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Ryan O'Neal: la scomparsa di un'icona

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Cerchiamo di raccontare anche ai più giovani chi era Ryan O'Neal e perché la sua morte avvenuta nel weekend ha avuto tanto risalto, anche se era inattivo e malato ormai da anni.

Ryan O'Neal: la scomparsa di un'icona

Ci sono attori che sono, in un certo senso, più grandi e significativi del loro relativo talento, grande o piccolo che questo sia, e che quando scompaiono lasciano un’eco nei loro contemporanei, che forse chi non li ha conosciuti nel loro periodo di gloria non comprende. Più ancora della bravura dell'interprete, in questi casi ricordiamo l’icona di un’epoca e quello che ha rappresentato per una generazione. Uno di questi era sicuramente Ryan O’Neal, l’attore americano di origini irlandesi, morto dopo anni di malattia (leucemia e cancro) l’8 dicembre all'età di 82 anni.

Ryan O’Neal, l’idolo di più generazioni di adolescenti

Prima del film che gli darà la fama, Ryan O’Neal per cinque anni, dal 1964 al 1969, è il volto di Rodney Harrington, conteso tra due ragazze di provincia, interpretate da Mia Farrow e Barbara Perkins, nella soap televisiva in bianco e nero Peyton Place, tratta dallo “scandaloso” best-seller degli anni Cinquanta di Grace Metalious, già portato al cinema in 2 film, e che è stato una delle ispirazioni del Twin Peaks lynchiano. Il pubblico femminile americano si innamora di questo bel ragazzo dall’aria pulita, che si ritrova incastrato in un matrimonio senza amore. Un anno dopo la conclusione dello show, il regista Arthur Hiller, che aveva fatto debuttare O’Neal ne Il ranch della vendetta, sfrutta queste sue caratteristiche per affiancarlo alla brunetta più in voga nel periodo, Ali McGraw, ancora sposata col produttore della Paramount Robert Evans, nello strappalacrime Love Story. Il film diventa un fenomeno mondiale, viene candidato a 7 Oscar (anche O’Neal è nominato per la statuetta) e ne vince uno per le musiche di Francis Lai (in Italia il tema viene dotato di parole e inciso da Johnny Dorelli e Iva Zanicchi, in un 45 giri intitolato “Grazie, amore mio”). L’autore del copione, Erich Segal, trae dalla sua stessa sceneggiatura uno smilzo romanzetto che domina per molto tempo le classifiche mondiali dei best-seller. Il ricordo personale di chi scrive, che aveva 12 anni quando lo vide in un cinema stracolmo con le sue compagne di scuola, è di esser rimasta impassibile e un po' cinicamente divertita, mentre intorno a lei le sue amiche pre-adolescenti versavano fiumi di lacrime sul tragico finale. Ryan O’Neal, coi suoi ricciolini biondi e l’aria da cucciolotto perduto, con quel film fa nascere in un’intera generazione femminile il desiderio di coccolarlo e consolarlo, e la sua carriera sembra irrimediabilmente segnata nella direzione romantica del personaggio di Oliver.

Fortunatamente per lui, con cui nel frattempo esce anche, pesantemente rimaneggiato, l’unico western di Blake Edwards, Uomini selvaggi, a salvarlo da questo destino arriva Peter Bogdanovich con due splendide commedie: nella prima, Ma papà ti manda sola?, O’Neal mostra il suo lato brillante accanto a Barbra Streisand, ma è soprattutto con la seconda, la nostalgica Paper Moon in bianco e nero, interpretata con la figlia bambina, Tatum, nel ruolo di un truffatore che attraversa l’America della Grande Depressione con un’orfanella, che ci conquista. Il film, candidato a 4 Oscar, ne fa vincere una proprio alla piccolissima Tatum O’Neal, che porta a casa anche il David di Donatello, rubando la scena al padre. O’Neal viene proposto da Robert Evans, ma giustamente scartato, per il ruolo di Michael Corleone ne Il Padrino e, per il suo passato di pugile, sembra sia stato considerato addirittura per Rocky. Ma la sua grande occasione di entrare nella storia del cinema arriva col capolavoro di Stanley Kubrick, Barry Lyndon, e lui non se la fa sfuggire. All’epoca molti storcono il naso per la sua scelta come protagonista del fluviale, maestoso adattamento del romanzo di Thackeray, ma Kubrick la difende strenuamente. Come rivela al suo critico/biografo Michel Ciment, lui era l’attore giusto per la parte, anche se, come ci raccontò il direttore del doppiaggio italiano Mario Maldesi, l'interpretazione vocale di Giancarlo Giannini migliorò la performance originale.

Dopo Barry Lyndon, Ryan O’Neal lavora con altri ottimi registi in buoni film: è di nuovo con Peter Bogdanovich in Daisy Miller e viene diretto da Walter Hill in Driver l’imprendibile, prima che l’attore si faccia convincere, dopo averlo rifiutato una prima volta, a riprendere il suo personaggio di Love Story in Oliver’s Story di John Korty, in un sequel che arriva 8 anni dopo il primo film, di cui nessuno sentiva il bisogno e che viene accolto freddamente in un mondo e un cinema completamente cambiati. Ma l’appeal romantico dell’attore nella vita continua, quando nel 1979 O’Neal inizia una relazione con un’attrice simbolo dell’epoca, Farrah Fawcett, famosissima per Charlie’s Angels e per la sua capigliatura fluente. Nel 1997 questo amore da favola si interrompe per gli eclatanti tradimenti di lui, ma 4 anni dopo i due si ritrovano e restano insieme fino alla morte di lei, nel 2009, per un tumore, in una dinamica che rispecchiava tristemente nella realtà quella della finzione del suo film più famoso. Anche il rapporto con la figlia Tatum non è dei più felici, ma non è questo il luogo per parlare dei problemi della vita di uno dei simboli del nostro immaginario, che ha continuato a lavorare finché ha potuto (lo ricordiamo nella serie tv Bones).

Con la star di Love Story, che oggi ha 84 anni, si è riunito nel 2016 nella pièce teatrale Love Letters, e nel febbraio del 2021, quando entrambi sono stati onorati di una stella sul Walk of Fame di Hollywood. E queste sono le parole scelte da Ali McGraw, sabato, per dire addio al collega di un’epoca indimenticabile:

Lavorare con Ryan, così tanti anni fa, è stata una delle esperienze migliori della mia carriera cinematografica, e siamo rimasti sempre amici da allora. Era un attore capace, affascinante e anche divertente. So che una enorme parte del mio successo la devo alla sua generosità come collega. E’ stato straziante sapere quanto sia stato malato per anni e non sono sorpresa nell’apprendere che ci ha lasciato ieri mattina. Fortunatamente era insieme al figlio Patrick e ad un gruppo di amici stretti, di una vita. Il mio affetto va a tutti i suoi quattro figli e alle persone che lo hanno amato di più.
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  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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