Interviste Cinema

Gli anni amari: autori e attori del film su Mario Mieli ci parlano del diritto alla felicità

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Arriva al cinema il 12 marzo, nella ricorrenza della morte dell'intellettuale e attivista milanese, un bel film biografico che racconta un'epoca e di cui ci parlano Andrea Adriatico, Nicola Di Benedetto, Antonio Catania e Sandra Ceccarelli.

Gli anni amari: autori e attori del film su Mario Mieli ci parlano del diritto alla felicità

All'indomani del decreto legge che lascia aperti i cinema – con eccezione per il momento della zona rossa – che devono rispettano la distanza di sicurezza di un metro tra gli aspettatori, è bello ritrovarsi alla Casa del cinema di Roma per la conferenza stampa di presentazione di un film importante come Gli anni amari di Andrea Adriatico, che aveva già avuto la sua prima passerella alla Festa del cinema di Roma e che arriva in sala il 12 marzo, nel trentasettesimo anniversario del suicidio di un personaggio storico ma oggi misconosciuto come Mario Mieli, di cui racconta la storia. E, facendolo, parla anche a tutti noi, perché non si tratta di un film di nicchia o rivolto esclusivamente alla comunità LGBT ma, come stabilito anche dalla commissione censura, per tutti, soprattutto per i giovani, che del passato che precedette gli anni di piombo nel nostro Paese sanno poco o niente. A presentarlo sono intervenuti gli sceneggiatori - assieme ad Adriatico, Stefano Casi e Grazia Verasani (che nel film ha il piccolo ruolo di Fernanda Pivano, a cui assomiglia) - lo straordinario protagonista al suo esordio assoluto Nicola Di Benedetto, e Sandra Ceccarelli e Antonio Catania che nel film sono i genitori di Mario/Maria. Del cast fanno parte anche attori molto noti al pubblico generalista e giovanile come Lorenzo Balducci, che è il fratello Giulio, Davide Merlini (interpreta il cantante e attivista Ivan Cattaneo) e Tobia De Angelis (l'ultimo amore, lo scrittore Umberto Pasti). E di coronavirus si parla proprio per la scelta di far uscire il film al cinema con le sale a mezzo servizio, nonostante tutto.

Stefano Casi ci dice in proposito che

La scelta nasce dall’idea che la cultura e il cinema non si possano o non si debbano fermare, sia pure con le minime precauzioni che servono. Abbiamo cercato di mantenere l’uscita del 12 marzo, anniversario del suicidio di Mario Mieli, nelle sale che potranno e vorranno confermare e ci stanno arrivando molte conferme. Mi sembra un segno interessante che esca un film di questo tipo proprio ai tempi del Coronavirus: quando un decreto ci impone la distanza tra i corpi, noi portiamo al cinema un film che ne esalta la vicinanza e la sessualità. Nella scena del suicidio di Mieli c'è una seconda coincidenza: per un attimo si vede una pagina di Frigidaire con scritto "Cancer Gay". Quello è il primo articolo in assoluto uscito in Italia sull’Aids. È una coincidenza voluta e filologica, Mieli si è ucciso in realtà pochissime settimane prima di quell’articolo, non c’è una connessione reale ma è interessante che la sua vita si esaurisca al confine tra la grande promiscuità degli anni Settanta e l’epoca della distanza, della paura dei corpi e delle relazioni.

Andrea Adriatico, parlando dell'attualità del film, va ancora oltre, e dedica il film  "a Patrick Zaki, rinchiuso senza motivo nelle carceri egiziane, un ragazzo che studia nella mia città. Al centro de Gli anni amari c'è un tema che oggi non viene più affrontato, quello di porre al centro la felicità, il benessere, cosa che ci siamo dimenticati. Vorrei che questo film portasse di nuovo quelle questioni al centro del dibattito. Mario Mieli non si è battuto per l’omosessualità ma per la libertà di tutti noi”. Grazia Verasani aggiunge: “Mario Mieli è stato il cantore di una generazione che voleva fortemente uscire dalla repressività, attraverso soprattutto la creatività. Lui ha usato i colori del travestitismo, ha lavorato con collettivi teatrali, co-fondato la rivista del FUORI, scritto saggi e poesie. Essendo un giovane uomo che si batteva contro ogni tipo di ghettizzazione e normalizzazione, la sua figura ha un’attualità molto forte, è l'emblema di una generazione che poi ha vissuto nel rimpianto di un sogno e di una rivoluzione mancata, da cui l'amarezza nel titolo, ma ha avuto il tempo nella sua breve vita di incidere fortemente. Si è battuto soprattutto per le donne e per la libertà. È importante che i giovani scoprano questa epoca, fatta anche di leggerezza, di cui Mieli conosceva la forza e l’arte”.

