro, “sulla classe operaia”, con lo sguardo lucido e provocatorio che possedeva, e ancora oggi molti suoi ragionamenti - sul lavoro, sul capitalismo e sulle politiche della sinistra - rimangono attuali. Perché quei nodi sono irrisolti da quasi cinquant’anni e si sono tramutati in grovigli pressoché inestricabili, e perché Petri rifiutava ogni ideologismo, per essere semplicemente un osservatore, e per portare la politica a sposarsi col cinema a un livello superiore e quasi metafisico.

La parabola di Lulù, operaio cottimista e stakanovista che, dopo aver perso un dito sul lavoro, diventa all’improvviso sostenitore delle proteste massimaliste aizzate dal Movimento studentesco che presidiava le fabbriche, e contestatore delle logiche sindacali basate sulla contrattazione e la progressività della lotta, che perde sé stesso perdendo il lavoro e che una volta riassunto rimane a sognare muri da abbattere dietro ai quali c’è solo nebbia da contemplare, è una parabola esemplare. Ma lo è prima di tutto dal punto di vista filosofico, prima che politico. E, ancora una volta, non si piega mai a questa o quella corrente o a quell’ideologismo.
A Petri interessava raccontare, col suo stile cinematografico potente, l’incubo di un uomo che è sempre stato e si scopre sempre di più prigioniero di un sistema che lo possiede e lo annulla attraverso il meccanismo dell’alienazione. Quello descritto da Marx, appunto, che prima di essere qualsiasi altra cosa era un filosofo.

Dei tre film che compongono la cosiddetta Trilogia della nevrosi di Petri (Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto prima, e La proprietà non è più un furto poi), La classe operaia va in Paradiso è un perfetto cardine tematico, dove il lavoro è l’elemento di connessione tra il potere (quello che gli operai non hanno, e hanno i padroni) e il denaro (quello che unisce nello stesso meccanismo, “nello stesso giro”, padroni e operai), che poi sono i temi del primo e del terzo film.
Dei tre, paradossalmente è quello che denuncia maggiormente l’essere nato in un certo momento storico e in certo clima, e che un poco più degli altri - a dispetto dell’immutata struttura del sistema capitalistico - porta i segni del tempo trascorso.
E però, oltre a contare sull’interpretazione debordante e sopra le righe ma perfettamente funzionale di Gian Maria Volonté, che riempie letteralmente col corpo e le parole praticamente ogni inquadratura (o meglio: che è costretto e asfissiato dalla stessa per volontà del regista), e sulla celebre colonna sonora di Ennio Morricone che è un perfetto compendio musicale alle atmosfere angosciose e ansiogene della storia e delle immagini e dello stile onirico e visionario del film, sono molti i guizzi e le intuizioni di Petri che colpiscono con forza ancora oggi.

Battute come quella che recita “prendi coscienza e sei fottuto”, pronunciata dallo studente barbuto e diretta a Lulù, che da licenziato scopre di non contare più tanto per quei movimentisti estremisti e parolai, e che si trova a contemplare un vuoto esistenziale abissale.
Immagini come quella di un dipinto di Stalin conservato psicanaliticamente nel buio di uno sgabuzzino in una casa, quella di Lulù, consacrata ai simboli del consumo, tra televisori, candele a gas, e perfini pupazzi di Zio Paperone.
Scene come quella della fuga degli operai dalla polizia, tra i pioppi e nella neve, nella quale Petri sembra improvvisamente mutare stile e e adottare uno sguardo pittorico simile a quello di certi dipinti di Pieter Bruegel il Vecchio.
Soprattutto, l’intuizione metafisica e - col senno di poi, quasi cyberpunk - della costante e reiterata identificazione e compenetrazione tra la macchina della fabbrica e il corpo umano, che a sua volta crea un legame fortissimo tra lavoro e sessualità.

Lo dice chiaramente il Lulù di Volonté a Mariangela Melato: “L’individuo è uguale alla fabbrica. Fabbrica de merda.”
Militina, l’operaio impazzito interpretato da Salvo Randone che Lulù va a trovare in manicomio, dice che “sono gli altri che lo decidono quando devi diventare matto” (ovvero l’alienato totale), perché i padroni decidono tutto, ma anche che matti si diventa quando “il cervello sciopera”, riprendendo inconsapevolmente l’analogia fatta da Lulù tra individuo e fabbrica.
La voce dagli altoparlanti che accoglie gli operai quando entrano al lavoro invita i lavoratori a prendersi cura dei macchinari come se fossero esseri viventi, e c’è forse un’intuizione pre-cronenberghiana nel far sì che la macchina mangi un pezzo di corpo di Lulù, e in come Petri filma il sangue che vi scorre sopra e dentro gli ingranaggi.
Quando poi alla fine Lulù rientra nell’organismo fabbrica, e ritrova unione e sintonia coi suoi colleghi, gli operai non lavorano più ognuno a una macchina, ma sono uniti corpo e mente lungo la catena di montaggio.

E c’è poi l’elemento sessuale, che è sempre presente nella Trilogia della nevrosi di Petri, e che qui assume un ruolo fondamentale.
Lulù, che quando torna a casa alla sera non ha la forza e la voglia di fare l’amore, dice alla Melato che alla mattina sì, entrando in fabbrica se ne farebbe tre. Dice ai nuovi arrivati da addestrare che lui è così produttivo perché si rompe i coglioni, e allora si concentra e lavora per non annoiarsi, e mentre lavora pensa a un culo: “Un pezzo, un culo”.
A chi gli rimproverava di non andare abbastanza veloce un operaio giovane e contestatore risponde “lavoro secondo i miei tempi di masturbazione.”
E quando poi Lulù perde il dito - che per lui, come gli dice lo psicologo della fabbrica, è un po’ come esser stato castrato, anche se il problema è psicologico e non fisico - cerca di dimostrare a sé stesso prima che ad altri la sua virilità facendo l’amore in macchina con la giovane collega Adalgisa (quella del culo cui pensava lavorando), in una scena però goffa e tragicomica che a dispetto dell’atto sessuale mostra tutta la sconfitta e lo smarrimento del personaggio di Volonté.
Perché senza lavoro, non c’è potenza sessuale. Perché Lulù ha preso coscienza, e oramai è fottuto. E non gli resta altro da fare che sognare solo di abbattere i muri, e pure nel sogno, rimanere a contemplare la nebbia dell’incertezza e dello smarrimento che avvolge lui e i suoi colleghi operai.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
Suggerisci una correzione per la recensione
Palinsesto di tutti i film in programmazione attualmente nei cinema, con informazioni, orari e sale.
Trova i migliori Film e Serie TV disponibili sulle principali piattaforme di streaming legale.
I Programmi in tv ora in diretta, la guida completa di tutti i canali televisi del palinsesto.
Piattaforme Streaming
lascia un commento