The Lost City of Z: recensione del film con Charlie Hunnam, Robert Pattinson e Sienna Miller

14 febbraio 2017
2.5 di 5
7

Come in The Immigrant, James Gray cerca il respiro ampio del cinema classico, ma fallisce nel dare anima alla sua storia.

The Lost City of Z: recensione del film con Charlie Hunnam, Robert Pattinson e Sienna Miller

Non è che The Lost City of Z non mi sia piaciuto perché, dopo quello che hanno fatto assieme Werner Herzog e Klaus Kinski in film come Aguirre o Fitzcarraldo, chiunque tenti di raccontare l'Amazzonia e le ossessioni dell'uomo bianco legate a quel luogo sia destinato a fare una figura miserrima.
Confronti del genere, prima che impari, sono ingiusti, e c'è da riconoscere che la storia (vera) di Percy Fawcett ha la sua singolarità e la sua dignità, e che il modello, per James Gray, era semmai più Lawrence d'Arabia che non il cinema del tedesco.
Però, ancora ossessionato dalla voglia di catturare un passo e un respiro che sono quelli del cinema classico e forse non i suoi (in The Immigrant il melò in costume, qui, appunto, David Lean), ancora impegnato con Darius Khondji a lavorare sulla forma e sulla materia visiva del suo film più che su quella del racconto, Gray dà l'impressione di arrancare. D'inseguire un'utopia che non è mai in grado di raggiungere: come il suo protagonista.

Se si guarda allora The Lost City of Z dal punto di vista di Percy, del protagonista interpretato da Charlie Hunnam che sarà di sicuro un ottimo stand in per il Brad Pitt che doveva essere nel film e si è dovuto limitare a produrre, ma che di certo non ha particolari doti d'attore né è dotato di grande carisma, se ne cava poco.
Al più la storia poco approfondita di un'ossessione, di un uomo non particolarmente simpatico e forse non troppo intelligente, vagamente esaltato, magari febbrile, ma senza la visionarietà, anche allucinata, del Kinski di Herzog o l'afflato epico e morale del Lawrence di Peter O'Toole: Percy è piuttosto un uomo piuttosto egoista che, pur considerata la tara dei cento anni che ci separano da quelle vicende, sacrifica la sua famiglia sull'altare della sua ambizione. Un uomo piccolo, in fondo.
Se ne cava, dal suo punto di vista, un film ripetitivo, noioso, anche lui poco capace di scartare e diventare davvero quel grande affresco che desidera essere, rimanendo quasi artificiale, nonostante la grana e la luce della fotografia sbucata dal passato.

Forse, allora, la porta giusta per entrare in The Lost City of Z è quella di Nina, la moglie di Percy, interpretata da una Sienna Miller che non solo è sempre più bella ma è anche brava: infinitamente più di Hunnam, ma a naso, comunque, anche più di tutti gli altri.
Non solo l'interprete più brava, ma anche il personaggio più reale, più complesso, più apprezzabile. Quello di una donna forte, forse anche troppo, capace di essere avanti al suo tempo per il coraggio e la determinazione (ma anche la tranquillità) con cui lotta per i suoi diritti, e che si fa carico di tutto ciò di cui suo marito non si cura: i figli e la loro crescita; la famiglia e la sua compattezza.
Una donna forte, con una visione, ma senza ambizioni febbrili e velleitarie. Una persona con una grandezza che il marito non ha.

Sono quelli in cui la Miller appare sullo schermo, i momenti di The Lost City of Z che hanno un senso e una direzione. Una manciata di momenti sparsi in un film magari anche lussureggiante e intricato, ma che si rivela una foresta che non contiene alcun segreto rilevante.
Un luogo mitico che sta tutto nella mente di Gray, e nel quale lo spettatore si perde, tra scorci suggestivi e momenti di normale e banale amministrazione amazzonica (dalle tribù cannibali come in Green Inferno, all'attacco, sanguinoso ma non troppo, dei piranha), ma senza trovare quel che cerca.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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