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Interviste Cinema

La masterclass di Willem Dafoe al Lucca Film Festival

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Il carismatico e popolare attore ha incontrato il pubblico parlando con spirito e intelligenza della sua carriera e della sua arte.

La masterclass di Willem Dafoe al Lucca Film Festival

Piccolo, magro, spigoloso, una fessura tra gli incisivi che si scopre quando sorride. A vederlo nessuno penserebbe che Willem Dafoe è un attore enorme, fuori dal comune, capace di trasformarsi sullo schermo in film di ogni genere, col talento di un vero protagonista unito a quello del miglior caratterista. Un attore carismatico, molto amato e riconoscibile. A Lucca per supportare il film Padre, diretto dalla moglie, la regista Giada Colagrande, per puro caso si trova in città negli stessi giorni dell'uomo che gli ha offerto il ruolo del sergente Elias in Platoon, che lo ha lanciato internazionalmente, assieme a quello del falsario Masters in Vivere e morire a Los Angeles di William Friedkin, ospite del festival lucchese lo scorso anno. Niente di tutto questo, però, gli è stato chiesto nella masterclass che ha tenuto al teatro del Giglio davanti a un'affollata platea, così come niente sul suo impegno in Aquaman o sul suo splendido Goblin per lo Spider-Man di Sam Raimi. Rispondendo alle domande del pubblico e dei moderatri, questo attore intelligente e intellettuale ha parlato di recitazione, registi e metodo, con qualche divertente aneddoto.

Differenza tra cinema e teatro:

Fare cinema è catturare, teatro è far rivivere. In teatro si tende a dare vita a una performance, a crearla ogni sera, mentre al cinema si è un po' più liberi, non bisogna fissare un obiettivo, bisogna solo catturare i momenti, non puoi dare il tuo ritmo perché è fissato da altri, mentre a teatro ne sei interamente responsabile. Col cinema digitale cambia leggermente perché non c'è la preziosità della pellicola, non devi preoccuparti di sprecarla e puoi affrontare gli eventi da diverse angolazioni e andare avanti in teoria all'infinito. A volte questo per gli attori è un bene perché possono offrire una performance più naturale. Ma a me quello che interessa è la tensione, il limite, per me è questo che rende interessante una performance, a differenza dello stare seduti in un diner e guardare la gente che entra ed esce.

Il metodo:

Non ho un metodo, Per ogni film la ricerca è sempre diversa, a volte devi trovare qualcosa, altre volte già lo conosci e devi solo farlo. Per ogni progetto essere un attore è diverso, l'unica cosa costante nel tempo è che è una cosa che hai già fatto prima, recitare è un gioco che ha a che fare con la fiducia e devi fare qualsiasi cosa ti permetta di essere pronto e flessibile. Questo resta sempre uguale ma ogni volta l'approccio è diverso. E poi sono cambiate le mie ambizioni. Ora sono meno ambizioso di un tempo per la mia carriera, ma lo sono di più per quel che riguarda l'uso che voglio fare del mio lavoro. E voglio tornare a far qualcosa che mi permetta di perdermi e sentirmi libero in quello che faccio.

Registi:

Quando mi piace un regista – e spesso scelgo i film in base a questo - sono lì per servirlo, so che sembra che mi faccia un complimento da solo, ma per ognuno di loro ascolto quello che vogliono fare e divento la loro creatura, sono lì per fare quello che vogliono. Loro sono dietro la cinepresa e io solo il tipo che balla davanti al falò quindi ogni volta è diverso. Michael Cimino da I cancelli del cielo mi ha licenziato perché ridevo a una barzelletta durante una prova luci, ma fino ad allora era stata un'esperienza divertente. Con Paul Schrader ho lavorato 5/6 volte, lui è molto formale nel suo approccio, durante le riprese de Lo Spacciatore non mi parlava mai e alla fine diventai paranoico, pensavo non gli piacesse quello che faccio e proprio quel giorno in cui era diventata un'ossessione mi disse “Ah, comunque non ti dico molto perché stai facendo bene”. Strade di fuoco di Walter Hill fu molto divertente, fu il mio primo film per uno Studio. Lui mi aveva visto in The Loveless di Kathryn Bigelow e voleva che facessi lo stesso ruolo in un contesto diverso. Era un film in cui lui voleva mettere tutte le cose che amava quando da teenager andava al cinema: baciarsi sotto la pioggia, le moto e le sparatorie, si divertì un sacco e io sono stato fortunato a farne parte. Con Scorsese ho fatto L'ultima tentazione di Cristo, un progetto fantastico perché mi si chiedeva moltissimo ed era un personaggio che reagiva. Il pericolo era di esagerare, essere troppo ossessionato e uscire dal personaggio perché fare Gesù è una responsabilità, poi ho capito non dovevo fare il Gesù ma “il nostro Gesù” in quel film e in quel momento. Ed è diventata una lezione per altri film. C'è un fraintendimento in genere per quel che riguarda il lavoro dell'attore: io mi considero più come un ballerino, uno che fa, c'è una situazione e io ci entro dentro, faccio delle cose, mi succedono delle cose e il personaggio nasce da lì.

