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La sala professori, un racconto morale col ritmo di un thriller: intervista a Ilker Çatak

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Una giovane insegnante sempre attenta ai suoi ragazzi si trova alle prese con una decisione che scatena un’inattesa reazione che sembra far crollare la sua classe e la scuola. La sala professori è uno dei candidati all’Oscar internazionale. Abbiamo incontrato il regista Ilker Çatak.

La sala professori, un racconto morale col ritmo di un thriller: intervista a Ilker Çatak

La scuola, un microcosmo della società che ha stimolato molti registi a raccontarne dinamiche e distorsioni, cambiamenti in atto e giochi di regole e potere. Lo ha fatto, molto abilmente, anche il tedesco Ilker Çatak con La sala professori, appena uscito in sala per Lucky Red, in lizza per gli imminenti Oscar nella categoria miglior film internazionale, dopo aver partecipato alla sezione Panorama della Berlinale 2023. Protagonista assoluta è Carla, Leonie Benesch (Il Nastro Bianco, The Crown), nei panni di un’insegnante di scuola media al primo incarico alle prese una serie di furti e la necessità di trovare il colpevole, con decisioni che avranno ripercussioni sulle vite di tutti coloro che vivono il microcosmo di quella scuola.

Una storia sul pregiudizio, un racconto morale con la tensione di un thriller. Al centro gli insegnanti, che secondo il regista, che abbiamo incontrato a Berlino, “fanno qualcosa di miracoloso, sono sottopagati e poco considerati, in una società in cui è dimostrato scientificamente che si apprende meglio alle 10 del mattino, ma si continua ad andare a scuola alle 8, perché i politici se ne fregano di quello che è meglio per i ragazzi. Io ero uno che combinava guai, chiedevo sempre conto di ogni decisione, perché ho avuto la fortuna di avere insegnanti che mi hanno educato al pensiero critico. È stato rinfrescante parlare con così tanti piccoli esseri umani così affamati di vita e interessati”.

Definisce una gioia aver lavorato con la ventina di alunni della classe della protagonista, oltre a tutte le comparse che popolavano questa scuola. Così racconta il processo di casting.

Abbiamo scelto ogni ragazzo. Li abbiamo divisi in piccoli gruppi di improvvisazione, in cui gli ho chiesto di convincermi a partecipare a una dimostrazione di Fridays for future, mentre io facevo il professore rispondendo che non potevano saltare la lezione. Una volta selezionati alcuni di loro, li ho messi in una stanza di fronte alle macchine da presa che avremmo usato, vedendo se si comportavano in maniera naturale, creando un mix di ragazzi tedeschi e di altre provenienze. In una terza fase ho svolto colloqui individuali con ognuno di loro, parlandogli della mia etica lavorativa, di quello che mi sarei aspettato da loro e quello che avrebbero dovuto fare: tutti uniti, ognuno a prendersi cura dell’altro come una famiglia, senza preferenze per nessuno, stessa paga per tutti. Una classe comunista. Questa è la maniera in cui li ho selezionati. Poi sul set gli ho parlato semplicemente della vita, della loro relazione con i genitori, di quanto fosse difficile chiedere scusa, dei loro sogni e paure. Ero genuinamente interessato a cosa pensassero del mondo. Ovvio che ogni tanto gli interessava più che altro cosa c’era per pranzo, o quanti ciak ancora dovevano girare. Fino a stressarmi al punto che ho chiesto silenzio e detto: ascoltatemi, la verità è che moriremo tutti. Odio doverlo dire, ma è così. Ma questo film sarà in circolazione anche dopo, vivrà più di voi, lo vedranno i vostri figli e i nipoti. Non mi interessa cosa c’è da mangiare per pranzo, mi interessa cosa accadrà ora. Vedete di dare il massimo, evitando di vergognarvi di cosa farete. Ho cercato di entrare nella loro coscienza, dicendogli che quanto facevamo andava oltre il divertimento o un red carpet, che eravamo al servizio di qualcosa di superiore chiamato arte. Credo che abbiano capito l’idea.

Perché scegliere come ambientazione la scuola?

