La belva: la recensione

01 dicembre 2020
2.5 di 5

Interessante tentativo di importare l'action contemporaneo in Italia, conta su alcune buone intuizioni (quella di scegliere Fabrizio Gifuni come protagonista su tutte) ma paga lo scotto di una scarsa originalità e di un innesto imperfetto dei modelli di partenza nel contesto italiano. La recensione di Federico Gironi.

La belva: la recensione

Tra le cose che mi hanno convinto di più della Belva, ci sono le location. Quasi tutto il film di Ludovico Di Martino è girato in una periferia astratta, che riconosciamo come romana dalle parlate e da alcuni tratti, e perché siamo spettatori sgamati, ma che è senza nome, e poco riconoscibile.
Con quella di mettere il serio e impegnato Fabrizio Gifuni (il Gifuni che saluta con un “Cari compagni…” la platea del PD al Palalottomatica, e che porta in scena le lettere dalla prigionia di Aldo Moro) nei panni della Belva, raccontare luoghi “irriconoscibili” è la migliore intuizione del film; di un film che, è chiaramente il tentativo di importare in Italia modelli produttivi action statunitensi o francesi, e di rivitalizzare il nostro cinema di genere (dietro all’operazione c’è Matteo Rovere e la sua Grøenlandia: who else?).
È un peccato, allora, che questo sforzo di irriconoscibilità, così come quello simboleggiato da prendere uno come Gifuni e metterlo a fare qualcosa che solitamente non fa mai, vengano in qualche modo traditi da un impianto generale che invece è fin troppo derivativo e citazionista, e che non riesce a utilizzare luoghi e personaggio per declinare in maniera nazionale (e personale), un canovaccio stranoto.

Gifuni, come detto, funziona. Funziona bene per presenza fisica e pathos, e per il suo adattarsi senza riserve al grugnire, sbuffare, ansimare, soffrire, menare e sanguinare che gli è richiesto da un copione che - fortunatamente, in questo contesto - si basa più sull’azione e il movimento, anche dei corpi, che non sul loro interloquire.
Certo, si poteva evitare di battezzare il suo personaggio Leonida, che mi pare una sottolineatura troppo sfacciata e perfino inutile; così come si poteva dare al vicequestore aggiunto interpretato da Lino Musella (il professore di Favolacce, per capirci) un nome diverso di Basilio, che fa subito sigla di Emilio, trasmissione che i meno giovani tra voi forse ricorderanno.

Leonida o meno, Gifuni funziona, anche nel suo essere feroce e addestrato ma non invincibile e supereroico.
Di Martino gira con mestiere e discreta sicurezza, supportato dal montaggio, dalla fotografia e - sospetto - da un color correction importante. E quando l’azione diventa azione pura (inseguimenti d’auto, combattimenti corpo a corpo) non è che lo scarto con i prodotti hollywoodiani o francesi non si noti (perché c’è ancora, e c’è ancora il tempo di andarlo a colmare), ma è non tale da farti storcere la bocca o, peggio, strapparti sorrisi sardonici.
E però, davanti a La belva, davanti a valori produttivi solidi e buone intuizioni, non puoi fare a meno di notare come lo sforzo complessivo - che pure è encomiabile - avrebbe potuto dare risultati migliori se orientato anche alla costruzione di una personalità chiara e definita quanto quella del suo protagonista, oltre che di una professionalità.

Nonostante Gifuni, La belva di personalità non ne ha poi molta. Perché se i suoi luoghi sono non luoghi, la sua trama e le sue scene sono un susseguirsi di déjà vu immancabili per chi un po’ di cinema action lo mastica: e a chi altri potrebbe essere destinato, questo film, se non agli appassionati di action?
Il che, di per sé non è nemmeno un problema insormontabile, se la voglia di giocare col rimando, il richiamo e la citazione è tenuta a bada, ma diventa un limite più evidente quando il gioco si fa ripetitivo, o spinge il racconto verso il deragliamento, come nel caso rappresentato dal villain di Andrea Pennacchi (il Poiana della tv, anche nel cast dell’Incredibile storia dell’Isola delle Rose nei panni del papà di Elio Germano): che è bravo, ci mancherebbe, ma costretto in un personaggio cartoonesco che pare uscito dal Polar di Jonas Åkerlund stonando in un contesto modellato su tutta un’altra serie di riferimenti, che vanno dall’ovvio Taken fino a Drive, nel giubbotto di Gifuni e in certe ostentazioni al neon.

Il punto, per essere più chiari e precisi, è che La belva sarebbe potuto essere migliore, fatto salvo il gap da colmare con certi prodotti esteri, se anche nella trama e nella declinazione dell’azione lo sforzo di importare nel nostro paese un certo tipo di cinema avesse comportato una qualche metabolizzazione, una capacità più ampia di adattarsi al contesto italiano e di restituirlo.
La factory di Rovere ha dimostrato altrove di saper proporre un cinema dal respiro internazionale e però chiaramente ancorato al suo paese d’origine: in questo il rischio è che La belva assomigli così tanto a tutta una serie di action stranieri - a volte nemmeno troppo memorabili - da far risaltare troppo quel che manca, e troppo poco quel che invece di buono, pure, c’è.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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