Interviste Cinema

Grotto, un film dal produttore al consumatore: intervista alla regista Micol Pallucca

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Esce il 21 aprile un'opera prima per bambini che la regista ha seguito in tutte le fasi, dall'ideazione alla produzione fino a una sorprendente distribuzione.

Grotto, un film dal produttore al consumatore: intervista alla regista Micol Pallucca

In un periodo storico in cui il nostro cinema, tranne le note eccellenze, non fa che lamentarsi per la mancanza di idee, produttori coraggiosi e film di genere, un'esordiente come Micol Pallucca che dopo una carriera in televisione si rimbocca le maniche e decide di scrivere, dirigere, produttore e distribuire un film che è totalmente suo, dalla concezione alla promozione. Ci vuole forza, coraggio, intraprendenza e una bella grinta, ma i risultati finora le hanno dato ragione. Grotto, il suo film per bambini (fascia 6-12 anni) girato interamente all'interno delle Grotte di Frasassi, ha vinto il premio assegnato da una giuria di ragazzi per la categoria 6 + al festival di Giffoni e il 21 aprile affronta il pubblico in sala con un'uscita sorprendente, anche perché autogestita, di 160 copie. Ex producer ed editor di Mediaset (Mediatrade e Canale 5), con studi di specializzazione nel settore in America, Micol Pallucca si è occupata a lungo del settore fiction, specialmente di Carabinieri, cofondatrice della Lidia Film ha dato vita due anni fa ad una propria società, la Thalia Film, con cui realizzare i propri progetti. L'abbiamo incontrata con molta curiosità dopo una proiezione del suo film molto partecipata dal giovane pubblico e questo è quello che ci ha raccontato.

Com’è nato questo tuo desiderio di fare un film con bambini e per bambini, cosa insolita in Italia?

Ho sempre voluto fare un film per bambini, tanto che mi ricordo che già quando ero dentro la Fidia film, mentre facevamo una miniserie a Portorico, il regista, a cui avevo raccontato la mia idea di fare una storia di bambini che si perdevano, che era ancora molto abbozzata, mi prendeva bonariamente in giro. All’epoca ero concentrata su quel lavoro e il progetto è rimasto sempre un po' indietro e quando sono rimasta sola a un certo punto mi sono detta “Sai che c'è? prendiamo quella storia e iniziamo a lavorarci su”.

Tu sei di Fabriano, hai sempre avuto l’idea di girare nelle Grotte di Frasassi? E come sei riuscita a farlo? Inizialmente volevo raccontare una storia di ragazzi che si perdevano e le grotte dovevano essere soltanto una piccola parte del film d'avventura, poi sono andata a fare il tour speleo che organizzano all'interno delle grotte di Frasassi senza dire niente a nessuno, in incognito e lì mi è venuta questa ispirazione di inserire un personaggio come Grotto, per cui a quel punto il film doveva essere ambientato proprio lì. Ho parlato con quelli che erano allora responsabili del consorzio delle Grotte, che all'inizio erano un pochino diffidenti all'idea di ospitare una troupe all’interno. Nonostante la stereoscopia, però, siamo andati con una troupe abbastanza snella. Al direttore della fotografia abbiamo fatto prima un discorso sul fatto che ovviamente non ci sono fonti di luce interne per cui bisognava fare una luce un po' magica - che io chiamo “grottesca”, anche se lui si arrabbia - in maniera da far abituare l'occhio pian piano, prima un pochino più scura poi un pochino più aperta e magica, soprattutto quando appare Grotto, per cui non era necessario avere molte luci. Ci siamo trovati bene in sintonia e credo che il consorzio delle grotte sia rimasto favorevolmente colpito dal fatto che comunque siamo stati molto bravi. Le riprese sono durate in tutto quattro settimane, di cui tre e mezzo all'interno delle grotte. La scena in cui la ragazzina è appesa al soffitto l'organizzatore la voleva fare in studio qua a Roma ma io e il direttore della fotografia abbiamo puntato i piedi e abbiamo cercato una location all'interno delle grotte dove poterla fare e ci siamo riusciti.

Risultano evidenti, vedendo il film, i rimandi a classici come E.T., Goonies, Stand by Me, visto che si parla di amicizia e di cose che si scoprono su di sé e sugli altri durante un’avventura di crescita. E’ questo il cinema che ti piace?