Prima di tutto io e il mio cosceneggiatore, Johannes Duncker, siamo andati a scuola insieme, quindi avevamo questo terreno comune. Poi è un bel luogo in cui ambientare una storia, riunisce diverse generazioni, tutti sono stati a scuola o hanno figli che la frequentano o magari sono insegnanti. Poi è un buon parco giochi per dire qualcosa sulla società. Paragonerei la sala professori al giardino dell’Eden. È un luogo proibito in cui da studente non puoi entrare, in cui  si decide il tuo destino, se sarai bocciato o promosso. Da ragazzo mi incuriosiva molto, è un microcosmo all’interno di un altro microcosmo rappresentato dalla scuola in generale. Una rappresentazione esemplare del comportamento di una comunità. C’è chi va d’accordo, chi si saluta e niente di più o chi si odia apertamente. 

Il film lascia aperta ogni interpretazione su chi abbia commesso questi furti. Come mai?

Se sveli ogni cosa, crolla tutto. Il pubblico non viene messo a confronto con il proprio giudizio. Chi ha compiuto dei furti? Se rispondi tutti possono tornare a casa con l’idea che il mondo sia tornato al suo posto, smetterla di preoccuparsi. Il film voleva porre il pubblico davanti a uno specchio. Pensarla in un certo modo dice qualcosa anche su di te. Mi piace quando ci sono ambiguità e zone grigie, volevo anche che le mie attrici pensassero di essere innocenti, altrimenti se avessi detto ‘sei colpevole’ avrebbero voluto trovare un modo per mostrarlo. È bello che il pubblico non sappia da che parte schierarsi, perché ogni personaggio ha le sue ragioni.

Un aspetto importante della storia è il pregiudizio. Ma allo stesso tempo è ambientata in un contesto gerarchico, con posizioni di potere e regole molto chiare, in una scuola che si definisce ‘a tolleranza zero’.

Ogni scuola ha le proprie regole, ce ne sono alcune che sono più progressiste, in cui tutti sono più amichevoli, anche studenti e professori, un po’ alla scandinava. Altre sono problematiche e puntano tutto sulla disciplina. In un mondo in cui crescono regimi autoritari abbiamo voluto raccontare una scuola in cui si agisce come fra amici, ma che in realtà è profondamente gerarchica. In una maniera subdola, come quando si chiede di mettere sul banco il proprio portafoglio, se non si ha paura. È come quando i politici ci dicono che i social non sono così male, se non hai niente da nascondere. Come le telecamere di sorveglianza che invadono città come Londra, dove sono stato un paio di giorni fa. Quando i politici si comportano come se volessero il nostro bene, ma in realtà pongono in atto il loro programma, a essere onesto vorrei solo mandarli a quel paese.

La protagonista è giovane, tedesca ma di origine polacca e insegna due materie che sembrano a un italiano curiose combinate insieme come matematica e educazione fisica.

Perché? In Germania ogni insegnante deve insegnare due materie. 

Ma perché due cose diverse?

Matematica è una materia che non vedi spesso al cinema, di solito ci sono insegnanti di lettere o storia che ti dicono qualcosa di significativo sul mondo. La matematica prevede una dimostrazione, qualcosa da provare, è molto razionale. Allo stesso tempo cercavamo un immagine per visualizzarla e abbiamo scelto il cubo di Rubik, che è fico per un ragazzo. Poi la ginnastica perché rappresenta l’aspetto sociale, il far parte di una squadra. I ragazzi l’amano e quando ne sono privati, come fa in una scena l’insegnante, che impone la sua volontà agli studenti, tutto inizia a crollare. La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni è un detto perfetto per Carla. Ci piaceva l’idea di un’insegnante così sicura, con un pensiero matematico. Ma poi tutto va a scatafascio e le argomentazioni razionali non funzionano più. Posso comprendere tutto quello che fa, ma il problema è che in quel lavoro devi essere in grado di stabilire dei confini emotivi.

E dimostra quanto sia sottile il confine fra un ambiente di lavoro positivo e progressista e uno che si trasforma in incubo soffocante.

Viviamo un’epoca in cui tutti pensiamo di essere dal lato giusto della storia, fino a che incontriamo qualcuno come i redattori del giornale della scuola che rivendicano un altro standard morale, ancora più rigido. È interessante e legato alla ricerca della verità, un termine sempre più sfuggente. L’abbiamo visto durante la pandemia, in cui ci si domandava a quale fonte fare riferimento. Non si parla più di fatti ma di crederci, ormai è difficile parlare di verità, magari ti chiama qualcuno e non sai più se è una persona vera o un robot. Tutte queste tematiche sono entrate nella costruzione della protagonista, che è a suo modo persa, in cerca di qualcosa. Una cosa che mi piace è che non fa mai un passo indietro.

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