We Are Who We Are: Recensione della miniserie di Luca Guadagnino dal 9 ottobre su Sky

24 settembre 2020
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La miniserie in 8 puntate di Luca Guadagnino, in onda su Sky Atlantic, conferma il talento e la sensibilità del regista italiano, che prosegue sul percorso di Chiamami col tuo nome (lasciandosi però alle spalle tante sovrastrutture) e cercando la libertà nei temi (queer ma non solo) e nel racconto. La recensione di We Are Who We Are.

We Are Who We Are: Recensione della miniserie di Luca Guadagnino dal 9 ottobre su Sky

in We Are Who We Are, la miniserie firmata da Luca Guadagnino in onda su Sky Atlantic e in streaming su NOW TV dal 9 ottobre, tutto è sospeso, fluido, indefinito; e non solo la sessualità. Non è ambientata in Italia né in America, ma in un territorio di confine dove le due realtà si permeano, un'immaginaria base statunitense nei pressi di Chioggia. I suoi protagonisti sono adolescenti, cioè né più bambini, né ancora adulti. La struttura narrativa non è né tradizionale, né del tutto sperimentale.

Tra i tanti, due sono i personaggi principali della serie: Fraser (Jack Dylan Grazer), il figlio della nuova comandante della base (Chloë Sevigny), lesbica e sposata con una donna (Alice Braga), e Caitlin (Jordan Kristine Seamón), che è invece figlia di un ufficiale nero sostenitore di Trump di stanza alla base (Scott Mescudi) e di una donna nigeriana (Faith Alabi) che dice a un certo punto della miniserie: "Ero molte cose, ho smesso di essere molte cose, ora non so più chi sono."
Fraser viene da New York, e assomiglia al giovane Andre Agassi, ha i capelli ossigenati, le unghie smaltate di giallo e nero, indossa abiti molto cool ed eccentrici per compensare la sua introversione e soddisfare la sua fame di fashion. Non si rade dei baffetti che sono quasi prepuberali, ama la poesia e l'alcool, e rivolge le sue timide e incerte attenzioni soprattutto ai ragazzi.



Caitlin ha vissuto solo in basi militari, è di una bellezza selvaggia e cesellata, felina e misteriosa. Una sfinge. È il fulcro attorno al quale ruota una comitiva di ragazze e ragazzi della base, che si mescola a coetanei italiani, e suo padre non ha occhi che per lei, con grande scorno del fratello che (in altra zona liminale) non sa se trovare il coraggio per convertirsi all'Islam o no. Caitlin non riesce ad appassionarsi ai ragazzi, come Fraser si accorge subito, sogna di essere un maschio, e di superare il suo genere biologico.
L'arrivo di Fraser alla base sconvolgerà gli equilibri del gruppo di amici di Caitlin, perché tra i due sarà attrazione immediata: un incontro che genererà un legame profondo ed elettrico (tutto epidermico ed emotivo, e non tanto fisico) che fornirà le scintille necessarie alla crescita e al cambiamento.
Loro, ma non solo.

We Are Who We Are.
Sottotitolo: Right Here, Right Now.
Siamo quelli che siamo, qui e ora. Guadagnino non si nasconde dietro a un titolo, anzi lo usa come manifesto per dichiarare quello che sta al cuore della sua serie: che la nostra identità sta in noi stessi, in quello che siamo (o non siamo); nelle nostre incertezze, nelle sfumature, nella fluidità. Nell'assenza di identità tradizionale. In quello che siamo, e basta.
Tutto qui? Non è un po' poco?
No. E non è tutto qui.
Chiamami col tuo nome aveva dimostrato il talento di Guadagnino nel fare due cose in particolare: il cantore dell'adolescenza, delle sue pulsioni e delle sue contraddizioni, e il ritrattista di un'Italia provinciale e marginale mai folkloristica né carolinesca, né tanto meno forzatamente neorealista o post-neorealista.
In WAWWA conferma entrambe le capacità, con in più il vantaggio di essersi liberato da quella necessità di ostentare le ambientazioni intelletual-borghesi del film con Chalamet, che alla lunga, conversazione dopo conversazione, si facevano stucchevoli, fasulle e un pelo irritanti.
A Guadagnino, qui e ora, dello status socio-culturale dei suoi personaggi non importa molto. Forse, addirittura, della cultura approssimativa e delle tendenze repubblicane di molti militari è un pelo infastidito, ma lo nasconde sotto un composto paternalismo, anche se non resiste alla tentazione di far leggere a Fraser, il newyorchese cosmopolita, Ocean Vuong o Jonathan Littel, o di raccontare la sua ambizione di diventare il nuovo Demna Gvasalia, o Raf Simons, o Junya Watanabe (tutti stilisti, per chi se lo chiedesse).
A Guadagnino, qui e ora, interessa solo osservare, con assoluta libertà formale e narrativa e scrupolo discretamente documentaristico, le traiettorie del desiderio, gli avanzamenti e gli arretramenti dell'adolescenza, la difficile ed esaltante costruzione di un'identità; o magari la rinuncia alle gabbie che l'identità porta con sé.
In WAWWA, Guadagnino è un Kechiche meno priapico e ossessionato dall'erotismo, più romantico (ma mai languido), meno voyeur ma ugualmente partecipe, e capace di comprendere per poi poter raccontare.

