News Cinema

La dolce vita: un capolavoro amaro e sconvolgente a sessant'anni dalla Palma d'oro a Cannes

110

Una delle massime vette del genio artistico di Federico Fellini, il più grande regista della storia del cinema italiano, e uno dei più grandi di sempre a livello mondiale.

La dolce vita: un capolavoro amaro e sconvolgente a sessant'anni dalla Palma d'oro a Cannes

Il 20 maggio del 1960 La dolce vita vinceva la Palma d’oro alla 13a edizione del Festival di Cannes, gettando le basi per lo straordinario successo mondiale di uno dei più grandi e amati capolavori del cinema italiano.
Eppure, fino a quel momento, le cose non erano state semplici: la produzione del film era infatti stata segnata da numerosi contrasti tra Federico Fellini e i suoi produttori, Giuseppe Amato e Angelo Rizzoli, che avevano ereditato il ruolo da Dino De Laurentiis, tiratosi indietro prima dell’inizio delle riprese, spaventato da una sceneggiatura che riteneva ondivaga ed episodica, e in contrasto col regista sul nome del protagonista.
I dissidi tra Fellini, Amato e Rizzoli erano causati dal costante levitare del budget, dall’incapacità di Fellini di rispettare i tempi di lavorazione, da una lunghissima fase di montaggio e perfino dal minutaggio del film, ritenuto eccessivo nelle sue quasi tre ore di durata.

Quando poi La dolce vita venne presentato al pubblico italiano, con una prima nazionale che si tenne il 5 febbraio del 1960 al cinema Capitol di Milano, suscitò reazioni forti e contrastanti, scandalo diffuso, accuse a Fellini.
Il regista venne più che altro bersagliato dalle critiche, definito immorale, ateo e comunista, e il film finì per l’essere al centro di un dibattito acceso sulla stampa tra i suoi detrattori e i suoi sostenitori, e perfino di una querelle interna al mondo della Chiesa, con le gerarchie vaticane che lo attaccavano da un lato (anche tramite durissimi attacchi sull’Osservatore romano che pare furono firmati da Oscar Luigi Scalfaro) e molti gesuiti (tra i quali Angelo Arpa) che invece lo difendevano.
Fatto sta che le polemiche prima, e la Palma d’oro poi, contribuirono allo straordinario successo commerciale del film, e che La dolce vita, a sessant’anni di distanza da quegli eventi, rimane un film straordinario, un capolavoro di sconvolgente bellezza, e un film capace di essere al tempo stesso diretto e immediato, ma anche di enorme complessità e amarezza, di una spietatezza quasi disturbante nel raccontare la decadenza.

Amarezza. Enorme. A dispetto infatti di quello che nell’immaginario degli spettatori di tutto il mondo evocano le parole del titolo (“Take me back to my sweet lavida / Find my love my dolce vita”, cantava Geri Halliwell), o le immagini di Anita Ekberg nella Fontana di Trevi, o la Via Veneto a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta, cuore di quella che oggi definiremmo con l’orribile termine “movida” di una Roma diversissima da quella di oggi, eppure in qualche modo identica, e identica alla Roma di sempre, con il suo carattere cinico e gaudente, e l’impasto umano di nobiltà più o meno decaduta e decadente, intellettuali, artisti, industriali, politici, religiosi, attori, registi, professionisti, giornalisti, fotografi, personaggi incredibili e da circo, piccoli e grandi delinquenti, imbucati, aspiranti qualcosa che fanno cose e vedono gente, e popolo. Roma raccontata come solo un non romano com’era Fellini (e com’era Flaiano, e com’è il Sorrentino della Grande Bellezza) è capace di raccontarla, con uno sguardo stupito, meravigliato, innamorato ma dotato della giusta distanza critica.