Come si è avvicinato al personaggio Nicola Di Benedetto, che a differenza di Mieli arriva da un quartiere popolare come il Corviale di Roma e riesce con impressionante naturalezza a rivestire la pelle di un personaggio tanto estremo? “Ho subito iniziato a leggere le sue opere. Andrea mi ha indirizzato sulla strada di comprendere il suo pensiero, prima del modo in cui lo esprimeva, dunque c’è stato prima un forte lavoro di comprensione che condivido in pieno e che è quello che mi è rimasto, una consolidazione di quello che la mia generazione sta riprendendo in mano adesso. Oggi Mario si sarebbe divertito moltissimo, avrebbe abbracciato e baciato tutti, magari anche nudo, ed è quello che mi diverto nel mio piccolo a fare anch’io, a ridurre le distanze”.

Figlio di famiglia molto ricca (il padre era titolare di un'azienda di lavorazione della seta) e penultimo di sette tra fratelli e sorelle, Mieli aveva un padre severo, che non riesce a comprenderlo del tutto, perché, dice Antonio Catania

Bisogna considerarlo nel contesto di quegli anni, di cui parlo perché li ho vissuti, che vedono sgretolarsi le istituzioni classiche e la famiglia. I padri erano quelli che ci capivano di meno in questa faccenda, si trovavano di fronte a una ribellione che non riuscivano a comprendere. Mario era il figlio più giovane, a cui lui era legato con particolare affetto, ma non capiva questo comportamento così bizzarro, così strano e in parte ne attribuiva la responsabilità alla madre. Del resto neanche da sinistra si riusciva ad accettare una figura come Mario Mieli perché era troppo estrema, metteva il dito nella piaga di un conformismo esistente a tutti i livelli. Oggi probabilmente sarebbe diventato una star, allora non erano ancora tempi in cui si poteva avere un atteggiamento così dissacrante. Il padre aveva anche un ruolo sociale, una vita importante, doveva coprire le apparenze, ma prova un profondo dolore alla sua morte.

Sandra Ceccarelli, splendida nel ruolo di questa madre borghese con un figlio che la provoca anche in maniera esasperata, racconta cosa la ha aiutata ad affrontare il personaggio:

La cosa che mi veniva in mente rispetto al titolo è che per questa madre gli anni veramente amari sono stati quelli successivi alla morte del figlio, gli anni in cui c’era ancora questo rapporto erano anni battaglieri, Mario era un figlio (e una figlia) diverso dai fratelli e da una parte lei era in grande difficoltà perché lui provocava chiunque e anche lei in modo molto pesante, come si vede nel film, però aveva anche una gran voglia di capire, un enorme amore e anche una sorta di curiosità. La vediamo mentre guarda la tv, ascolta le interviste al figlio. Cerca sempre di mediare, ma al tempo stesso gli presta le collane e i vestiti. È un rapporto molto difficile ma non credo che questa madre si aspettasse una fine così drastica. Dopo ha assistito ad altre battaglie, ad altri cambiamenti e ad un’accettazione da parte della società di cose che allora sembravano inaccettabili. Guardando i titoli di coda e la foto (inedita, appartenente a una collezione privata, ndr), la faccia di Mario mi smuove qualcosa perché ha tanta dolcezza e profondità nello sguardo. Mi ha aiutato molto, per immaginare il prima, pensare al dopo.

