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Offseason, la recensione: Mickey Keating mescola gotico tradizionale, cosmic horror e videogame

Notevole, anche nell'impianto formale e nella cura di inquadrature e messa in scena, il nuovo horror citazionista del giovane regista americano, presentato nella sezione Le stanze di Rol al Torino Film Festival 2021. La recensione di Federico Gironi.

Offseason, la recensione: Mickey Keating mescola gotico tradizionale, cosmic horror e videogame

Se siete appassionati di cinema di genere, e magari vi muovete anche tra quei titoli e quei nomi che per un motivo o un altro in Italia in sala non arrivano, potreste conoscere Mickey Keating, regista americano classe 1990 che ha già diretto film piuttosto apprezzati come Pod, Ritual, Darling o Carnage Park.
Se lo conoscete, lo sapete già, altrimenti ve lo dico io: quello di Keating è un cinema fortemente citazionista. Nei suoi film il giovane autore rielabora in maniera evidente ma sempre personale riferimenti espliciti: che se in passto hanno riguardato, per dire, Polanski o Peckinpah, nel nuovo Offseason presentato al TFF (sezione Le stanze di Rol), sono invece Lovecraft, Lucio Fulci, un pochino del John Carpenter di The Fog (e non solo) e tantissimo Carnival of Souls.

In Offseason c'è un'isola che, terminata la stagione estiva e partito l'ultimo turista, viene isolata dal resto del mondo. Il ponte attraverso il quale vi si accede viene sollevato, e nessuno entra e nessuno esce. Alla vigilia di quella chiusura, quando già nell'isola non viene fatto entrare più nessuno, arriva Marie (Jocelin Donahue) una giovane donna col marito un po' inetto (Joe Swamberg): la tomba di sua madre Ava Aldrich (Melora Walters), grande attrice che sull'isola era nata, è stata vandalizzata. Così, almeno, dice una lettera che gli chiedeva di recarsi con urgenza sul posto e di mantenere il riserbo su quanto accaduto.
E non ci vuole molto - anzi, ci vuole pochissimo - perché una volta sull'isola Marie inizi a capire che lì c'è qualcosa di molto strano, molto inquietante e di mortalmente pericoloso.
Al cimitero sale la nebbia, e poi arrivano strane figure dagli occhi bianchi, e Marie perde il marito, e poi lo ritrova, e poi in un bar incontrano figuri strani e grotteschi e minacciosi che paiono usciti da un folk horror marinaro, e poi ancora il tentativo di fuga di Marie e dell'uomo fallisce tragicamente, e Marie si ritrova sola ad attraversare quella spettrale cittadina come se fosse stata catapultata a (o dentro) Silent Hill.

Keating, che non rinuncia all'abituale divisione in capitoli preceduta da cartello, trova un punto d'incontro e d'equilibrio per nulla facile tra il gotico tradizionale, il cosmic horror e il videogame, affidandosi completamente alla bravissima Jocelin Donahue, una che mica per caso era stata premiata protagonista di The House of the Devil di Ti West.
È Marie, infatti, il centro del racconto, il nostro punto di vista, la nostra porta d'immedesimazione. Perfino il nostro destino, che è quello di rimanere legati al film come lei all'isola dal primo all'ultimo dei suoi 83 minuti di durata: scena dopo scena, inquadratura dopo inquadratura, suggestione su suggestione, stratificazione d'immaginario su stratificazione d'immaginario.
Tutto questo, tutto quello che Offseason è e deve essere, e che volete vedere da bravi appassionati, Keating lo mette sullo schermo, con baldante eleganza, utili sfumature e senza inutili sovrastrutture: creando un mondo e un'atmosfera che non mancheranno di lasciarvi soddisfatti.

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