È in quell’impasto umano, in quella (questa) Roma che è “una specie di giungla, tiepida, tranquilla, dove ci si può nascondere bene”, che il Marcello Rubini di Marcello Mastroianni si muove, e cerca di perdersi. Perché nonostante la dolce vita, il suo lavoro, i soldi che guadagna, la Triumph TR3 che guida e le tante donne, Marcello è insoddisfatto, annoiato, scontento.
Lo dice subito a Maddalena, pure lei ricca e annoiata, mentre è parcheggiato con lei in Piazza del Popolo: “Siamo rimasti così in pochi ad essere scontenti di noi stessi.” Lo dice a Maddalena prima di prendere su in auto una prostituta, e accompagnarla a casa, e fare l’amore con Maddalena nel letto della casa misera, seminterrata e pure allagata della donna, lontano dagli occhi e dagli obblighi di Via Veneto e della dolce vita, e quindi davvero forse atto d’amore e non solo di lussuria, l’unico in tutto il film di Fellini. L’unico, assieme alla confessione, tempo dopo, nella villa antica di Bassano di Sutri dove si ritrovano i due, dell’amore sincero che prova Maddalena per Marcello, e forse anche Marcello per lei, destinato però a disperdersi, a venire risucchiato ancora una volta nel gorgo di una dolce vita che l’amore e il sentimento, nel suo menù, non li prevede affatto.

E più Marcello cerca di smarrirsi e di nascondersi (prima di tutto da sé stesso) nella Dolce Vita, più di trova davanti al fantasma di sé e delle sue insoddisfazioni, allo specchio di un padre apparso quasi magicamente una sera e protagonista di una notte brava finita nel disagio, a quello dell’uomo che non è o non è in grado di essere rappresentato da quella Emma che lo ama di un amore “ aggressivo, vischioso, materno” che Marcello rifiuta, perché “non è amore, è abbrutimento”, ma che forse in fondo vorrebbe riuscire a desiderare.
Ci riuscirà, a smarrire sé stesso, sono davanti alla tragedia. A una tragedia che è anche il crollo di ogni suo ideale, di ogni aspirazione al miglioramento. Di fronte all’atroce omicidio-suicidio di Steiner, l’amico intellettuale, quello che - almeno in apparenza, almeno fino a quel momento tragico - viveva la vita mondana, intellettuale, affettiva e interiore cui Marcello sognava di poter arrivare.

Solo allora, dopo la morte di Steiner e di ogni illusione, Marcello sarà in grado di perdersi definitivamente. Lo ritroveremo cambiato, inacidito, incattivito, perfino per la prima volta in abiti diversi dal solito (letteralmente al negativo rispetto a prima), animare con un’ubriachezza rabbiosa l’ennesima festa decadente, in una villa di Fregene. E di lì sulla spiaggia, dove, a sancire e dimostrare il suo cambiamento, non sarà più in grado di capire le parole della giovane Paola, la cameriera umbra piena di gentilezza, di purezza e di grazia che aveva conosciuto in precedenza, proprio quando cercava di seguire la via di Steiner.
Marcello, oramai perso, con Paola non può più parlare. E se già quel gesto che fa con le mani, come a dire “non ti sento, pazienza”, e che è uno dei fermi immagine più famosi del cinema di Fellini e della carriera di Mastroianni, cela chiaramente il dolore e lo smarrimento dietro la noncuranza della facciata, quando poi Marcello si volta e saluta, e con la mano che fa ciao copre la visuale del suo volto a Paola e a noi che lo guardiamo, sembra quasi volersi nascondere dalla vergogna che ancora riesce a provare.
Dallo sguardo di quella ragazzina che poi si posa, interrogativo, anche su noi spettatori; chiedendoci se, almeno noi, lei riusciamo ancora a sentirla, dopo sessant’anni che sembrano ieri.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
Suggerisci una correzione per l'articolo
Palinsesto di tutti i film in programmazione attualmente nei cinema, con informazioni, orari e sale.
Trova i migliori Film e Serie TV disponibili sulle principali piattaforme di streaming legale.
I Programmi in tv ora in diretta, la guida completa di tutti i canali televisi del palinsesto.
Piattaforme Streaming