I padroni della notte - la recensione

03 gennaio 2020
3.5 di 5

Un poliziesco lirico e classicheggiante, con una Eva Medes conturbante e un Joaquin Phoenix dolente e travagliato. Quando ancora James Gray aveva una misura.

I padroni della notte - la recensione

"Sono l'uomo più fortunato del mondo. Se morissi adesso sarei felice," dice Joaquin Phoenix a una conturbante Eva Mendes, con la quale stava amoreggiando su un divanetto nella prima scena di I padroni della notte.
Perché Bobby e Amada (nome che non appare casuale) non si desiderano e basta: si amano.
Poco dopo, lasciato il Caribe, il locale notturno gestito da Bobby per conto di un anziano immigrato russo che guarda come a un padre, lui e Amada vanno a trovare la sua famiglia: quella vera, quella composta dal padre Albert (Robert Duvall) e dal fratello Joe (Mark Wahlberg), entrambi poliziotti. L'occasione è la festa per la promozione di Joe a capitano. Ma subito, tra i maschi della famiglia Grusinsky (anche se Bobby si fa chiamare Green) si aprono le voragini del conflitto: in una chiesa, la famiglia di Bobby gli chiede quello che lui reputa un tradimento. Il tradimento dei suoi amici.
Bobby se va di corsa, infastidito, baciando la sua Amada per le scale, proprio mentre Joe chiede ai colleghi un minuto di silenzio per un agente morto in servizio.

Bastano questi primi minuti, queste prime scene, e James Gray ha già raccontato, in sintesi, tutto il suo film. Un film sulla lotta per la vita contro la morte che incombe.
I padroni della notte parla di amore e di morte. Di famiglie, di fratelli, di padri e di figli, di legami di sangue che nel sangue e col sangue verranno spezzati, e che per per il sangue torneranno a essere uniti. Di fiducia, di aspettative, di dovere e di tradimento.
Prima che diventasse eccesso melodrammatico in C'era una volta a New York, o di inseguire l'epica ambiziosa e fuori scala di Civiltà perduta e Ad Astra, il lirismo del regista americano trova qui un respiro ampio e complesso; senza la misura sentimentale perfetta e straziante del successivo Two Lovers, ma comunque capace di trasformarsi in una materia cinematografica densa, e in un racconto caldo e avvolgente. Fin troppo forse.
La solennità barocca del film è a tratti soffocante, ma rende bene lo stato d'animo di un Joaquin Phoenix capace di raccontare le trasformazioni interiori di Bobby, la sua rabbia implosa e le sue perdite. La dolente consapevolezza di dover andare incontro a un destino imposto, a obblighi familiari che gli negheranno l'amore e la spensieratezza dell'inizio, di una vita che pensava di potersi costruire a sua immagine e somiglianza. E invece no.

Gray è mitologico, e shakespeariano, la sua devozione verso gli archetipi narrativi classici è pari solo a quella verso il cinema classico che questo film ha ispirato: quello dei Friedkin e degli Scorsese, e di certo De Palma. Perché è evidente - nelle scene in discoteca, nel personaggio di Jumbo - che Carlito's Way non è passato invano a casa del regista, e si vede da subito: e in fondo la parabola di Bobby non è così diversa da quella di Brigante.
Due notevoli sequenze action (un inseguimento in auto sotto la pioggia che deve molto a Friedkin, e una scena finale di regolamento conti in un canneto) non tolgono mai forza al pathos del film, e alle tante scene in cui Gray esalta i silenzi e i piccoli gesti, preferendoli al dinamismo a tutti i costi. Come quella della visita di Bobby al fratello Joe in ospedale, o quella in cui viene annunciato al padre il ferimento del figlio. O anche il confronto finale tra i due fratelli, finalmente pronti a confessarsi il loro affetto, ma entrambi vittime di un tempo e un destino, pieni di rimpianto per quello che erano e non saranno più.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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