L'adolescenza - in tutta la sua strafottenza intollerabile e la fragilità lancinante che la contraddistingue, e quell'insopportabilità che è tale per questioni psico-ormonali, ma anche perché ricorda a quanti sono diventati adulti quanto ribollivano di vita, e quello che hanno perso lungo la strada per ottenere stabilità e sicurezza interiore - è raccontata da Guadagnino con un'intensità strabiliante e fatta di immagini, parole, dialoghi e musiche, dall'abbigliamento dei suoi ragazzi, dalle loro imprese scalmanate, le intemperanze rabbiose e dalle loro introversioni romantiche e solitarie.
Ma non è minore la precisione dello sguardo di WAWWA sul mondo adulto, o supposto tale. Un mondo composto da gente irrisolta, troppo rigida (il papà di Caitlin) o troppo sregolata (la mamma di Fraser). Un mondo sul quale da lontano, dagli schermi maxi delle tv, si agita il concreto fantasma di Trump, nella sua stolida e monolitica battaglia ideologica, in ideale opposizione a tutto quello che Guadagnino racconta nella, e con, la sua serie.

WAWWA racconta la sua storia con uno stile morbido, libero, naturalista.
Ai suoi protagonisti sta vicino, sta lontano, li segue e li abbandona, si dedica agli uni e agli altri, ai ragazzi e agli adulti, si perde in carrellate che descrivono con placida assenza di morbosità gli ambienti, gli oggetti, gli abiti e le emozioni, usa la musica - importantissima - con intensità e naturalezza, evitando sempre (o quasi) le retoriche o i luoghi comuni (basti vedere come tratta l'uso degli smartphone da parte dei ragazzi).
Alla rarefazione alterna scene di grande potenza visiva ed emotiva (un momento di lutto, una preghiera), e cattura, così, uno slancio vitale che non è mai ingenuo, ma sempre sfumato e complesso, e che non ha nulla di ostentatamente estetizzante e museale come in parte era in Chiamami col tuo nome.
Poi certo, Guadagnino è un esteta e rimane un esteta, e i suoi personaggi sono tutti belli, e anche lo squallore disadorno dei bar della periferia di Chioggia o la suburbanità prefabbricata delle abitazioni della base, sono a loro modo belli, grazie allo sguardo del regista. Ma avere un'estetica, e un senso della stessa, non vuol dire necessariamente essere estetizzante.

Lì dove la serie di Guadagnino si perde, a tratti, è dove contraddice le sue intenzioni e la sua libertà da regole e schemi e modelli.
Nei momenti, nelle seconde quattro delle otto puntate che la costituiscono (forse troppe, ma di nuovo forse ci sarebbe da tirare in ballo il modello Kechiche, e la sua dilatazione che è parte integrante dell'idea alla base del racconto), in cui WAWWA si aggrappa alla trama e sembra colto improvvisamente dall'ansia di stringere i nodi dell'intreccio tra il vissuto dei personaggi in maniera più tradizionale e convenzionale, diventando storia e non ritratto. Quando la scansione delle istanze queer si fa troppo programmatica, o quando la contrapposizione tra il percorso di ricerca identitaria dei protagonisti e l'elezione alla presidenza di Trump vengono messi troppo in parallelo.
Ma anche in quei casi, bastano piccole e grandi deviazioni, momentanee sospensioni e significativi dettagli per ricordarsi e ricordarci la sensibilità di Guadagnino, e la sua spontanea capacità di raccontare qualcosa di semplice e complicatissimo allo stesso tempo, emozionando con elegante compostezza.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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