Aquaman: la recensione del cinecomic con Jason Momoa

20 dicembre 2018
2.5 di 5
6

Un enorme dispiego di mezzi, un risultato molto altalenante...

Aquaman: la recensione del cinecomic con Jason Momoa

Nato dall'unione del papà guardiano di un faro e di Atlanna (Nicole Kidman), atlantidea ribelle, Arthur (Jason Momoa) è dotato di poteri e forza straordinari, specie nell'elemento acqua. Convinto che il popolo sommerso abbia giustiziato sua madre per aver dato alla luce un bastardo, non vorrebbe accettare il suo destino di re di Atlantide, trono usurpato dal fratellastro Orm (Patrick Wilson). La bella Mera (Amber Heard) e il suo mentore Vulko (Willem Dafoe) gli faranno cambiare idea?

Aquaman arriva in sala quando il destino del DC Extended Universe è in forse: con la sola eccezione di Wonder Woman, che ha conquistato molti, nessun film del ciclo è riuscito a scalfire lo strapotere Marvel nei cinecomic. Si prospettano esperimenti diversi e più autoriali come il Joker di Todd Phillips con Joaquin Phoenix. Già svezzato all'alto budget dopo Fast and Furious 7, James Wan dirige quindi in porto la nave Aquaman in mezzo alla tempesta dell'impostazione tradizionale, divertendosi con gli effetti visivi e giurando fedeltà al materiale originale. Nel caso specifico, parliamo di un personaggio nato nel 1941 ad opera di Mort Weisinger e Paul Norris, ridefinito intorno agli anni Cinquanta e rivisto esteticamente più volte anche negli ultimi anni. Il protagonista Jason Momoa, che ha già fatto capolino in Justice League, è come presenza scenica e strafottenza abbastanza adeguato al ruolo (almeno a questa versione del personaggio), ma purtroppo il film non sembra offrire molto altro.

I momenti più riusciti appaiono, paradossalmente, alcune sequenze d'azione all'asciutto, come quella iniziale nel sommergibile o un'altra in una delirante stereotipata versione della Sicilia. Wan sembra invece farsi fagocitare dalla CGI senza imporre una visione chiara, quando si tratta di costruire sullo schermo il mondo sommerso e le relative caotiche battaglie, intrise di quel gigantismo generico che sopperisce con il rumore alla suspense reale.
Dove però la costruzione del lungometraggio segna davvero il passo è nei momenti di relativa calma, quando i sentimenti tra i personaggi dovrebbero gettare i semi per coinvolgerci emotivamente in quel che accade. La messa in scena è, per illuminazione e scelte registiche (abbracci al rallentatore!), piuttosto kitsch. Di conseguenza anche gli attori sembrano presenti a corrente alternata, a volte convinti, in altri casi – come quello di Nicole Kidman – piuttosto incerti.
Aquaman diventa così un lungometraggio che oscilla pericolosamente tra un gusto ingenuo di avventura fantasy consapevole (pure apprezzabile) e scivoloni pacchiani. Questi ultimi si potrebbero sopportare più agevolmente se la durata non fosse estesa a ben due ore e venti.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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