Andrea Adriatico, che lavora a questo film dal 2008 e ha visionato coi suoi coautori tutta la documentazione relativa a Mario Mieli, oltre a incontrarne amici, amanti e testimoni, ricorda che ha dovuto affrontare tantissime difficoltà per realizzarlo e che quando si è diffusa la voce di questo film biografico si sono scatenate continue proteste, interrogazioni parlamentari e articoli diffamatori sulla stampa. Lo difende con orgoglio, ora che esiste, dicendo che “è un film eversivo per le tematiche” perché certo oggi si parla delle diversità personali e sessuali, ma sempre in un contesto di cinema mainstream, mentre Mario Mieli è andato oltre questo. Studiando la sua vicenda il regista si è accorto che in Italia “la storia dell’omosessualità è scritta sull’acqua”. Per realizzare questo film ha dovuto fare un lavoro di documentazione certosina, con interviste che fissano la storia in modo indiscutbile e consentono una protezione legale agli autori, visto che l'ultimo libro di Mieli, il biografico “Il risveglio dei Faraoni”, non è mai stato stampato ufficialmente, per volontà della famiglia, e Einaudi ancora lo aspetta. Con la sorella più giovane, Paola Mieli, famosa psichiatra a New York, Adriatico ha avuto un rapporto e un carteggio interessante, dal 2008:

Inizialmente lei mi ha mandato testi degli studiosi di Mario Mieli all’estero cercando di farmi entrare in contatto più con la parte teorica - che il film ha volutamente tralasciato - che col resto. Quando ha capito che non era questo che mi interessava e che il progetto stava prendendo corpo è diventata sospettosa, mi ha anche scoraggiato, ma alla fine le ho scritto che stavamo iniziando a girare e lei mi ha scritto una mail lunga e straziante. Trovare un contatto con chi una storia l'ha vissuta è una grande responsabilità. Alla fine il film lo ha visto e non è stata cattiva, ha avuto un’adesione al progetto e quando le ho scritto che sarebbe uscito come film per tutti mi ha risposto che era felice. Ad alcune cose, come all’empietà e ad approfondire la tematica della coprofagia abbiamo per forza rinunciato, non perché mi facesse paura, ma era un discorso legato strettamente a una tematica degli anni Settanta, non era quello in cui si esaurisce la storia di Mario Mieli. Avrei voluto ad esempio approfondire l’incontro col massone che denunciò la P2 e che nel film resta una parentesi, ma non c'è stato tempo per parlare di tutto.

Grazie a testimoni come l'architetto paesaggista Umberto Pasti, rintracciato fortunosamente dopo averlo visto intervistato da Fabio Fazio a Che tempo che fa, Adriatico ha avuto modo di conoscere di prima mano i dettagli di una vita che resta irriducibile all'aneddoto ma che ha momenti di grande forza e divertimento, come la seduzione operata da un Mieli travestito, nei confronti di tre bulletti fascisti che stavano per aggredirlo. È stato Pasti, racconta il regista, “il filo conduttore di tutta la ricostruzione. Lui stesso ci parla di Mieli come di una persona borderline, con un problema psichiatrico che purtroppo sul finire degli anni Ottanta si era consolidato fino a diventare determinante, quando la psicosi inglobò tutte le precedenti esperienze. All'epoca Mieli fu seguito da psichiatri milanesi di altissimo profilo, ma si partiva sempre dal presupposto che essere omosessuali fosse qualcosa da correggere"

Storia di un personaggio che rifiutava schemi, costrizioni e regole fino al punto da distruggere se stesso, e che si dichiarava “troppo speedy per adeguarsi al passo delle lumache”, Gli anni amari (dal testo della canzone di Pino Daniele “Voglio di più”, non è un film biografico che santifica il suo oggetto, ma una riflessione pregevole su quel che è stato e abbiamo dimenticato, con un invito a riscoprire, al di là delle caratteristiche di outsider di un personaggio sopra le righe, il nostro diritto alla differenza, all'amore e alla realizzazione: in sintesi, il nostro diritto alla felicità. Dal 12 marzo al cinema, grazie ad I Wonder Pictures, per abbattere le barriere e i ghetti e riflettere sulla nostra comune umanità, ai tempi del coronavirus.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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