Questo è il cinema con cui sono cresciuta, il cinema che mi piace forse si vede in alcune cose come la piccola storia d'amore che c'è dentro, nel senso che io sono un'appassionata di commedie romantiche con Spencer Tracy, Katherine Hepburn, Cary Grant, ecc. per cui ci sono delle dinamiche drammaturgiche all'interno delle relazioni anche tra gli amici che si rifanno a quello che è il mio genere di riferimento. Ovviamente, facendo un film di crescita e di percorso per bambini, i film con cui sono cresciuta fanno parte del mio bagaglio culturale, per cui sono stati inseriti non volendo e non pensandoci. Quando ho scritto la sceneggiatura non ho voluto appositamente rivedere alcun film perché non volevo che ci fosse un discorso citazionista troppo esplicito, tant'è che in realtà nella sceneggiatura iniziale le capacità di guarire di Grotto avvenivano attraverso una luce che riusciva a far arrivare dal suo interno, con una serie di movimenti, sulle sue protuberanze. Finita la sceneggiatura ho rivisto E.T. durante una riedizione e mi sono accorta che aveva la luce, per cui ho deciso di toglierlo. E' comunque un bagaglio culturale che ci portiamo dentro per cui è normale che riaffiori.

Come siete arrivati a dare a Grotto l’aspetto che ha?

Ci siamo arrivati lavorando molto con Luca Della Grotta e i suoi ragazzi a Chromatica, che sono venuti sul set e hanno visto le diverse tipologie di stalagmiti che ci sono. A quel punto abbiamo lavorato per renderlo il più umano possibile, cioè Grotto dal mio punto di vista è un bambino di tre anni che scopre e che fa per imitazione i gesti degli altri e cresce in quel modo e si comporta proprio come i bambini di tre anni che sono molto egoisti quando non li vuole fare andar via per cui ho detto loro di pensare a questo tipo di reazioni. Poi, perché avevamo dei tempi molto stretti per riuscire ad andare a Giffoni, hanno fatto una serie di accorgimenti tecnici mettendo molti cursori all'interno dello scheletro che avevano costruito dentro al computer e io potevo dirigere Grotto con loro. Lui non ha un solo sorriso, ne ha 8 diversi, perché grazie a questa cosa mi permettevano di plasmarlo scena per scena.

E i protagonisti umani come sono stati scelti?

Christian Roberto, quello che interpreta Luca, il fratello arrabbiato, ha fatto Billy Elliot, anche Gabriele Fiore che fa Aldo aveva già fatto qualche cosa in precedenza, gli altri mai. Tutti mi avevano sconsigliato di fare il primo film con bambini e invece sono stati eccezionali. Un po' sarà stata la location, visto che per loro era un'avventura solo arrivare sul set ogni giorno accompagnati dagli speleologi, un po' il fatto di recitare con un personaggio che non esiste per cui bisognava molto affidarsi alla fantasia e all’immaginazione, cosa di cui i bambini sono ovviamente dotati più di noi. E poi avevano un'abnegazione totale. Era difficile semmai mandarli via dal set, forse anche era perché in albergo li aspettava l'insegnante! Per sceglierli abbiamo fatto un casting in cui abbiamo visionato più di 2000 foto, tra questi abbiamo fatto 120 provini su parte e abbiamo individuato 20 ragazzini a cui abbiamo fatto fare dei callback di interazione tra di loro e alla fine sono usciti i miei cinque protagonisti. E' piaciuto molto il fatto che non ci sia neanche un adulto, tutti quelli che hanno fatto il provino erano entusiasti del fatto che fosse un film con solo bambini.

Quale sarà, ora, il cammino di Grotto?

Dopo la presentazione a Giffoni e la vittoria l'hanno richiesto 18 festival internazionali a cui l’ho mandato, ma non sono riuscita a seguire molto la situazione perché all'estero ha avuto una bella cassa di risonanza ma qua in Italia un po' di meno, per cui poi mi sono dovuta concentrare sulla distribuzione e sul finire la versione in 3D perché a Giffoni è andato con la versione 2D. Io sono una, da sola non posso fare tutto, ora con calma cercheremo di indirizzarlo verso i mercati esteri perché poi in realtà l'idea è quella di una storia volutamente senza localizzazioni geografiche, neanche comportamentali, perché se quei bambini li chiamiamo Al, Michael e Claire la storia va bene lo stesso.

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  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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