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Maternal, adolescenti e madri: intervista alla regista Maura Delpero

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Maternal è in uscita per Lucky Red solo al cinema dal 13 maggio. Una storia di grande interesse e profondità sulla maternità femminile in un luogo particolare della capitale argentina Buenos Aires. Abbiamo incontrato la regista, Maura Delpero.

Maternal, adolescenti e madri: intervista alla regista Maura Delpero

Presentato al Festival di Locarno 2019, poi in decine di manifestazioni in tutto il mondo, Maternal è un film di grande interesse, sensibilità e capacità di analisi sulla maternità adolescenziale, in arrivo in sala dal 13 maggio distribuito da Lucky Red. È ambientato all'interno di una casa famiglia di Buenos Aires, le Hogar, in cui convivono madri teenager e suore, madri spirituali, che si prendono cura di loro e dei rispettivi figli. Una storia seguita con passione per anni da Maura Delpero, che l'ha scritto e diretto. L'abbiamo incontrata e ci ha subito raccontato le tappe che hanno portato alla realizzazione di Maternal.

"La genesi è stata il desiderio di fare un film sulla maternità, una tematica che mi chiamava personalmente e non trovavo rappresentata al cinema nella sua complessità. Qualcosa non si stava raccontando, per un tabù delle nostre società latine in cui le donne faticano a confessare il fatto di avere un rapporto complesso con la maternità, meraviglioso ma a volte anche tremendo, con grandi contraddizioni. C’è una tendenza ad occultarlo per paura del giudizio, di non essere considerate delle brave madri e questo lascia le donne in una grande solitudine. Insegnando in una classe mi è successo di vedere la pancia che cresceva nel corso dell’anno scolastico in una mia allieva rimasta incinta, il che mi ha fatto interrogare sulla maternità adolescente. Ho fatto poi, come mia abitudine, moltissime ricerche e sono andata a lavorare in un hogar, istituti gestiti d suore, che conoscevo vivendo fra Italia e Argentina. Mi piacevano per la loro dimensione collettiva in cui vivevano insieme queste adolescenti, come sorelle. In uno di questi hogar religiosi ho assistito alla relazione delle suore con la maternità, e mi sono resa conto come lì ci fosse, nell'assenza, un'altra maternità estrema e che la convivenza di queste due realtà fosse molto interessante da indagare. Per vari anni ho insegnato cinema alle ragazze, il mio metodo per stare vicino a loro."

Due mondi molto diversi che si uniscono: da una parte il voto di castità cattolico con il suo peso di secoli di storia e dogmi, dall’altro un approccio quasi di strada alla maternità, che paradossalmente rimanda alle origini del cattolicesimo e della figura di Maria.

Il sacro e il profano, due mondi complementari e comunicanti. All’inizio mi affascinava questo contrasto continuo, la musica che ascoltavano le ragazze e le preghiere della suore, il pianto dei bambini e il silenzio della pratica religiosa. Le situazioni ibride mi attraggono sempre moltissimo, ma nel tempo ho scoperto la cosa veramente affascinante: la loro vicinanza. Si confrontavano tutte fra desiderio e responsabilità, da donne un po’ imperfette. La maternità mette le donne di fronte a una cosa miracolosa, ma entra anche in maniera rivoluzionaria nelle loro vite. Una vicinanza che dimostrava come le ragazze fossero molto più pure di come le vediamo e le suore molto più profane, guidate da emozioni interiori soffocate in un luogo chiuso come quello, di protezione ma anche coercizione.

C’è un percorso umano, sentimentale, ma anche carnale che la suora protagonista affronta. Come ha cercato di rappresentarlo in una figura che nega la sua sessualità?

Il lavoro sul corpo era molto interessante, corpi occultati o esposti, con la pancia che cresce, in divenire, di un unico genere vista la rumorosa assenza maschile. Si parla poco di questo desiderio materno delle suore, ma credo esista e sia molto fisico, a partire dall’immagine che mi ha colpito di una suora che prende in braccio un bambino. Quello che accade a suor Paola è un abbassamento delle difese legato alla sua vocazione, avvicinandosi a una bambina abbandonata; tanto che alla fine se la ritrova nel letto. Fosse stato un uomo a bussarle alla porta avrebbe alzato le difese, invece c’è questa accoglienza che diventa protezione, il problema è che alla fine della notte sono comunque due corpi che hanno dormito insieme, c’è stata comunque una relazione carnale che ti entra nelle viscere, rimane con te. Si ritrova a dover affrontare un sentimento dal quale non si è protetta.

È evidente il lavoro sugli spazi, sui suoni che riecheggiano in quei corridoi, le allegorie mariane. In che modo ha abitato questo luogo?

Avendo vissuto in quei posti, la sensazione è stata di immobilità, dalle porte chiuse ai corridoi alle sbarre alle finestre. Dall’inizio ho immaginato una camera fissa, non c’è un movimento in tutto il film. Quello che dettava legge era la clausura e rigidità di quel tipo di luogo lì, che generava quella dinamica. La prima cosa era ricreare l’austerità dentro alla quale si muoveva tutta quella vita, senza uscire mai e un fuori molto ingombrante, con un passato forte e un futuro pieno di desideri. Era una staticità qui e ora di un luogo fra parentesi del mondo. Dal punto di vista sonoro abbiamo cercato di essere più documentaristi possibile, senza nessuna colonna sonora, solo la musica delle ragazze, le preghiere delle suore e i pianti dei bambini.

Come ha scelto le interpreti?

Solo le quattro suore sono professioniste, su tutte la protagonista Lidiya Liberman, suor Paola. Fin da subito ho pensato a un cast misto, in stile neorealista. Mi sembrava ci fosse bisogno di quel tipo di ibridazione del reale per raccontare un film così. Lo sforzo è stato delle attrici/suore di adeguarsi al tipo di recitazione delle ragazze, con cui ci è voluto un lavoro da zero di avvicinamento al linguaggio cinematografico. Un lavoro duro anche perché avevano dei passati molto pesanti e con scolarizzazione e autostima bassissima. Ma sento che la verità che portano sullo schermo è impagabile. La ragazza protagonista, Luciana (Agustina Malale), non solo l’ho incontrata in un hogar come madre adolescente, ma è anche nata lì come figlia a sua volta di una madre adolescente. È l’unica realtà che conosce, e ce l’ha scritto in faccia.

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