Hotel Gagarin: recensione della commedia con Claudio Amendola, Luca Argentero e Giuseppe Battiston

23 maggio 2018
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Il primo film di Simone Spada è un elogio dell'immaginazione condito con un pizzico di nostalgia per il cinema e l'Italia di una volta.

Hotel Gagarin: recensione della commedia con Claudio Amendola, Luca Argentero e Giuseppe Battiston

Ci sono un inglese, un francese, un tedesco e un italiano…No, ci sono un italiano, un'italiana, e poi ancora un italiano, un'italiana e un italiano, e... no, non sono i buffi protagonisti di una barzelletta, ma di uno strano scherzo del destino, un destino sotto forma di uno scalcagnato e truffaldino produttore cinematografico che, assecondando il disegno di un politico corrotto che ha ottenuto un finanziamento europeo, li trascina nell'inverno armeno, in una località remota dove campeggia, fra le nevi, un albergo a metà fa l’Overlook Hotel di Shining e un castello incantato: il lussuoso Hotel Gagarin.

Per il suo esordio dietro alla macchina da presa, dopo un ottimo apprendistato sui set di Claudio Caligari, Gennaro Nunziante e Gabriele Mainetti, Simone Spada punta sul sicuro potenziale narrativo dell'unità di luogo e sulle sempre interessanti dinamiche di gruppo, nella fattispecie un gruppo di "sfigati" che sono in qualche modo in rotta con la vita e che hanno un disperato bisogno di soldi. C'è la prostituta dal cuore d’oro e c'è lo strafattone che in fondo è un buon diavolo, poi la donna fredda e sola e il buontempone "romanaccio" dall’animo sincero, e, certo, sulle prime nessuno di loro sembra distinguersi per spessore psicologico oppure originalità, ma abbiamo l'impressione che si tratti di una semplicità "voluta", perché, forse, per il neoregista ognuno di questi "looser" dev'essere come un foglio immacolato, un muro bianco su cui dipingere con colori delicati un grande affresco o un canovaccio sul quale scrivere una commedia umana garbata e magari un po’ strampalata che ha già un suo direttore di scena: un professore di storia che insegna guerre e rivoluzioni attraverso il cinema e che è autore della sceneggiatura del film che i nostri devono girare. Ovviamente non possono girarlo, perché l'inganno è presto svelato e per di più scoppia la guerra, che blocca la brigata all'interno dell’albergo e che permette felicemente al film di mutare registro e di trasformarsi in qualcos'altro, qualcosa di interessante, di magico, di surreale, di sospeso, di poetico.

Questo "qualcosa" è un sogno chiamato Gagarin, il sogno di un vecchio di un villaggio vicino che ha saputo che ci sono artisti stranieri che fanno il cinema e che vorrebbe essere protagonista di una fantasticheria in cui essere il primo uomo a volare nello spazio. E alla fantasia dell'anziano si aggiungono quelle di tante altre persone che amano i film. Insieme a loro Hotel Gagarin prende davvero il volo verso lande sconosciute e magnifiche, diventando un elogio del potere dell'immaginazione e una curiosa variante del road-movie nella quale a viaggiare non è il corpo ma la mente. Anche i cinque protagonisti, che nel frattempo sono diventati sei, o meglio sette, perché c’è un Philippe Leroy che dispensa pillole di saggezza ("ogni minuto che perdiamo non ci viene mai restituito"), compiono un percorso - dalla chiusura mentale all'apertura, dall’horror vacui al piacere del dolce far niente, dall'egoismo all’altruismo - mentre tutto intorno è bellezza (la bellezza di paesaggi superbamente fotografati da Maurizio Calvesi) e struggente malinconia, una malinconia quasi mitteleuropea (anche se siamo in Armenia) da cui Spada si lascia "contaminare" e trascinare ricorrendo personaggi inesistenti e acchiappando una gentilezza che pare irrimediabilmente svanita e di cui abbiamo tanta nostalgia.

In Hotel Gagarin la nostalgia è anche quella di un cinema che non c'è più, un cinema sincero, se vogliamo imperfetto e sopra ogni cosa artigianale che gli effetti speciali, la CGI e l'impero dei blockbuster con i supereroi in cima hanno annientato, il cinema della vecchia fantascienza di un Solaris, dei western e della grande commedia all'italiana, che qui è un riferimento obbligato insieme ai film della fuga di Gabriele Salvatores. Quel cinema, ahimè non tornerà, e nonostante Simone Spada ce la metta tutta per trasmettere un messaggio di speranza, con l'invito a godersi l'hic et nunc e a toccare la felicità iniziando semplicemente a viverla ("Se vuoi essere felice, comincia", diceva Tolstoj), viene da pensare che anche la buona vecchia Italia, nella quale un presente e un avvenire roseo erano a portata di mano, abbia smesso di esistere, e che per ritrovare un po’ di calore umano, per ripartire insomma dai sentimenti e credere ancora nel prodigio della fantasia, ci sia bisogno di andare lontano, magari per vivere con poco e magari non tornare più.

Perché che senso ha tornare in paese che non ha mantenuto le tante promesse fatte? Forse nessuno, e la musica triste che ogni tanto fa capolino nel film ci suggerisce anche questo: che in fondo, si stava meglio prima.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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