Attori:

Non ho modelli ma ci sono attori che voglio vedere, ad esempio vedo sempre Isabelle Huppert al cinema e a teatro, ma fare una lista è sempre imbarazzante. I film nascono dalla collaborazione per cui il fatto che ci sia un attore bravo non garantisce che sia un buon film. Io non credo che sia possibile offrire una buona performance in un brutto film, puoi vedere il coraggio di un attore, il rischio che corre, ma se il film non funziona diventa una specie di sterile esercizio. Del resto ci può anche essere una brutta performance in un bel film, ho fatto anche quello!

Il voice over:

A me si accappona la pelle a sentire la parola doppiatore, so che è una tradizione di cui andate fieri ma per me dovreste liberarvene. Ciò detto, fare il voice over per i cartoni mi è piaciuto molto. Hai solo la tua voce per fare un compito molto chiaro. In genere il regista ti chiede ogni tipo di variazione e modulazione delle battute ed è come giocare a tennis con lui, è un bel gioco ed è molto specifico anche se non si usa il corpo. ome cantare.

Mississippi Burning:

Gene Hackman è un gigante e ho fatto il film per lavorare con lui, la storia era molto interessante ma sulla carta il mio ruolo non lo era. Alan Parker, il regista, era molto bravo, la storia era interessante e poi c'era Hackman per cui l'ho fatto per lui. Alla fine è venuto fuori un personaggio molto interessante anche per me, che ero lì solo per fargli da spalla. Dal momento che non avevo aspettative, questo mi rese libero di trovare cose che non avrei altrimenti trovato. Mi piacciono tantissimo gli attori che hanno la capacità di non sembrare tali ma in cui riesci a vedere le persone.

Così lontano così vicino:

Wim Wenders sapeva cosa faceva, non so se sapeva cosa stava cercando ma in quegli anni, subito dopo la caduta del muro, fu un periodo molto eccitante. Il film forse non è chiaro e poetico come Il cielo sopra Berlino ma penso che abbia catturato l'aria che si respirava, per cui amo questo film: anche se è discontinuo, ci sono dei momenti ottimi. Avevamo parlato di lavorare insieme molte volte e non era mai capitato, mi piacque molto essere in un film che nn apparteneva alla mia cultura, da straniero devo adattarmi ed è un'esperienza bellissima che ti stimola creativamente. Forse non lo sapete ma ormai sono italiano, ho il passaporto, sono uno di voi, rassegnatevi. Non sono nato qui, ma è un po' come nella recitazione. Puoi non essere un personaggio ma con l'intenzione di farlo puoi diventarlo, l'identità è una cosa flessibile, se ti butti nel fiume ne esci bagnato.

Sparire in un ruolo e Padre di Giada Colagrande:

. Sparire come attore è diventato una specie di mantra ed è spesso frainteso. Vuol dire sparire in qualcos'altro, impegnarsi in un'azione, un'idea, rendersi disponibile senza sapere a cosa serve, che è una cosa molto simile alla vita. Io sono stato creato dalle mie esperienze in teatro anni fa e specialmente col Wooster Group ho imparato la differenza tra il fare e il mostrare. Il film di Giada è un film fatto in casa, lei è la protagonista, lo sceneggiatore è un medico e ci sono persone che non sono attori, c'è Franco Battiato e alcuni amici e conoscenti. Per me dunque era importante stare con loro e non puzzare di recitazione, non odorare di attore. Quando dico non sembrare un attore non parlo di naturalismo ma di dove metti il tuo ego e di cosa impari dall'esperienza. Per me è gratificante come innamorarsi, per un po' non pensi a te stesso, sviluppi una forza sovrumana, sei pieno di compassione, passione e desiderio e devi attingere a questa energia per la creazione.

(foto Giuseppe Circellii)



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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