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I mille volti di Colin Firth

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Dalle commedie sentimentali ai film drammatici, ecco la variegata carriera dell'attore inglese più amato dalle donne


Chi ha cominciato ad ammirare Mr. Firth solamente all'indomani di A Single Man o dopo Il discorso del re, dovrebbe compiere un lungo viaggio a ritroso nel tempo, non solamente per mettersi in pari, ma anche per rendersi conto che, in trent'anni di carriera, l'attore più amato dalle signore di mezzo mondo ha costantemente attraversato fasi alterne, mostrando un'infinità di volti e sperimentando una discreta varietà di generi.

In questa analisi, la prima regola che il fan tardivo dovrebbe rispettare è quella di non limitare la propria indagine ai film immediatamente successivi a Il diario di Bridget Jones.
Infatti, con la sola eccezione de La ragazza con l'orecchino di perla, nessuno di questi ci sembra rendere  pienamente giustizia al tenebroso Colin, e la ragione sta nell'eccessiva somiglianza degli uni con gli altri.
Nel divertissement di Oliver Parker L'importanza di chiamarsi Ernest, per esempio, così come in Hope Springs e nella vicenda corale Love Actually (a cui segue il trascurabile Che pasticcio, Bridget Jones!), Colin Firth non cambia quasi mai registro né personaggio, e non perché non ne sia capace, ma perché i registi che lo chiamano a lavorare tendono a ingabbiarlo nel ruolo dell'uomo nobile d'animo e affidabile, introverso e spesso goffo.
Insomma, che sia un avvocato londinese o uno scrittore, nelle commedie sentimentali inglesi dei primi anni Duemila, Firth non incarna né atroci vizi né insopportabili difetti, risultando perciò incredibilmente carino, ma non abbastanza affascinante.

Non conosciamo i motivi di questa coazione a ripetere, ma se osserviamo con attenzione le scelte cinematografiche di Colin Firth della seconda metà degli anni Novanta e perfino i suoi esordi sulle tavole del palcoscenico, notiamo una tendenza addirittura opposta.
Il suo primo film Another Country, che segna la nascita di una proverbiale inimicizia con Rupert Everett, che lo giudica eccessivamente intenso e troppo fedele al metodo Stanislavskij, lo vede alle prese con un outsider: un giovane che si ribella all'ipocrisia dell'upper class britannica sposando apertamente gli ideali del Comunismo.
Successivamente, Firth si assesta su personaggi in qualche modo segnati da un infausto destino o dall'impossibilità di raggiungere una qualche serenità: In Apartment Zero di Martin Donovan l'attore è un uomo in perenne crisi esistenziale che amministra un piccolo cineclub, mentre in Un mese in campagna di Pat O'Connor è un reduce della prima Guerra Mondiale traumatizzato dall'esperienza bellica.

Se questi loner non sono orribilmente infelici come i protagonisti di alcuni film tv dello stesso periodo – valga per tutti il soldato scozzese paralizzato di Tumbledown - rivelano comunque nel giovane Firth una tendenza a voler esplorare anche i recessi più cupi dell'animo umano.
Il suo desiderio di complessità e di introspezione, che da ragazzo lo aveva portato a impersonare per il teatro l'ipocrita Tarufo o il tormentato Re Lear, viene in parte esaudito, nel 1989, da Valmont di Milos Forman, che mette a sua disposizione uno dei più luciferini e machiavellici seduttori di sempre.


Durante le riprese di Valmont, l'attore si innamora di Meg Tilly e i due si trasferiscono in una remota località del British Columbia. Firth interrompe la sua attività di attore e, una volta tornato, sul grande schermo non trova adeguata soddisfazione né nel marito tradito de Il paziente inglese, né nel ridicolo spasimante della Paltrow in Shakespeare in Love, né tantomeno nel calciofilo di Febbre a 90°, liberissimo adattamento dell'omonimo romanzo di Nick Hornby. Poco male, perché quello che il cinema non può ancora dargli, e cioè il successo con la “S” maiuscola, gli è arrivato con la televisone, nello specifico grazie alla BBC.
Dopo un'iniziale resistenza, nel '95 Colin Firth accetta di essere Mr. Darcy nella miniserie ispirata a "Orgoglio e pregiudizio" di Jane Austen.
Preferito perfino a Laurence Olivier, che ha interpretato il personaggio nella versione cinematografica del 1940, il timido Colin diventa un vero e proprio sex symbol.

Se facciamo un salto in avanti e, limitando la nostra indagine al cinema, prendiamo in cosiderazione il dopo Che pasticcio, Bridget Jones!, non possiamo non notare in Colin Firth una doppia tendenza.
Da un lato ci sono i film di intrattenimento, come Nanny McPhee – Tata Matilda, St. Trinian's e il più sofisticato Un matrimonio all'inglese. Dall'altra ci sono scelte più impopolari che denotano però un ammirevole amore per il rischio.
Se l'uomo di spettacolo sessualmente ambiguo che Firth interpreta in Nessuna verità di Atom Egoyan non suscita grande empatia, il vedovo da lui impersonato in Genova di Michael Winterbottom e il Lord Henry del Dorian Gray di Oliver Parker gli danno invece l'opportunità di calarsi con partecipazione in personaggi incapaci di mostrare i loro veri sentimenti.

Siamo negli anni che vanno dal 2005 al 2008 e probabilmente questo è il periodo più buio per il nostro attore, che tuttavia rivela notevole coraggio quando accetta di essere protagonista de L'ultima Legione, una vicenda appartenente a un genere non certo in voga: il film storico.
I salti nel buio si concludono con Mamma mia!, in cui Colin Firth non disdegna di indossare pantaloni glam rock mentre si cimenta in "Waterloo" o di cantare "Our Last  Summer" accompagnandosi con la chitarra. Ecco il video.

L'ultima parte della carriera di Colin Firth è quella conosciuta ai più. L'attore si rivela artista solido grazie a due personaggi: il re balbuziente Giorgio VI de Il discorso del re, che gli vale l'Oscar come miglior attore protagonista, e il professore inglese prossimo al suicidio di A Single Man .

Dopo questi due personaggi a tutto tondo, e dopo una piccola parte nella spy-story La talpa, Firth è tornato all'intrattenimento più leggero con Gambit e con Il mondo di Arthur Newman, appena uscito nelle nostre sale.

Leggerezza dunque, e forse è giusto così, tanto più che nella vita vera Colin Firth è un artista impegnato:
insieme alla moglie italiana Livia Giuggioli è coinvolto nella campagna globale di Oxfam, sostiene Survival International e ha prodotto Tutta la mia vita in prigione, un documentario sul caso dell'attivista statunitense Mumia Abu-Jamal.
Non è con le immagini di quest'ultimo che vogliamo lasciarvi, ma con una sensualissima scena di tango appartenente al già citato Matrimonio all'inglese. Olé!

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